Il terzo polo che non c’è: Unicredit smentisce le voci su Mps, ma il risiko continua

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Anno nuovo, storie vecchie. O meglio, storie ancora una volta da riscrivere. Il risiko bancario, grande protagonista del panorama economico del 2025, è pronto a occupare un ruolo di particolare importanza anche nel 2026. Coinvolgendo difatti sempre gli stessi attori, ma con una trama diversa. Un obiettivo diverso, come in una nuova stagione di una serie tv. D’altronde, ogni mossa va letta non per ciò che è, ma per ciò che prepara. E le indiscrezioni sempre più insistenti su un possibile interesse di Unicredit per Monte dei Paschi di Siena si collocano esattamente in questo solco: non sono un fulmine a ciel sereno, ma il punto di emersione di una dinamica che covava da tempo sotto la superficie. Un po’ come il sottosopra immaginato da Netflix in Stranger Things tanto per rimanere in tema serie.

 

In questo articolo:

 

  • Unicredit – Mps: tra smentite e ipotesi
  • L’evoluzione di Mps e le mosse di Unicredit
  • Il fallimento del terzo polo?
  • Le stagioni vissute dal sistema bancario nazionale
  • Unicredit, Intesa Sanpaolo, Generali e… il tempo

 

Unicredit – Mps: tra smentite e ipotesi

Anche se Unicredit in una nota ufficiale ha appena definito “le voci e il clamore riguardo alla partecipazione in Mps sono di natura speculativa e ingiustificate, così come lo sono le ipotesi relative al presunto interesse nell’acquisto di altre partecipazioni”, per comprenderne davvero la portata di questa potenziale operazione occorre allargare lo sguardo. Limitarsi a ragionare in termini di aggregazione industriale o di opportunità finanziaria sarebbe riduttivo. Qui è in gioco qualcosa di più profondo: la struttura futura del sistema bancario italiano, il rapporto tra finanza e politica, il ruolo dei grandi azionisti privati e, soprattutto, il destino di quell’idea di “terzo polo” che per anni ha rappresentato una sorta di chimera del capitalismo nazionale.

Mps è ancora una volta il centro simbolico di questa partita. Non perché sia la banca più grande o la più solida, ma perché è la più carica di significati. Rocca Salimbeni è stata il paradigma del fallimento, il caso-scuola di una gestione dissennata, l’emblema di un intreccio perverso tra finanza e politica. È stata salvata dallo Stato, ristrutturata, ridimensionata. Oggi è una banca più piccola, più snella, con conti finalmente presentabili. Ma resta una banca incompiuta, in cerca di un destino definitivo.

Luigi Lovaglio è stato l’uomo della transizione. Chiamato a Siena con il compito di rimettere in piedi un istituto che molti davano per spacciato, ha lavorato per riportarlo dentro i binari della normalità. Ha tagliato costi, razionalizzato la struttura, ridotto i rischi. Il suo mandato, però, non è mai stato pensato come un approdo finale. Era, fin dall’inizio, un mandato a termine, un ponte verso una soluzione industriale più ampia. Il fatto che oggi la sua permanenza non sia più così scontata è il segnale che quel ponte sta per essere attraversato. Soprattutto dopo l’indagine avviata dalla Procura di Milano, che sta verificando nei confronti dei tre architetti dell’operazione Mediobanca, Lovaglio stesso, Caltagirone e Milleri, i reati di aggiotaggio e ostacolo all’attività di vigilanza nei confronti di Consob, Bce e Ivass.

 

L’evoluzione di Mps e le mosse di Unicredit

Qui entra in scena Unicredit. Andrea Orcel non è un banchiere che ama le mosse impulsive. La sua carriera è costruita su operazioni studiate, su un timing accurato, su una profonda conoscenza dei mercati e dei centri di potere. Il dossier Mps lo conosce da anni. Nel 2021 fu a un passo dal chiudere l’operazione, salvo poi tirarsi indietro di fronte a condizioni che riteneva penalizzanti per i suoi azionisti. Quella scelta gli costò critiche, soprattutto sul piano politico (evidenziate lo scorso anno con l’applicazione del golden power che ha difatti bloccato la scalata a Banco Bpm), ma consolidò la sua reputazione di manager attento alla creazione di valore.

Oggi il contesto è radicalmente cambiato. Mps non è più il problema sistemico di allora. Il Tesoro è ancora azionista, ma con una strategia di uscita dichiarata, anche se senza fretta come dichiarato dalla premier Meloni. Il mercato guarda a Siena non più come a un pozzo senza fondo, ma come a un asset potenzialmente contendibile. In questo quadro, un ingresso di Unicredit – anche graduale, anche sotto forma di partecipazione strategica – assumerebbe un significato che va ben oltre il perimetro della singola operazione. Perché se Unicredit si muove, il terzo polo muore. O quantomeno viene definitivamente archiviato come progetto credibile.

 

Il fallimento del terzo polo?

L’idea di aggregare banche medie per creare un soggetto alternativo ai due grandi campioni nazionali è stata per anni una sorta di mantra. Banco Bpm, Mps, Bper, talvolta Crédit Agricole Italia (che sta aumentando la sua quota in Banco Bpm): i nomi cambiavano, la logica restava la stessa. Creare massa critica senza finire schiacciati da Intesa Sanpaolo e Unicredit. Ma il tempo ha lavorato contro questa ipotesi.

Ogni anno che passa rende più difficile costruire un soggetto intermedio davvero competitivo. Le dimensioni contano sempre di più, la regolamentazione è sempre più onerosa, la tecnologia richiede investimenti enormi. In questo scenario, l’ingresso di Unicredit in Mps sarebbe la certificazione di un fallimento strategico: il sistema italiano non è riuscito a generare un terzo grande attore, e ora si avvia verso un assetto sostanzialmente bipolare. Bipolare, però, non significa semplice. Perché i due giganti non sono simmetrici.

