Il gruppo Caltagirone ha aumentato la sua quota in Anima Holding dal 3,2% al 5,3%, diventando una pedina fondamentale nel risiko bancario italiano. Ora l’assetto azionario dell’asset manager che gestisce un patrimonio di oltre 205 miliardi di euro è così composto:
- Banco BPM 20,62%;
- Poste Italiane 10,32%;
- FSI 9%;
- Gruppo Caltagirone 5,29%.
Banco BPM ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto su Anima Holding a inizio novembre per 6,2 euro per azione e dovrà quindi sedersi al tavolo con Francesco Gaetano Caltagirone per raggiungere l’obiettivo. Il discorso però è molto più ampio. Attualmente nel panorama bancario italiano c’è una sorta di asso pigliatutto che si incarna nella figura di Unicredit. La banca guidata da Andrea Orcel ha infatti avviato un’offerta pubblica di scambio su tutte le azioni di Banco BPM, offerta che è stata respinta dal Consiglio di amministrazione di quest’ultima. La strada quindi è quella di un’acquisizione ostile, convincendo gli azionisti a cedere le quote. I soci di Anima hanno bisogno di conoscere chi sarà il destinatario delle loro azioni, se Banco BPM o Unicredit.
Anima Holding: perché Caltagirone può essere la chiave del risiko bancario
Caltagirone assume un ruolo più ampio nell’ambito dei movimenti che coinvolgono Anima Holding e le banche, mentre il governo italiano osserva con attenzione. Palazzo Chigi sta coltivando il sogno di creare il terzo polo bancario con Banco BPM e Banca MPS di cui ancora detiene una partecipazione dell’11,73%. Nell’istituto toscano, Anima ha una quota del 3,99%, mentre Banco BPM possiede un pacchetto del 5%. Sulla scena però c’è stata l’irruzione di Unicredit con l’OPS sulla terza banca italiana che rischia di mandare all’aria gli obiettivi del governo Meloni. In sostanza, Caltagirone potrebbe dettare le condizioni affinché Banco BPM si prenda Anima e di conseguenza perché Unicredit si prenda Banco BPM.
La partita è in realtà ancora più complessa, perché il colosso di Gae Aulenti deve prima di tutto fare i conti con l’azionista di maggioranza del Banco, ossia Crédit Agricole. La banca francese la scorsa settimana ha incrementato la sua quota dal 9,9% a un potenziale 15,2% attraverso derivati. Inoltre, ha chiesto alla Banca centrale europea di poter salire al 19,9%, quota oltre la quale si aprono le porte per un’offerta pubblica di acquisto.
Ciò la mette in una posizione di forza nei confronti di Unicredit. Gli scenari a questo punto sono due: Unicredit trova l’accordo con Crédit Agricole e a quel punto ha la strada spianata per inghiottire il Banco oppure le trattative si fermano e si apre un sentiero che potrebbe portare alla fusione tra Banco BPM ed MPS. In questo secondo scenario il Crédit Agricole avrebbe una presenza importante. Secondo alcune stime, la sua quota oscillerebbe tra il 10% e il 15%. Ancora peggiore sarebbe la situazione se Crédit Agricole decidesse di concorrere con Unicredit per prendersi tutto il Banco BPM, quantunque la banca guidata da Philippe Brassac abbia scartato questa eventualità. Un’ipotesi in cui si venga a creare un terzo polo con un’influenza transalpina molto forte non farebbe di certo la felicità del governo, che sta amplificando gli sforzi per dare un assetto italiano ai più importanti gruppi aziendali del Paese.
Tuttavia, anche un’unione Unicredit-Banco BPM non farebbe fare salti di gioia all’esecutivo. Alcuni esponenti politici della maggioranza che sostiene il governo infatti temono che il business dell’entità derivante da questa fusione potrebbe spostare il suo asse all’estero, con la conseguenza di una perdita di posti di lavoro in Italia.









