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Citigroup, in 10 anni trasferimento di massa dai fondi comuni agli ETF

Citigroup, nei prossimi 10 anni trasferimento di massa dai fondi comuni agli ETF

Citigroup avverte che nei prossimi 10 anni ci potrebbe essere un trasferimento di denaro dai fondi comuni di investimento agli ETF negli Stati Uniti. Sulla base delle stime della banca americana, ciò riguarderebbe fino a quasi il 50% dell’ammontare totale attuale degli asset nei fondi. Secondo i dati rilasciati dall’Investment Company Institute (ICI), a fine 2023 i fondi comuni di investimento avevano un controvalore in termini di attività in portafoglio di 19.600 miliardi di dollari, più del doppio rispetto agli 8.100 miliardi di dollari degli ETF.

Citi ritiene che tra un decennio una quota tra i 6.000 e i 10.000 miliardi di dollari potrebbe spostarsi da un veicolo di investimento all’altro. “L’industria dell’asset management statunitense affronta chiaramente in un cambiamento di paradigma”, ha affermato Scott Chronert, responsabile globale della ricerca sugli ETF di Citi. “Le tendenze del flusso parlano da sole”.

Nell’ultimo decennio molti investitori sono stati attratti dagli ETF e hanno preferito trasferire il capitale che detenevano nei fondi comuni. Questo per vari motivi: le commissioni sono più basse in quanto non è richiesto l’intervento costante del gestore nelle scelte di investimento; gli strumenti sono più liquidi perché negoziati in Borsa e quindi l’investitore può venderli in qualsiasi momento, a differenza dei fondi la cui uscita non è immediata; c’è una maggiore efficienza fiscale grazie alla possibilità di differire le passività fiscali sulle plusvalenze accumulate. L’ICI ha riportato che in 9 degli ultimi 10 anni in USA ci sono stati deflussi netti dai fondi comuni di investimento – eccezion fatta per i fondi monetari – e afflussi costanti verso gli ETF.

Citigroup, i fondi pensione sono più difficili da attaccare

Tra i fondi comuni, quelli più difficili da “cannibalizzare” sono i conti pensionistici esentasse tipo i regimi a contribuzione definita 401(k) e i conti pensionistici individuali, osserva Citigroup. In tal caso, infatti, non ci sarebbe alcun vantaggio fiscale dagli ETF. Tuttavia, Citi mette in luce alcune tendenze che potrebbero far cambiare la situazione.

Una è quella relativa agli IRA (Individual Retirement Account), che permettono ai contribuenti di dedurre le proprie contribuzioni dalle imposte sul reddito. Dal 1995 a oggi, gli IRA sono passati dal 20% al 35% quanto a presenza negli asset pensionistici statunitensi, rileva Citi. Ciò è importante perché in genere questi istituti “sono di natura molto più aperta rispetto a un menù fisso di fondi e quindi gli ETF hanno una grande opportunità”, ha scritto Chronert. Negli ultimi 20 anni, invece, la quota dei fondi comuni è scesa di circa 10 punti percentuali al 40-45%, ha sottolineato Citi.

La seconda tendenza è il fatto che nei regimi 401(k) vi sono sempre più modelli di intermediazione autogestita, dove gli ETF rappresentano attualmente il 23% degli asset rispetto al 12% di 10 anni fa.

La terza tendenza è la maggiore preferenza da parte delle generazioni più giovani agli ETF piuttosto che ai fondi comuni di investimento, il che implica che i piani pensionistici dovranno tenere conto di questo sentiment.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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