I conti del quarto trimestre di Crédit Agricole offrono una fotografia nitida di una banca che continua a beneficiare di ricavi elevati e di una solida redditività operativa, ma che al tempo stesso si trova pienamente coinvolta nelle dinamiche del consolidamento bancario europeo e, in particolare, italiano. Il calo dell’utile trimestrale è infatti legato a un effetto contabile connesso all’aumento della partecipazione in Banco Bpm, che rappresenta oggi uno dei dossier più sensibili del risiko bancario.Un quadro che resta condizionato dall’applicazione della Legge Capitali e dalle diverse strategie adottate dai principali gruppi coinvolti.
In questo articolo:
- Crédit Agricole, l’impatto Banco Bpm pesa sul trimestre
- La scalata di Crédit Agricole in Banco Bpm
- Il nodo della Legge Capitali
- Risiko bancario: a che punto siamo?
Crédit Agricole, l’impatto Banco Bpm pesa sul trimestre
Nel quarto trimestre Crédit Agricole ha registrato un utile netto in calo del 24% a 1,63 miliardi di euro, rispetto ai 2,15 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente. A incidere è stato un onere di primo consolidamento pari a 607 milioni di euro, contabilizzato dopo il superamento della soglia del 20% nel capitale di Banco Bpm, che ha imposto il passaggio al metodo del patrimonio netto. Si tratta di un aggiustamento non ricorrente e privo di impatti di cassa, che ha temporaneamente offuscato ricavi trimestrali saliti dell’1,6% a 9,97 miliardi di euro.
Su base annua, l’utile netto è sceso marginalmente dello 0,2% a 7,07 miliardi di euro, mentre i ricavi hanno raggiunto un massimo storico di 28,08 miliardi, in crescita del 3,3%. Il Consiglio di amministrazione ha proposto un dividendo di 1,13 euro per azione, in aumento del 3%, segnale della valutazione del management secondo cui l’impatto legato a Banco Bpm non ha natura strutturale. La banca stima, infatti, che la partecipazione possa generare contributi ricorrenti per circa 100 milioni di euro a trimestre a partire dal 2026. Sul fronte operativo, i costi del quarto trimestre sono aumentati del 4,7% a 4,10 miliardi di euro, portando il rapporto costi/ricavi al 58,9%. Il costo del rischio si è attestato a 35 punti base su base mobile a quattro trimestri, con un rapporto tra crediti deteriorati e impieghi stabile al 2,4% e un tasso di copertura del 71,5%. La posizione patrimoniale resta solida, con un Cet1 dell’11,8% per Crédit Agricole e del 17,4% a livello di gruppo.
La scalata di Crédit Agricole in Banco Bpm
A gennaio la banque verte ha ottenuto dall’autorità di vigilanza di Francoforte l’autorizzazione a salire fino al 24,9% del capitale di Banco Bpm e, alla luce dell’innalzamento della soglia opa previsto dal nuovo Testo unico della finanza, fino al 29,9%. Il via libera è tuttavia accompagnato da una condizione stringente: Crédit Agricole non potrà assumere il controllo né esercitare la governance dell’istituto. Il gruppo francese ha ribadito di non avere intenzione di acquisire il controllo di Banco Bpm e di mantenere la partecipazione al di sotto della soglia che farebbe scattare l’offerta pubblica di acquisto obbligatoria.
Crédit Agricole ha potuto rafforzare la propria presenza beneficiando di un contesto politico e regolatorio favorevole, in una fase in cui il governo italiano era impegnato a contrastare l’operazione di mercato avviata da Unicredit sull’istituto guidato da Giuseppe Castagna. L’ingresso nel perimetro del patrimonio netto ha reso visibile nei conti l’impatto dell’operazione, ma ha anche aperto il tema della governance. L’amministratore delegato Olivier Gavalda ha precisato che l’obiettivo resta quello di ottenere una rappresentanza nel consiglio di amministrazione proporzionata alla quota detenuta. Dal lato italiano, Banco Bpm ha avviato una revisione delle proprie regole di governance che prevede un rafforzamento del ruolo degli azionisti di minoranza qualificati, in coerenza con le modifiche introdotte dalla Legge Capitali.
