Banche italiane, utili record ma addio al territorio: persi 8.000 posti di lavoro

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Il 2025 ha segnato un anno straordinario per i principali gruppi bancari italiani, con utili netti aggregati che hanno superato i 27,8 miliardi di euro, segnando un incremento del 10,6% rispetto all’anno precedente. Cinque nomi dominano la scena: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps e Bper, ai quali si aggiungono i dati di Mediobanca e Banca Popolare di Sondrio per garantire un quadro coerente. Questi numeri, elaborati dalla Fondazione Fiba di First Cisl, mettono in evidenza un fenomeno che appare paradossale: mentre le banche italiane consolidano solidità patrimoniale e redditività, il tessuto occupazionale e territoriale del Paese subisce contrazioni significative.

 

In questo articolo:

 

  • Banche italiane: volano commissioni e attività assicurative delle Big 5
  • Lavoro, desertificazione territoriale e conseguenze sociali ed economiche

 

Banche italiane: oltre 8.000 lavoratori hanno perso il posto

La performance delle Big 5 è stata sostenuta da una crescita vigorosa delle commissioni e dell’attività assicurativa, ambiti che rappresentano ormai quasi il 39% dei proventi operativi totali, ben al di sopra della media europea del 27%. Un contributo decisivo è stato dato dai rami vita, mentre il margine di interesse, condizionato dalla riduzione dei tassi di mercato, ha segnato un calo del 5,1% su base annua. La contrazione del costo del personale ha inciso ulteriormente sul miglioramento degli indicatori di efficienza, con il cost/income che si attesta al 42%, decisamente inferiore alla media europea dei grandi gruppi, pari al 52,6%.

Il lato più inquietante della fotografia bancaria 2025 riguarda il personale e la rete fisica: oltre 8.000 lavoratori hanno perso il posto, corrispondente a un calo del 3,5% dell’organico, e 331 sportelli bancari sono stati chiusi, una riduzione del 2,8% rispetto all’anno precedente. Se la produttività per dipendente aumenta – con commissioni nette pro capite in rialzo dell’8,6% e margine primario del 2% – cresce al contempo una desertificazione del servizio sul territorio, che rischia di lasciare interi bacini di popolazione privi di un presidio bancario essenziale.

Il costo del lavoro, ormai pari a poco più di un quarto dei proventi operativi, sottolinea come le banche siano oggi in grado di ottenere risultati record senza incidere significativamente sulle spese per il personale. La riduzione dell’occupazione appare quindi una scelta strategica, più che un obbligo economico, e solleva interrogativi etici e sociali rilevanti. La riflessione di Riccardo Colombani, Segretario generale nazionale First Cisl, fotografa il cuore del problema: “È impensabile e ingiusto che i benefici economici riguardino solo gli azionisti. Ridurre i posti di lavoro mentre aumentano ricavi e utili è dannoso per il Paese e appare come un controsenso economico per le banche”.

L’analisi dei dati individuali delle Big 5 conferma la tendenza generale: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps e Bper mostrano tutte un Roe in aumento o stabile, utili per dipendente cresciuti, e un aumento della raccolta complessiva. Tuttavia, le chiusure di sportelli e la riduzione degli organici sono costanti: da un lato, la banca registra una performance di tutto rispetto, dall’altro, l’Italia reale osserva la progressiva scomparsa dei presidi finanziari sul territorio.

 

Lavoro, desertificazione territoriale e conseguenze sociali ed economiche

La desertificazione, in questo contesto, non è solo un numero: tra le chiusure di sportelli (331 solo nel 2025) si cela una perdita di presidi territoriali fondamentali. Le filiali non sono semplici punti vendita: sono centri di consulenza, sportelli di inclusione finanziaria, luoghi in cui famiglie e imprese hanno un contatto diretto con il mondo bancario. La loro chiusura implica spostamenti più lunghi per i clienti, riduzione dell’accesso ai servizi fisici e maggiore dipendenza dai canali digitali, che non tutti possono utilizzare con la stessa efficacia, soprattutto nelle aree più periferiche e nelle fasce di popolazione anziana o meno digitalizzata.

Questa desertificazione bancaria ha conseguenze concrete sull’economia locale. Nei piccoli centri, le filiali chiuse significano meno credito disponibile per le microimprese, per i professionisti e per le famiglie che si affidano a una relazione diretta con il proprio istituto. Senza sportelli fisici, aumentano le difficoltà nell’ottenere prestiti, aprire conti o gestire strumenti finanziari complessi. Ne risente quindi l’intera rete produttiva locale, creando un circolo vizioso: meno filiali portano a meno opportunità di credito, meno credito rallenta l’economia reale, e questo riduce indirettamente il potenziale di crescita dei gruppi bancari stessi.

Sul fronte occupazionale, la riduzione del personale non si limita alla quantità, ma riguarda anche la qualità del lavoro. La spinta all’automatizzazione e all’uso dell’intelligenza artificiale per sostituire funzioni tradizionali comporta una perdita di professionalità consolidata. La produttività per dipendente aumenta – commissioni nette e margine primario sono cresciuti rispettivamente dell’8,6% e del 2% –  ma il prezzo è pagato dai lavoratori, costretti a svolgere più compiti con meno risorse, con pressioni crescenti e ridotte opportunità di crescita professionale.

Le implicazioni sociali si fanno quindi evidenti: una parte crescente della società rimane esclusa dalla piena fruizione dei servizi finanziari, e aumenta la distanza tra cittadini e istituzioni economiche. Il costo del lavoro, ormai pari a circa un quarto dei proventi operativi, dimostra come le banche siano in grado di generare risultati record senza investire realmente nel capitale umano, accentuando le disuguaglianze interne al settore e tra il sistema bancario e il Paese reale.

In termini economici, l’effetto combinato di filiali chiuse, posti di lavoro persi e riduzione dei servizi diretti rischia di indebolire l’economia locale e le piccole imprese, particolarmente dipendenti da relazioni bancarie personali e fiducia nel creditore. Se a questo si aggiunge la concentrazione di utili nelle mani degli azionisti — con oltre 17 miliardi di euro distribuiti in dividendi e circa 7 miliardi in buyback – emerge un quadro in cui la ricchezza cresce ai vertici della piramide, ma non ridistribuisce benefici a chi materialmente sostiene la produzione di valore.

 

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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