Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha messo in agitazione il mondo economico-finanziario a fronte del rischio di imposizione di dazi commerciali generalizzati. L’incubo delle nazioni oggetto delle tariffe è che ciò possa far calare le vendite negli Stati Uniti. Gli americani sono invece preoccupati di un ritorno dell’inflazione. I dazi più elevati, infatti, potrebbe spingere le aziende statunitensi trasferire il maggiore costo degli input ai consumatori finali, alimentando in questo modo il carovita.
Ieri, nella giornata dell’inaugurazione del secondo mandato alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump ha annunciato che a partire da febbraio due dei principali partner degli USA – Messico e Canada – saranno colpiti da dazi del 25%. Beni come automobili, birra e abbigliamento probabilmente subiranno un rincaro dei prezzi.
La Cina e l’Europa per il momento sono state risparmiate, ma la tregua potrebbe non durare. Pechino è sotto minaccia di tariffe del 60% già nell’immediato, se ByteDance non si affretterà a vendere la popolare app di video brevi TikTok negli Stati Uniti. Il Vecchio continente potrebbe subire la stessa sorte – anche se con dazi fino al 20% – se non acquisterà più gas e petrolio dagli Stati Uniti.
Dazi Trump: è davvero allarme inflazione?
A sollevare il timore che i dazi di Trump possano innescare meccanismi inflazionistici è Nicolai Tangen, amministratore delegato di Norges Bank Investment Management, il più grande fondo sovrano del mondo. In occasione del World economic forum di Davos, il gestore ha affermato che l’inflazione sarà uno dei rischi per i mercati finanziari. “Potrebbero esserci meno manodopera e più tariffe dagli Stati Uniti, il che spingerà l’inflazione”, ha affermato. Tutto questo, secondo Tangen, potrebbe comportare tassi di interesse elevati per periodi più lunghi, accompagnati da alti livelli di debito pubblico e tensioni geopolitiche.
In tale contesto, il rischio principale per Wall Street risiede nell’elevata concentrazione del mercato nelle azioni delle società tecnologiche a grande capitalizzazione. Tuttavia, “per molte aziende l’arrivo di Trump potrebbe essere positivo dal punto di vista finanziario”, ha precisato Tangen. Il manager sottolinea come il fondo da lui gestito abbia più della metà del patrimonio investito negli Stati Uniti. “Quando parliamo con gli amministratori delegati americani, vediamo tanto entusiasmo”, ha aggiunto riferendosi al riflesso in Borsa del ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Della stessa opinione è Sergio Ermotti, amministratore delegato di UBS. Sempre all’evento di Davos, il top manager della più grande banca svizzera ha dichiarato che “i dazi probabilmente non aiuteranno l’inflazione americana a scendere”, come vorrebbe la Federal Reserve per tagliare i tassi di interesse. Il calo di questi ultimi potrebbe quindi essere bloccato e le sforbiciate della Banca centrale americana potrebbero fermarsi a due, stando agli ultimi verbali della riunione di dicembre, mentre a settembre dello scorso anno le prospettive erano per quattro riduzioni.
Il contesto di tassi più alti potrebbe finire per avvantaggiare le banche americane rispetto a quelle europee, ancor più se Trump dovesse avviare una deregolamentazione del settore. Di questo però Ermotti non è convinto: “Non credo che vedremo molta deregolamentazione”, ha detto. Più che altro, “è molto importante non ottenere una nuova regolamentazione non necessaria”, ha aggiunto.









