Donald Trump ha tramortito i mercati finanziari in questo inizio settimana, annunciando dazi contro Messico, Canada e Cina. A partire da domani, i due Paesi nordamericani saranno colpiti da una tariffa del 25%, mentre il Dragone subirà un prelievo del 10%. Questo a meno di clamorosi dietrofront conseguenti a un accordo dell’ultimo minuto. Trump ha dichiarato che la mossa è una conseguenza diretta della “grave minaccia” rappresentata dalla migrazione di massa attraverso i confini di Canada e Messico, nonché dall’ingresso negli Stati Uniti del fentatyl, in cui sarebbe coinvolta anche la Cina.
Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha annunciato ritorsioni per un valore complessivo di 106 miliardi di dollari. Le misure prevedono una tassazione del 25% sui prodotti americani importati dal Canada, quali birra, vino, succhi di frutta, profumi, capi di abbigliamento, scarpe, elettrodomestici, attrezzature sportive, legname e plastica. Anche il presidente messicano Claudia Sheinbaum ha detto di voler rispondere energicamente all’azione di Trump. Così come il governo cinese, anche se ancora i piani di rappresaglia devono essere dettagliati. In buona sostanza, è in corso una guerra commerciale, i cui effetti potrebbero essere rilevanti. Le aziende USA infatti hanno inviato in Canada, Messico e Cina cumulativamente merci per 763 miliardi di dollari nei primi 11 mesi del 2024. Di queste merci, una quota del 17% è stata acquistata dal Canada, il 16% dal Messico e il 7% dalla Cina.
Dazi Trump: i settori colpiti e quelli al riparo
Dalle tariffe imposte dall’amministrazione Trump, alcuni settori usciranno con le ossa rotte, mentre altri sono stati risparmiati, almeno per il momento. Tra i grandi perdenti vi è sicuramente l’automotive. Le Big three di Detroit – Ford, General Motors e Stellantis – sono le case automobilistiche che verosimilmente subiranno il danno maggiore avendo stabilimenti in Canada, Messico e Cina. Secondo Daniel Roeska, analista di Bernstein, circa il 40% di auto e camion venduti da Stellantis negli Stati Uniti proviene da Messico e Canada, mentre i totali di General Motors e Ford corrispondono rispettivamente al 30% e al 25%.
Non sono solo le auto importate a pesare ma anche i componenti per la realizzazione delle stesse, che vengono prodotti soprattutto in Messico. L’effetto potrebbe consistere in un calo delle vendite di veicoli negli Stati Uniti e di un aumento dei prezzi per i consumatori. Ciò “potrebbe dare una spinta competitiva alle case automobilistiche sudcoreane e giapponesi che vendono nel mercato statunitense”, ha detto Roeska. L’alternativa per le aziende a stelle e strisce è quella di spostare la produzione di alcuni modelli in USA oppure vendere ad altri mercati globali.
Un altro settore pesantemente colpito è quello alimentare. Il Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti ha riportato che nel 2023 più di 45 miliardi di dollari di prodotti agricoli messicani – tra cui fragole, lamponi, pomodori e carne bovina – sono stati importati dalle aziende americane. Mentre merci come carne bovina, suina, cereali, patate e colza sono arrivate dal Canada per un valore complessivo di 40 miliardi di dollari.
Infine, saranno sotto pressione le aziende che operano nel mercato dei materiali da costruzione, in quanto circa un terzo del legname utilizzato negli Stati Uniti viene importato dal Canada, mentre oltre il 20% delle importazioni di cemento proviene da Canada e Messico.
Tra i settori che si sono salvati dal ciclone Trump figura l’industria petrolifera. Ci sono state molte discussioni nelle ultime settimane circa l’opportunità di tassare il petrolio acquistato da Canada e Messico, visto l’impatto inflazionistico che ne sarebbe derivato. Oggi gli USA importano circa il 40% del greggio raffinato. Di questa cifra, il 60% è appannaggio del Canada e l’11% del Messico. Mettere dazi anche in quell’area molto probabilmente farebbe salire il costo alla pompa di benzina e questo è un aspetto molto sensibile a qualsiasi amministrazione americana.









