Cambio di passo in Borsa Italiana sul tema delle criptovalute. Secondo MilanoFinanza, il 9 febbraio prenderà il via su Euronext un nuovo segmento di mercato dedicato ai certificati legati alle criptovalute. Non si tratta di un’apertura diretta alla negoziazione di criptovalute spot, né dell’ingresso di Bitcoin o Ethereum nei listini tradizionali, ma dell’ennesima evoluzione “per via derivata” con cui il sistema finanziario prova a intercettare una domanda ormai strutturale senza oltrepassare i confini tracciati dalla vigilanza. Si tratta quindi di un “piccolo” passaggio rilevante nel processo – lento, prudente e tutt’altro che lineare – con cui la finanza regolamentata europea sta cercando di fare i conti con l’universo degli asset digitali.
In questo articolo:
- Borsa Italiana e il segmento “dedicato” alle criptovalute
- Una valvola di sfogo per banche e istituzioni finanziarie
- Criptovalute, prima le regole poi i mercati
- Criptovalute e mercati, la suggestione Vorvel
Borsa Italiana e il segmento “dedicato” alle criptovalute
Entrando nel merito, il nuovo segmento ospiterà strumenti strutturati che consentono un’esposizione all’andamento delle principali criptovalute attraverso certificati, quindi prodotti finanziari pienamente riconducibili al perimetro normativo esistente. Un passaggio che, per quanto tecnicamente circoscritto, assume un valore simbolico significativo: Euronext, infrastruttura centrale dei mercati dei capitali europei, riconosce implicitamente che il tema cripto non può più essere confinato ai margini, ma deve essere governato, incanalato e reso compatibile con le logiche della finanza tradizionale.
È un segnale che arriva in un momento in cui il dibattito sugli asset digitali è tornato a intensificarsi, sospinto da un lato dalla crescente maturità del mercato e dall’altro dall’entrata in vigore del regolamento europeo MiCAR, che ridisegna il quadro normativo per l’emissione e la prestazione di servizi su cripto-attività. Ma è anche un segnale che mette in luce tutte le ambiguità di questa fase: la domanda degli investitori cresce, l’industria finanziaria cerca soluzioni per soddisfarla, mentre i regolatori continuano a muoversi con estrema cautela, soprattutto nei singoli contesti nazionali.
Una valvola di sfogo per banche e istituzioni finanziarie
A cogliere il senso profondo di questa operazione è stato Ferdinando Ametrano, amministratore delegato e cofondatore di CheckSig che ha commentato così la notizia a Borsa&Finanza: “Il debutto su Euronext di un segmento dedicato ai certificati cripto è, in fondo, una valvola di sfogo per banche e istituzioni finanziarie. Bloccate dalla moral suasion del regolatore che frena l’offerta diretta di cripto-attività spot ai clienti, si arrampicano sui vetri di strumenti ibridi come Etf, Etn e certificati. È un modo per rispondere alla domanda di mercato restando dentro un perimetro ancora accettabile per la finanza tradizionale”.
L’immagine utilizzata da Ametrano è efficace perché fotografa una dinamica ormai evidente. Le criptovalute continuano a esercitare un’attrazione forte su una platea sempre più ampia di investitori, retail e non solo, ma l’accesso diretto a questi asset resta, per il sistema finanziario tradizionale, un terreno minato. Le banche e gli intermediari, soprattutto in Europa continentale, sono consapevoli che ignorare il fenomeno significherebbe perdere rilevanza, ma sanno altrettanto bene che spingersi troppo avanti comporterebbe frizioni con le autorità di vigilanza. Da qui la proliferazione di strumenti “di compromesso”, che replicano l’andamento delle criptovalute senza richiederne il possesso diretto.
Il nuovo segmento di Euronext si colloca esattamente in questa logica. I certificati cripto non sono una novità assoluta, ma la loro concentrazione in uno spazio dedicato, all’interno di una delle principali infrastrutture di mercato europee, rappresenta un salto di qualità. È un modo per dire che l’esposizione alle criptovalute può esistere anche dentro i confini della finanza regolamentata, purché avvenga attraverso strumenti che il sistema è in grado di comprendere, valutare e – soprattutto – controllare.
Criptovalute, prima le regole poi i mercati
Questo approccio riflette una caratteristica strutturale della finanza europea, e italiana in particolare: la tendenza a privilegiare l’inquadramento normativo rispetto alla sperimentazione libera. A differenza di quanto accaduto negli Stati Uniti o in alcuni Paesi asiatici, dove l’innovazione ha spesso preceduto la regolazione, in Europa il processo è stato inverso. Prima le regole, poi eventualmente il mercato. Le criptovalute, nate come fenomeno radicalmente anti-istituzionale, si sono così trovate a dover essere “tradotte” in un linguaggio compatibile con quello delle autorità e degli intermediari tradizionali.
In Italia, questa traduzione è stata particolarmente lenta e complessa. Il mercato degli investimenti in criptovalute è cresciuto in modo significativo negli ultimi anni, nonostante – o forse proprio a causa di – un contesto regolamentare percepito come ostile. Una parte rilevante dei risparmiatori italiani ha scelto di esporsi a Bitcoin, Ethereum e altri asset digitali attraverso piattaforme estere, spesso non soggette alla vigilanza nazionale, mentre il sistema finanziario domestico rimaneva sostanzialmente alla finestra. Il risultato è stato un paradosso: una domanda reale, diffusa e persistente, che si è sviluppata al di fuori del perimetro regolamentato, aumentando i rischi per gli investitori e riducendo la capacità di supervisione delle autorità.
