Il commissario per l’Economia e la produttività Valdis Dombrovskis ha fornito una serie di indicazioni importanti agli Stati membri dell’Unione europea in merito a come finanziare le spese in difesa. La risposta dell’ex premier della Lettonia è arrivata in seguito ad un’interrogazione parlamentare depositata dall’eurodeputato greco Nikolaos Anadiotis del partito di estrema destra Niki, non appartenente ad alcun gruppo politico nel Parlamento europeo. Anadiotis ha chiesto a Dombrovskis quanto inciderà l’attivazione della clausola che sospende il patto di stabilità interno per finanziare le spese militari e stimolare gli investimenti nel settore. Nel 2024, i 27 Paesi dell’Ue hanno versato 343 miliardi di euro (l’1,9% del Pil) per la difesa, 106 dei quali spesi per investimenti. Nel 2025, il valore stimato è di 381 miliardi, di cui 130 per investimenti.
In questo articolo:
- Come finanziare le spese in difesa: la formula Dombrovskis
- La detassazione del lavoro
- Le imposte patrimoniali
- Le tasse ambientali
- La lotta all’evasione fiscale
Come finanziare le spese in difesa: la formula Dombrovskis
Spinto da numerose iniziative come il piano ReArm Europe/Readiness 2030, l’Edt (European Defence Fund) e il fondo di venture capital dedicato alle startup, il settore difesa europeo è chiamato ad innalzare la sua quota di spesa. Dombrovskis ritiene che la sospensione del patto di stabilità consenta di “garantire una transizione più fluida verso un livello strutturalmente più elevato di spesa per la difesa” senza gravare sui conti pubblici.
Secondo il nuovo quadro di governance economica dell’Ue, gli Stati membri possono attivare la clausola di salvaguardia per finanziare l’industria militare fino all’1,5% del Pil all’anno per massimo quattro anni, senza che ciò venga considerata una deviazione fiscale. La preoccupazione diffusa è che quest’aumento possa causare pressioni di bilancio, in particolare nelle nazioni con un elevato debito pubblico e sistemi di sicurezza sociale particolarmente vulnerabili.
L’economista lettone ritiene che la strada migliore per evitare di appesantire la situazione dei servizi di welfare e “alleviare, nel breve e medio termine, le pressioni di bilancio” sia “quella di migliorare la qualità delle finanze pubbliche, ad esempio spostando il mix fiscale verso fonti meno dannose per la crescita”. La ricetta di Dombrovskis, fondata sull’idea di ridefinire l’insieme delle politiche di tassazione, si basa su quattro punti chiave.
La detassazione del lavoro
Il primo consiglio è quello di ridurre le tasse sui redditi da lavoro e gli oneri fiscali per le imprese. La gestione strategica e la pianificazione sono considerate due leve fondamentali per ottimizzare il carico. È un tema centrale nel dibattito sulle politiche economiche nazionali e dell’Unione, essenziale per migliorare la competitività e per rafforzare la base tecnologica e industriale europea.
La razionalizzazione delle spese e il taglio del cuneo fiscale migliorano la competitività complessiva del sistema e rendono sostenibile l’emersione del lavoro regolare. Dombrovskis specifica che questa soluzione, nel quadro della flessibilità in deroga per l’aumento delle spese militari, cambia “a seconda delle priorità politiche e delle sfide specifiche di un dato Stato membro, ad esempio per quanto riguarda il suo livello di debito o le prospettive di crescita”.
Le imposte patrimoniali
La seconda indicazione è quella di aumentare il carico fiscale sui redditi, sugli immobili o sulle proprietà. L’introduzione di una imposizione fiscale che colpisce il patrimonio mobile e immobile (denaro, case, azioni, valori preziosi, obbligazioni) delle fasce più ricche della popolazione, è un tema scivoloso che torna ciclicamente nelle proposte per i governi nazionali ed espone la classe politica a decisioni impopolari.
L’obiezione più ricorrente ad una mossa del genere è quella legata alla fuga dei capitali all’estero, anche se diversi studi dimostrano che non c’è un effetto automatico e diretto tra la tassazione della ricchezza e il trasferimento di residenza e patrimoni verso Paesi con un prelievo più basso. Da tempo diversi politici chiedono una patrimoniale coordinata a livello europeo, ma questa ipotesi non è all’ordine del giorno nei piani dell’Ue.
Le tasse ambientali
Nel caso dell’ecotassa vige sempre il Polluter Pays Principle: chi inquina paga. Non ancora applicato uniformemente in tutta l’Ue, questo principio stabilisce che chi genera un danno ambientale ne è l’unico responsabile ed è chiamato a sostenerne tutti i costi di riparazione. Non solo accise sui carburanti e imposte verdi sull’energia elettrica: il gettito arriverebbe dalla tassazione di tutte le attività inquinanti.
Le imposte ambientali si applicano sugli impianti che minacciano l’integrità di aria, acque e suolo, sulla gestione dei rifiuti, sulla tutela della biodiversità e così via. Confartigianato ha rilevato in base ai dati Istat che in Italia il gettito delle imposte ambientali (su energia, inquinamento, trasporti e risorse) ammonta a 54,2 miliardi di euro, pari al 2,5% del Pil e superiore di 11,1 miliardi alla media dell’Unione europea.
La lotta all’evasione fiscale
L’evasione dell’Iva continua ad essere una sfida significativa per gli Stati membri dell’Unione. Limitare il mancato versamento dell’imposta attraverso il monitoraggio digitale e la cooperazione tra amministrazioni significa reperire risorse finanziarie fondamentali da destinare all’industria della difesa. I dati disponibili mettono in risalto una situazione critica che richiede interventi mirati e misure efficaci per contrastare questo fenomeno e ridurre le frodi fiscali.
L’edizione 2025 del report Vat Gap in Europe della Commissione europea, relativo al periodo 2019-2023, ha evidenziato una perdita di gettito pari a 128 miliardi dall’evasione complessiva dell’Iva nell’Ue. I cinque peggiori Paesi membri in questo campo sono Romania (30%), Malta (24,2%), Polonia (16%), Lituania (15,1%) e Italia, stimata al 15% dell’Iva evasa (più della media europea) per 25 miliardi non incassati.
L’Iva è una delle principali fonti di entrate per gli Stati comunitari: il gettito nel 2024 ha rappresentato il 7,1% del Pil dell’Unione e il 15,5% delle entrate pubbliche totali. Un’evasione di 128 miliardi significa il 9,5% del totale Iva dovuto. Un pacchetto antielusione, accompagnato da detassazione del lavoro, tasse verdi e patrimoniali, è il modo individuato da Dombrovskis per contenere l’impatto sui bilanci degli Stati e prepararsi a una crescita strutturale della spesa per la difesa.