Intesa Sanpaolo è una banca profondamente domestica, radicata nel territorio, con una posizione dominante nel risparmio gestito e nell’assicurativo. Unicredit è una banca europea, con una forte presenza in Germania e nell’Europa centro-orientale, più esposta ai cicli internazionali. Questa asimmetria è la chiave per capire perché il confronto tra i due non si tradurrà necessariamente in uno scontro frontale, ma piuttosto in una competizione indiretta, fatta di mosse laterali e di equilibri sottili.

 

Unicredit, Intesa Sanpaolo, Generali e… il tempo

Anche in questo contesto, come in ogni battaglia del risiko bancario, Generali diventa il vero scontro simbolico. Non a caso Carlo Messina, numero uno di Intesa,  ha dichiarato apertamente che sconsiglierebbe Orcel dal muoversi sul Leone di Trieste. Non è una frase buttata lì. È un messaggio. Generali è il cuore del sistema del risparmio italiano, il perno attorno a cui ruotano Mediobanca, le fondazioni, i grandi azionisti privati. Mettere in discussione quell’equilibrio significa toccare nervi scoperti.

Se Unicredit entrasse contemporaneamente in Mps e cercasse un ruolo attivo su Generali aprirebbe un fronte di conflitto difficilmente gestibile. Ed è qui che il risiko bancario si intreccia definitivamente con quello finanziario e politico. Perché attorno a Generali ruotano interessi che vanno ben oltre il settore assicurativo.
Il ruolo di Delfin è centrale. La holding della famiglia Del Vecchio è stata negli ultimi anni uno dei principali motori silenziosi del capitalismo finanziario italiano. Presente in Mediobanca, in Generali, in Mps, Delfin ha rappresentato una sorta di ago della bilancia. Ma oggi quella centralità appare meno solida. Francesco Milleri, che ne è il volto operativo, sembra aver perso parte dello smalto accumulato negli anni, complice il clima mutato dopo le vicende legate al tentativo di scalata a Mediobanca e alle attenzioni delle autorità di vigilanza.

In questo nuovo contesto, la possibile riduzione o dismissione della quota in Mps da parte di Delfin assume un significato preciso. È il segnale che una stagione si chiude. Che il tempo delle manovre silenziose potrebbe lasciare spazio a un assetto più chiaro, meno ambiguo. E questo spazio potrebbe essere occupato proprio da Unicredit. Accanto a Delfin c’è il gruppo Caltagirone, altro grande protagonista delle partite finanziarie degli ultimi anni. Anche qui il legame con la politica è evidente. I rapporti con l’attuale governo, il ruolo nelle dinamiche che ruotano attorno a Generali, la capacità di influenzare il dibattito pubblico rendono ogni sua mossa particolarmente significativa. Il risiko bancario e finanziario italiano non può essere letto senza tenere conto di questo sfondo politico.

Il governo Meloni, pur dichiarandosi meno interventista rispetto al passato, osserva con attenzione. Il Tesoro è ancora dentro Mps, e ogni decisione su Siena ha inevitabilmente una valenza politica. L’orizzonte del 2026, con le sue incognite elettorali e istituzionali, rende il quadro ancora più delicato. Nessuno vuole trovarsi a gestire un dossier esplosivo in piena campagna elettorale. Ecco perché il tempo diventa una variabile cruciale. Il risiko bancario italiano non è mai rapido. È fatto di attese strategiche, di finestre che si aprono e si chiudono. I rinnovi dei consigli di amministrazione, le scadenze regolamentari, le condizioni di mercato: tutto concorre a definire il momento giusto. Unicredit può preparare il terreno, ma difficilmente agirà senza una combinazione favorevole di fattori.

 

Le stagioni vissute dal sistema bancario nazionale

Se si guarda indietro, il sistema bancario italiano ha vissuto almeno tre grandi stagioni. La prima, quella della finanza pubblica e delle banche di interesse nazionale, in cui la politica esercitava un controllo diretto e spesso invasivo. La seconda, inaugurata dalle privatizzazioni degli anni Novanta, dominata dal ruolo di Mediobanca come architetto silenzioso degli equilibri, capace di tenere insieme industria, assicurazioni e banche attraverso una fitta rete di partecipazioni incrociate. La terza, quella attuale, nasce dalla crisi finanziaria globale e dall’intervento della vigilanza europea, che ha progressivamente eroso gli spazi di manovra discrezionale, imponendo logiche di mercato, requisiti patrimoniali stringenti e una visione continentale.

Il cosiddetto terzo polo era, in fondo, un tentativo di adattare il modello della seconda stagione a un contesto che appartiene ormai alla terza. Un progetto che guardava all’interno, mentre le forze che modellano il sistema guardano sempre più all’esterno. La Banca centrale europea, con il suo approccio prudenziale, non ha mai visto con particolare favore soluzioni ibride o costruite più per esigenze politiche che per reale sostenibilità industriale. Berlino e Parigi, ciascuna con i propri campioni nazionali, osservano l’Italia come un mercato che deve razionalizzarsi, non come un laboratorio di equilibri creativi.

In questo senso, l’eventuale ingresso di Unicredit in Mps sarebbe perfettamente coerente con una logica europea: rafforzare un gruppo già sistemico, ridurre le aree di fragilità, evitare la proliferazione di soggetti medi che rischiano di diventare anelli deboli in caso di shock. È una logica che può non piacere sul piano politico o simbolico, ma che si inserisce in un disegno più ampio di stabilità continentale.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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