Crédit Agricole sale in Banco Bpm: le altre partite in corso del risiko bancario

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Pochi giorni dopo aver incassato il via libera della Bce, Crédit Agricole ha superato la soglia del 20% di Banco Bpm, portando la partecipazione al 20,104% attraverso la conversione di strumenti finanziari pari a circa lo 0,3%. Un passaggio che arriva all’apertura di una stagione decisiva per il sistema bancario italiano: quella dei rinnovi dei consigli di amministrazione, delle assemblee e delle riscritture statutarie. È in questo contesto che il rafforzamento della banque verte diventa una chiave di lettura più ampia sul riposizionamento dei poteri, ben oltre il perimetro di Piazza Meda.

 

In questo articolo:

 

  • Banco Bpm, tra ok della Bce e la scalata di Credit Agricole
  • Mps, Mediobanca e il confronto sulla governance
  • Unicredit e Generali restano alla finestra…per ora

 

Banco Bpm, tra ok della Bce e la scalata di Credit Agricole

L’autorizzazione di Francoforte consente a Crédit Agricole di spingersi teoricamente fino al 24,9% del capitale e, con l’innalzamento della soglia d’opa previsto dal nuovo Tuf, fino al 29,9%. Ma il via libera è accompagnato da una condizione chiara: i francesi non potranno assumere il controllo né la governance dell’istituto. Un vincolo che sposta il confronto su un terreno più sottile, quello delle regole e degli equilibri interni al consiglio. Non a caso, il tema è tornato al centro del dibattito nei giorni dell’esecutivo Abi, mentre a Milano il board del Banco è impegnato a mettere a punto le modifiche statutarie in vista del rinnovo primaverile. L’amministratore delegato Giuseppe Castagna ha evitato prese di posizione sul ruolo dei soci francesi, limitandosi a ricordare che la lista del cda resta “la strada maestra”, anche alla luce delle modifiche introdotte dalla legge Capitali.

Il passaggio chiave è fissato per il 23 febbraio, quando l’assemblea degli azionisti sarà chiamata a pronunciarsi sulle nuove regole di governance. Le modifiche varate dal consiglio a fine dicembre hanno una doppia anima: da un lato recepiscono gli interventi normativi sulla lista del cda, dall’altro ridisegnano gli equilibri interni aumentando da tre a sei i posti riservati alle minoranze. Una scelta che incide direttamente sulla futura composizione del board e che, secondo fonti legali, richiederà il voto assembleare. È in questo spazio che si colloca il ruolo di Crédit Agricole, oggi primo socio, mentre sullo sfondo anche l’Antitrust osserva le mosse della banca francese per verificare l’assenza di un controllo di fatto, dopo l’ok condizionato della Bce.

 

Mps, Mediobanca e il confronto sulla governance

Se Banco Bpm rappresenta il fronte della governance regolata, Monte dei Paschi di Siena resta il punto più sensibile del risiko bancario. Oggi il consiglio di amministrazione della banca senese avvia formalmente la procedura per la stesura della lista in vista del rinnovo primaverile, insieme alla nomina dell’head hunter e alla discussione sulle modifiche al regolamento proposte dal comitato nomine. Il calendario è particolarmente serrato: il 4 febbraio è convocata l’assemblea straordinaria chiamata a deliberare sui cambiamenti statutari, mentre incombe la richiesta della Bce di presentare entro sei mesi dalla chiusura dell’ops su Mediobanca un nuovo piano industriale.