È in questo contesto che strumenti come i certificati cripto assumono una funzione quasi di “riconduzione all’ordine”. Offrono un canale regolamentato a una domanda che altrimenti continuerebbe a muoversi altrove. Ma, come sottolinea Ametrano, lo fanno al prezzo di una certa artificiosità: l’investitore non possiede la criptovaluta, non ne sperimenta direttamente le logiche tecnologiche, ma ne osserva l’andamento filtrato da un prodotto finanziario complesso, con costi, rischi e strutture proprie.
Il ruolo e il pensiero della Consob
Il ruolo delle autorità di vigilanza è centrale in questo equilibrio instabile. In Italia, la Consob ha mantenuto nel tempo una posizione di marcata prudenza nei confronti delle criptovalute. Il presidente Paolo Savona, il cui mandato è in scadenza, è stato una delle voci più critiche nel panorama europeo, esprimendo più volte forti riserve sulla natura e sull’utilità economica delle cripto-attività. Savona ha spesso messo in guardia dal rischio che questi strumenti potessero alimentare fenomeni speculativi, danneggiare i risparmiatori e, in prospettiva, minare la stabilità del sistema finanziario.
Questa impostazione ha inciso profondamente sull’evoluzione del mercato italiano. Mentre in altri Paesi europei si sono moltiplicate le iniziative legate al mondo cripto, in Italia l’approccio è rimasto difensivo, orientato più alla segnalazione dei rischi che alla costruzione di un ecosistema regolamentato. La scadenza del mandato di Savona apre ora una fase di incertezza e, al tempo stesso, di potenziale ripensamento. La domanda che molti operatori si pongono è se la Consob continuerà su una linea di forte cautela o se, anche alla luce di MiCAR, potrà emergere un atteggiamento più pragmatico, orientato a governare il fenomeno piuttosto che a contenerlo.
Il regolamento MiCAR, infatti, cambia le coordinate del dibattito. Introducendo un quadro normativo armonizzato per l’intera Unione europea, riduce gli spazi per approcci nazionali eccessivamente divergenti. Gli operatori che intendono offrire servizi su cripto-attività dovranno ottenere autorizzazioni specifiche, rispettare requisiti patrimoniali e di governance, sottostare a obblighi di trasparenza. In cambio, potranno operare in un contesto di maggiore certezza giuridica. È un compromesso che riflette la filosofia europea: integrare l’innovazione senza rinunciare al controllo.
Criptovalute e mercati, la suggestione Vorvel
In questo scenario si colloca anche il dibattito su Vorvel, spesso citata come possibile attore chiave in un’evoluzione del mercato italiano verso forme più avanzate di integrazione tra finanza tradizionale e mondo digitale. Al momento, tuttavia, è fondamentale distinguere tra fatti e suggestioni. Non esistono informazioni pubbliche solide né annunci ufficiali che indichino un piano di Vorvel per costituire una vera e propria borsa cripto o una piattaforma di negoziazione di crypto-asset come Bitcoin o Ethereum.
Vorvel è oggi un sistema multilaterale di negoziazione (MTF) regolato in ambito MiFID, focalizzato su strumenti finanziari tradizionali. Nel suo perimetro rientrano certificati, obbligazioni, azioni blue chip, ETF ed ETN. Opera nel rispetto del proprio regolamento di mercato e della normativa europea, rappresentando un esempio di infrastruttura pienamente inserita nel sistema della finanza regolamentata. Il fatto che tratti strumenti “ibridi” come ETN ed ETC, alcuni dei quali legati indirettamente all’andamento di asset digitali, non equivale alla gestione di una crypto-exchange.
Le ipotesi su un possibile coinvolgimento futuro di Vorvel nel mondo cripto si fondano su due elementi principali. Da un lato, l’entrata in vigore di MiCAR, che potrebbe spingere operatori regolamentati a valutare un’estensione delle proprie attività verso i crypto-asset, previa autorizzazione come CASP. Dall’altro, il più ampio processo di digitalizzazione e tokenizzazione degli strumenti finanziari, che rappresenta una traiettoria distinta ma in parte convergente rispetto al mondo delle criptovalute. Tuttavia, tra queste ipotesi e la creazione di una “Borsa cripto” regolamentata c’è una distanza significativa, fatta di scelte strategiche, investimenti e, soprattutto, di volontà regolamentare.
Il caso Vorvel è emblematico perché mostra come, in Italia, il confine tra innovazione e tradizione venga costantemente negoziato. Non attraverso strappi, ma tramite aggiustamenti progressivi. Un modello che ha il pregio della stabilità, ma che rischia anche di lasciare il Paese in una posizione di rincorsa rispetto ad altri mercati più dinamici. La sfida, nei prossimi anni, sarà capire se questo approccio graduale sarà sufficiente a intercettare il valore generato dall’innovazione digitale o se finirà per relegare l’Italia in un ruolo marginale.