Il nodo della Legge Capitali
I movimenti di Crédit Agricole si inseriscono in un quadro più ampio, con il risiko bancario che potrebbe proseguire anche nel 2026, dopo un 2025 particolarmente movimentato. Al momento, tuttavia, l’attenzione degli osservatori finanziari è concentrata sulle difficoltà applicative della Legge Capitali, approvata nel marzo 2024. La normativa, pensata per ridimensionare il ruolo delle liste dei consigli di amministrazione uscenti, sta incontrando ostacoli significativi nei casi di Banco Bpm e di Monte dei Paschi di Siena. Le modifiche statutarie richieste dalla legge sono oggi al vaglio del regolatore europeo, la Banca centrale europea, che sta valutando l’impatto delle nuove regole sulla stabilità e sul governo delle banche. Il contesto resta fortemente intrecciato alle partite aperte su Generali, considerata un asset strategico per il sistema finanziario italiano. Il governo, attraverso il Mef guidato da Giancarlo Giorgetti e con il ricorso ai poteri speciali, continua a esercitare un ruolo rilevante nel disegno degli equilibri futuri.
Risiko bancario: a che punto siamo?
In questo scenario, le principali banche del Paese continuano con le loro mosse o non mosse. Intesa Sanpaolo osserva il risiko da una distanza che non è solo strategica, ma quasi strutturale. Nel corso della presentazione dei risultati 2025 e del nuovo piano 2026-2029, l’amministratore delegato Carlo Messina ha escluso qualsiasi preoccupazione rispetto ai movimenti in corso, sottolineando come la dimensione del gruppo rappresenti un fattore di forza tale da collocarlo su un piano diverso rispetto agli altri operatori. Eventuali operazioni straordinarie restano circoscritte a un ambito molto specifico, quello delle reti di promotori finanziari, senza aperture verso operazioni di consolidamento bancario tradizionale.
Unicredit, al contrario, sta ridefinendo in modo più marcato la propria architettura industriale. L’accelerazione nell’uscita da Amundi ha generato nel solo 2025 deflussi per circa 16 miliardi di euro e rappresenta un tassello chiave nella strategia dell’amministratore delegato Andrea Orcel. In questo contesto si inseriscono anche le indiscrezioni su un possibile dialogo con Unipol per una partnership rafforzata nella bancassurance. Una joint venture dedicata, focalizzata su vita, unit-linked e prodotti di protezione, consentirebbe a Unicredit di integrare competenze assicurative e rete bancaria, mantenendo al tempo stesso l’autonomia sulle altre linee di business.
Sul fronte del wealth management, il settore del private banking italiano sta già mostrando segnali di tensione dopo il cambio di controllo di Mediobanca. Secondo quanto riportato dal Financial Times, circa una dozzina di banchieri senior dell’istituto milanese ha lasciato la banca per approdare in Deutsche Bank, intenzionata a rafforzare la propria presenza nel segmento più redditizio della gestione dei grandi patrimoni. Il movimento si inserisce nel clima di incertezza seguito all’acquisizione di Mediobanca da parte di Monte dei Paschi di Siena, completata a fine 2025. Il riassetto ha già avuto effetti visibili ai vertici.
A ottobre è uscito di scena l’amministratore delegato Alberto Nagel e, nelle settimane successive, una parte significativa del team di private banking, inclusi quattro managing director, ha scelto di lasciare l’istituto. Alla base delle uscite, secondo fonti citate dal Financial Times, pesa il diverso posizionamento strategico: Mps non è storicamente un operatore centrale nel wealth management, mentre Mediobanca vanta relazioni consolidate con famiglie imprenditoriali e clientela ad alto patrimonio. Un capitale relazionale che rende i suoi banchieri particolarmente appetibili per la concorrenza internazionale. Nei prossimi mesi, Monte dei Paschi sarà chiamata a sciogliere un nodo cruciale: procedere verso un’integrazione piena, con un possibile delisting di Mediobanca, oppure mantenere due entità distinte sotto un’unica regia industriale.