È in questo contesto che si inserisce la scelta di escludere l’ad Luigi Lovaglio dalla fase di formazione della lista, decisione motivata con l’esigenza di tutelare la banca rispetto alle ipotesi di concerto oggetto di indagine da parte della Procura di Milano per aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza in relazione all’operazione su Mediobanca. Una mossa che riflette la delicatezza del momento e che contribuisce a rendere più complesso il percorso di rinnovo della governance. Tuttavia, qualche giorno fa, Reuters ha riportato un presunto orientamento favorevole del ministero dell’Economia alla conferma di Lovaglio. Una ricostruzione che va però letta alla luce delle posizioni ufficiali: se è vero che un mese fa il ministro Giancarlo Giorgetti ha espresso apprezzamento per l’operato dell’amministratore delegato, è altrettanto vero che il Mef è ormai sceso sotto il 5% del capitale e ha ribadito la volontà di mantenere un profilo da socio silente. In ogni caso, un eventuale appoggio politico non equivale automaticamente a una riconferma dell’amministratore delegato. Anche perché il confronto resta interamente interno al consiglio.

Se da un lato Delfin, primo socio con il 17,5%, ha ribadito pieno sostegno al top management e al percorso di rafforzamento della banca, dall’altro il gruppo Caltagirone, commentando le indiscrezioni sul presunto ruolo del Tesoro, ha precisato che “il cda di Mps sta ancora discutendo l’eventuale regolamento per la formazione della lista dei consiglieri” e che, prima di assumere una posizione, attenderà l’esito dell’assemblea e delle consultazioni eventualmente previste. Al momento, le divergenze riguardano soprattutto il futuro assetto di Mediobanca. Lovaglio spinge per una fusione con Piazzetta Cuccia, seguita dallo scorporo delle attività di banca d’investimento e private banking, destinate a continuare in un’entità autonoma con il marchio Mediobanca. Nell’ipotesi di un’integrazione completa, Piazzetta Cuccia verrebbe delistata e la partecipazione in Generali confluirebbe direttamente nel perimetro di Monte dei Paschi di Siena, aprendo un confronto sul futuro assetto di un asset considerato strategico dal mercato. All’interno del board, tuttavia, una parte dei consiglieri preferirebbe mantenere la società quotata, lavorando su un incremento del flottante fino al 30-35%.

 

Unicredit e Generali restano alla finestra…per ora

Resta defilata Unicredit. L’amministratore delegato Andrea Orcel ha smentito in modo netto ipotesi di nuove acquisizioni domestiche, mentre il presidente Pier Carlo Padoan ha escluso un ritorno di interesse su Monte dei Paschi di Siena. L’eventuale ingresso di Unicredit in un istituto ancora partecipato dal Mef, protagonista della scalata a Mediobanca su cui è in corso un’inchiesta della Procura di Milano e, al tempo stesso, primo azionista di Generali, resta dunque confinato al piano delle suggestioni di mercato.

Uno scenario che avrebbe potuto inaugurare una seconda fase del risiko bancario, dopo l’ondata che nel 2025 ha già ridisegnato gli assetti della finanza italiana e sostenuto le valutazioni dei titoli coinvolti. Il mercato ha aperto la settimana metabolizzando le smentite arrivate da Piazza Gae Aulenti e dalla holding della famiglia Del Vecchio. Orcel ha definito “pura invenzione” l’interesse per il 17,5% di Mps in mano a Delfin, mentre quasi in contemporanea la holding lussemburghese ha ribadito la propria natura di investitore di lungo periodo, confermando il «pieno sostegno» all’attuale gestione. Tuttavia, il quadro di apparente stabilità è stato scosso dalle indiscrezioni d’oltremanica: il Financial Times ha riportato l’esistenza di rapporti definiti tesi tra l’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio e il socio di riferimento Francesco Gaetano Caltagirone, riaprendo il confronto sul futuro assetto della banca senese.

In fondo alla partita resta Generali. Il Leone osserva, mentre le decisioni che maturano a Siena e in Piazzetta Cuccia continuano a ridefinire gli equilibri del sistema. Generali rappresenta il fulcro del risparmio italiano, il punto di intersezione tra Mediobanca, fondazioni e grandi azionisti privati. Intervenire su questo assetto non significa soltanto modificare una catena partecipativa, ma incidere su uno dei delicati equilibri su cui si regge l’intero sistema finanziario nazionale.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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