C’è una bomba da 100 mila miliardi di dollari che si muove silenziosa nello shadow banking americano, molto più pericolosa del debito pubblico e delle bolle crypto o AI. È qui, secondo Maurizio Novelli, gestore del Lemanik Global Strategy fund, che potrebbe nascere la prossima crisi finanziaria. Una crisi che si innesta in uno scenario in cui Stati Uniti, Europa e Cina spingono sull’espansione fiscale e avviano, di fatto, una nuova fase di repressione finanziaria.
In un suo recente commento afferma che il mondo stia andando verso una nuova fase di repressione finanziaria Quali sono i fattori in gioco che la spingono a formulare questa ipotesi?

“È abbastanza evidente che allo stato attuale la crescita Usa dipende prevalentemente dallo stimolo fiscale e che il finanziamento della politica fiscale americana dipende in modo prevalente dal risparmio estero. Il problema è che anche Europa, Cina e Giappone sono ormai dipendenti dagli stimoli fiscali per sostenere la crescita. In un contesto globale dove le principali aree economiche devono spingere sul debito pubblico per sostenere la crescita ed evitare una recessione, la competizione globale per le risorse necessarie a finanziare l’espansione del debito cresce in modo esponenziale. In questo scenario, è abbastanza probabile che si implementeranno normative volte a favorire l’allocazione del risparmio interno su asset finanziari domestici. Questo trend sta già emergendo nel Regno Unito, dove il governo si prepara a imporre una percentuale di allocazione minima ad asset finanziari domestici ai fondi pensione. Gli Stati Uniti, durante l’amministrazione Biden, hanno spinto alla liquidazione degli investimenti finanziari di istituzioni americane in Cina, minacciando sanzioni e procurando un disinvestimento massiccio dalla Borsa di Hong Kong. I cinesi hanno sensibilmente ridotto gli investimenti esteri per questioni di sicurezza nazionale, così come i flussi degli investimenti esteri in Cina si sono fermati. Credo che anche l’Europa si adeguerà a tale tendenza e andrà nella direzione di un mercato unico dei capitali per finanziare le crescenti esigenze fiscali espansive dettate dai piani di sviluppo Ue”.
Un paio di settimane fa il presidente del World economic forum, Borge Brende, ha detto che “potremmo assistere a delle bolle in movimento. Una è la bolla delle criptovalute, la seconda riguarda l’intelligenza artificiale, la terza quella del debito”. Quale potrebbe esplodere prima e quale la spaventa di più?
“Più che bolle in movimento direi che mi sembrano ben piazzate sopra le nostre teste e non hanno nessuna voglia di spostarsi. La maggiore preoccupazione riguarda il debito, ma non certamente quello pubblico, che può disporre di un supporto delle Banche centrali con un eventuale ritorno al quantitative easing in caso di necessità. Il problema serio è il debito privato speculativo creato in oltre 14 anni di tassi a zero negli Stati Uniti. Private equity, venture capital, private credit, commercial real estate e credito al consumo subprime ai massimi storici, sono il vero problema nascosto nello shadow banking system statunitense che, con una dimensione di 100 mila miliardi di dollari, espone il sistema a rischi molto più elevati rispetto a quelli del 2008. Attualmente abbiamo oltre 13.000 miliardi di credito altamente speculativo in circolazione (50% del Pil), la cui solvibilità è altamente critica, nel 2008 erano 4.400 miliardi (25% del Pil). Occorre considerare che le ultime due crisi finanziarie (2001 e 2008) sono state provocate da eventi di credito nello shadow banking system, procurando poi un contagio ai mercati ‘pubblici’ (Borse e corporate bond). Non mi stancherò mai di ripetere che chi non conosce le dinamiche del credito dello shadow banking system Usa, un settore che vale 100.0000 miliardi di dollari (400% del Pil), non sa quasi nulla della finanza americana. In ogni caso la prossima crisi partirà ancora una volta da questo settore”.
Le conseguenze quali sarebbero?
“Non molto diverse da quelle del 2008-2010, anche se questa volta l’epicentro non saranno le banche ma fondi pensione, società assicurative, private credit, private equity e private market in genere. La situazione è già attualmente piuttosto critica ma per ora, grazie al fatto che queste istituzioni sono esentate dal mark to market, non emergono perdite sistemiche”.
Nel suo commento parla anche di deglobalizzazione finanziaria. Cosa significa?
“Il concetto è strettamente collegato al rischio dell’introduzione del controllo dei capitali o dell’imposizione di obbligare a investire su asset finanziari nazionali”.
Quello che tratteggia è uno scenario ineluttabile?
“Non credo che attualmente siamo in grado di implementare politiche fiscali di contenimento o riduzione del debito pubblico senza procurare una brutta recessione, quindi la strada mi sembra abbastanza definita. Allo stato attuale, proprio per il potenziale rischio di una crisi finanziaria negli Stati Uniti procurata dallo shadow banking system, i policymaker hanno deciso di perseguire politiche reflazionistiche tramite il supporto fiscale a oltranza. Credo che tale strategia porterà comunque a gonfiare ulteriormente debito e bolle speculative generando grande instabilità finanziaria prospettica”.
Come ci si salva?
“Occorre ripensare il sistema. Meno soldi per la finanza speculativa e più risorse per l’economia reale. Le politiche fiscali dovrebbero essere mirate a sostenere i redditi reali per stimolare la domanda tramite il reddito e non con il credito al consumo. Oggi i consumi Usa finanziati dal debito sono pari al 25% di tutti consumi interni contro il 12% del periodo precedente il 2008. Sono necessarie maggiori tasse per le grandi società che ora non pagano quasi nulla. La corporate america contribuisce all’1% di tutte le entrate fiscali degli Stati Uniti. Occorre tassare i buyback per spingere le aziende a favorire gli investimenti nell’economia e non nelle proprie azioni. Dal 2010 le società quotate hanno speso 5.000 miliardi di dollari per acquistare le proprie azioni in Borsa, un valore pari al 20% del Pil Usa attuale. Potrebbero sembrare politiche economiche di ‘sinistra’, ma probabilmente sono politiche economiche di buon senso. Tutti coloro che lavorano nella finanza sono perfettamente consapevoli che il sistema non potrà reggere ancora per molto con queste politiche, tuttavia nessuno ora può modificare questo instabile equilibrio senza procurare una recessione”.









