La Cina ha aperto uno spiraglio per dialogare con gli Stati Uniti per porre termine all’escalation della guerra commerciale, ma solo a certe condizioni. Il botta e risposta tra Washington e Pechino delle ultime settimane sembra diventato insostenibile e rischia di creare gravi danni all’economia delle due superpotenze. Il governo cinese, dopo aver accusato di “bullismo” commerciale il presidente americano Donald Trump, ha ribadito di essere disposto ad andare avanti fino in fondo nel conflitto in corso.
Nelle ultime ore, le autorità cinesi hanno ordinato alle compagnie aeree nazionali di sospendere gli ordini di velivoli dal gigante statunitense Boeing. La mossa è l’ennesima ritorsione. Il governo Usa, dal canto suo, ha bloccato l’esportazione in Cina di alcuni chip di intelligenza artificiale da parte di colossi come Nvidia e Amd.
Attualmente i dazi americani sui beni di importazione cinesi sono arrivati al 145% (125% reciproci e 20% legati al fentanyl), a cui si aggiungono le tariffe preesistenti del 100% relative alle auto elettriche. I prelievi cinesi sulle merci importate dagli Stati Uniti sono giunti invece al 125%. Per avere una misura dell’escalation della guerra commerciale, basti pensare che prima del 2 aprile – giorno in cui Trump ha annunciato per la prima volta i dazi reciproci – le tariffe sulla Cina erano solo del 20% e quelle cinesi sulle merci Usa andavano dal 10% al 15% e solo su alcuni prodotti.
Dazi: le condizioni dettate dalla Cina per dialogare
Dopo l’ultimo botta e risposta, Trump aveva detto di attendere un contatto da Pechino per iniziare un dialogo per trovare un accordo. Il presidente cinese Xi Jinping si è mostrato riluttante a sedersi al tavolo con Trump, evidenziando disappunto per l’approccio del capo della Casa Bianca. Secondo quanto riferito da persone vicine al governo cinese, tuttavia, c’è la possibilità di un passo indietro se verranno accettate alcune condizioni.
In primo luogo, “maggiore rispetto per la Cina, contrariamente a quanto accaduto recentemente con le osservazioni denigratorie dei membri del gabinetto di Trump”. Anche se non sono stati esplicitati commenti specifici, il riferimento è chiaramente a quando dichiarato dal vicepresidente statunitense, JD Vance, secondo cui gli Stati Uniti prendono a prestito soldi dai “contadini cinesi” per poi comprare i loro prodotti agricoli. L’espressione non è piaciuta a Pechino, che l’ha considerata “ignorante e irrispettosa”, come riportato la scorsa settimana dal portavoce del Ministero degli esteri cinese Lin Jian. In termini pratici, qual è la richiesta della Cina? Secondo la fonte, i funzionari cinesi chiedono a Trump di esercitare un controllo sui membri della sua amministrazione e prendere le distanze dalle dichiarazioni sul Paese asiatico. “Se il presidente Usa non sconfessa certe opinioni, vuol dire che sottoscrive le posizioni dei suoi collaboratori”, ha riferito la fonte.
La seconda condizione è che Washington affronti le preoccupazioni della Cina sull’attuazione di politiche volte a sopprimerne la modernizzazione. Un esempio emblematico è la stretta sui chip di prima fascia e su altre tecnologie avanzate da cui la Cina è stata estromessa. Inoltre, c’è la preoccupazione per la sicurezza nazionale, in particolare con riferimento a Taiwan. Da tempo il Dragone rivendica l’isola come parte del suo territorio e, se necessario, ricorrerebbe all’azione militare per impadronirsene. Le persone vicine alla questione hanno detto che al momento non ci sarà alcuna azione provocatoria su Taiwan, se non in risposta ad azioni provocatorie subite.
In terzo luogo, il Dragone chiede che gli Stati Uniti nominino una persona di fiducia del presidente Trump per gli eventuali colloqui. Non importa chi sia tale persona, ma deve “parlare e agire con l’autorità di Trump”. I negoziati dovranno culminare in un incontro al vertice tra i leader delle due superpotenze che suggelli la realizzazione di un accordo.
Si attende ovviamente la replica degli Stati Uniti, ma alcuni esperti ritengono che la strada sia difficile da percorrere. È improbabile che i negoziati portino a una de-escalation significativa”, ha affermato Michelle Lam, economista della Grande Cina presso Société Générale SA. “C’è un po’ più di chiarezza su ciò che la Cina vorrebbe: rispetto, coerenza e una persona di riferimento. Quindi ora la palla è nel campo degli Stati Uniti”.









