Resistere per non cedere, contrattaccare per non cadere nelle mani del “nemico”. È così che Commerzbank sta cercando di preservare la sua indipendenza e resistere in tutti i mondi all’avanzata costante della “straniera” Unicredit, guidata dal comandante Andrea Orcel.
Il terreno però è insidioso: utili in decrescita, costi che salgono, aliquote fiscali che mordono, e insieme, però, un impegno – molto concreto – verso gli azionisti: buyback, ritorni, riduzione del capitale azionario, posizionamento. Commerzbank non arretra e ha deciso di combattere una guerra di trincea pur di resistere a Unicredit, pronta, come dichiarato dallo stesso Orcel, ad arrivare “entro fine anno a circa il 30% di Commerzbank”. Esattamente il 29,9%, ossia appena sotto il 30%, soglia che farebbe scattare automaticamente un’opa obbligatoria.
I numeri di Commerzbank
Nel terzo trimestre del 2025 Commerzbank ha registrato un utile netto di 591 milioni di euro, in calo del 7,9%, rispetto ai 642 milioni circa dello stesso periodo dell’anno precedente. Gli analisti, come evidenziato da Reuters, attendevano circa 659 milioni, dunque la performance risulta al di sotto delle aspettative.
La ragione principale? Un’aliquota fiscale salita al 36% (dal 22% un anno prima) e costi operativi cresciuti del 5% “in buona parte per incremento delle spese di personale”, ha spiegato in una nota ufficiale la stessa banca tedesca. Non è certo un segno di debolezza, ma nemmeno un trionfo da sbandierare: in un contesto di forte trasformazione e di resistenza alla “fusione futura” con Unicredit, ogni numero assume un peso simbolico.
Eppure non manca una nota di ottimismo. Evidenziata sia dall’aver alzato le previsioni per margine d’interesse nel 2025 fino a 8,2 miliardi di euro, rispetto agli 8 miliardi stimati in precedenza, sia dalla stesse parole dell’a.d. Bettina Orlopp: “Abbiamo generato un notevole slancio negli ultimi 12 mesi. Il livello di rendimento che abbiamo raggiunto ora costituisce la nuova base di riferimento per la crescita futura. Per l’intero anno puntiamo a distribuire un dividendo interessante e abbiamo anche presentato domanda per il prossimo riacquisto di azioni proprie”.
Peraltro, nei primi nove mesi del 2025 la banca parla di un risultato operativo da 3,44 miliardi di euro, con un incremento rispetto all’anno prima di circa 601 milioni. Tale risultato ha generato quelle premesse che – nel linguaggio del management – servono per “rafforzare la posizione indipendente” contro il pressing di un potenziale acquirente. Aspetto che va letto insieme a un contesto di trasformazione più ampio: nei primi sei mesi del 2025 le entrate sono salite del 13% a circa 6,1 miliardi di euro, la commissione netta è aumentata, e il rapporto costi/ricavi migliorato fino al 56% rispetto al 59% dell’anno precedente.
Tra tagli e buyback per resistere a Unicredit
Attenzione: questi risultati sono realizzati in un contesto di costi di ristrutturazione e di riduzione del personale (la banca aveva già annunciato l’intenzione di tagliare circa 3.900 posti entro il piano di trasformazione), elemento che pesa sul sentiment e sulla narrativa più che sui numeri immediati. Insomma: Commerzbank dice “guardate, posso stare in piedi da sola”, ma in parallelo l’ombra di Unicredit si allunga e il bilancio non è ancora perfetto. Anche se dalla sua c’è il governo tedesco che da sempre si è opposto all’ascesa della banca italiana.
Qui viene il punto che merita la lente d’ingrandimento: Commerzbank ha annunciato che il programma di riacquisto di azioni proprie fino a 1 miliardo di euro, iniziato il 25 settembre 2025, si concluderà non oltre il 10 febbraio 2026. In contemporanea, è stata inoltrata richiesta per un’ulteriore tranche “fino a 600 milioni di euro” di buyback addizionale. In altre parole: la banca sta mettendo sul tavolo cifre significative per restituire capitale agli azionisti, ridurre la base azionaria e dunque potenzialmente elevare l’utile per azione. Un messaggio forte in chiave “valore per l’azionista”.
In precedenza, già nel corso del piano di ristrutturazione, la banca aveva completato un primo buyback da circa 600 milioni di euro, corrispondente al 3,278% del capitale azionario (38,837,806 azioni) con prezzo medio attorno a 15,45 euro. Per il 2024 il piano di restituzione al capitale (dividendo + buy-back) prevedeva un payout del 70% del risultato netto dopo coupon AT1.
Perché un buyback così massiccio? Per più ragioni: innanzitutto per “fare la voce grossa” verso l’esterno e dire che Commerzbank è capace di generare cash flow e ritorni agli azionisti. In secondo luogo, perché un programma di riacquisto azionario riduce il numero di azioni in circolazione e dunque migliora il calcolo dell’utile per azione, rafforzando la posizione di mercato. Ultimo, ma non meno importante, perché nel contesto specifico della “minaccia” (o proposta) di fusione con Unicredit, il buyback diventa un messaggio strategico: guardate, possiamo valorizzarci da soli, non abbiamo bisogno di essere agganciati, anzi: vogliamo restare indipendenti.
Non è un dettaglio tecnico. In questo scenario l’effetto simbolico è fortissimo: la banca tedesca mostra che può effettuare grandi restituzioni di capitale, che può attirare l’attenzione degli investitori, e che la combinazione “ristrutturazione interna + ritorno agli azionisti” è il pilastro della sua difesa. La reazione degli azionisti però non è stato affatto positiva. Al momento della scrittura infatti il titolo sta cedendo quasi il quattro per cento.









