Dazi Usa, facciamo chiarezza: perché l’Ue vuole i dazi di Trump al 15%

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La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di ritenere illegittime alcune tariffe globali imposte dall’amministrazione Trump ha fatto esplodere, negli ultimi giorni, un mix di incertezza giuridica e tensione commerciale che ha acceso i riflettori su un tema che sembrava archiviato: i dazi Usa sulle merci europee e il destino dell’accordo raggiunto tra Washington e Bruxelles nel 2025.

 

In questo articolo: 

 

  • Dazi Usa, cosa è successo
  • La reazione di Trump e il botta e risposta con l’Ue
  • Chi paga davvero i dazi?

 

 

Dazi Usa, cosa è successo

Nel weekend la Corte Suprema ha stabilito che le tariffe imposte unilateralmente da Trump non erano supportate dalla legge federale, mettendo in discussione l’apparato giuridico su cui si reggevano le misure protezionistiche. La notizia ha subito generato uno scenario di incertezza politica e commerciale: i dazi, che erano stati fissati al 15% per le merci europee nell’ambito dell’accordo transatlantico, rischiano ora di essere rinegoziate o modificate, con conseguenze significative per esportatori e consumatori. Ma facciamo un passo indietro.

L’accordo del 27 luglio 2025 stipulato tra Ue e Usa non era un semplice compromesso nominale. Fissava un tetto tariffario “all‑inclusive” del 15% per le merci europee esportate negli Stati Uniti, eliminando tutte le tariffe aggiuntive precedenti e armonizzando le quote di importazione. Non si trattava di un numero arbitrario: il 15% rappresentava una media ponderata delle diverse aliquote, comprensiva di prodotti precedentemente soggetti a tariffe maggiori e a sistemi complessi come la Most Favoured Nation Clause americana (la Clausola della nazione più favorita è un principio cardine del diritto internazionale e commerciale che impone a un paese di estendere a tutti i partner commerciali i vantaggi, dazi o tariffe più favorevoli concessi a uno di essi).

L’intesa includeva anche trattamenti specifici per settori chiave come aeromobili, farmaci generici e prodotti agricoli, con l’obiettivo di garantire prevedibilità agli operatori e stabilità agli scambi. In altre parole, il tetto del 15% non era solo una cifra, ma la base di un equilibrio negoziale costruito per sostituire un sistema di dazi frammentato e spesso penalizzante per l’industria europea.

 

La reazione di Trump e il botta e risposta con l’Ue

La reazione di Donald Trump all’intervento della Corte Suprema è stata immediata e politicamente significativa. Il presidente americano ha dapprima annunciato un ritorno a una tariffa provvisoria al 10%, definendola un passo legale temporaneo, e successivamente ha rilanciato un nuovo regime al 15%, basato su strumenti giuridici alternativi. In realtà, questa sequenza rischia di generare instabilità sistemica: secondo gli esperti, un eventuale aumento fino al 20% per alcuni prodotti non è affatto remoto, e mette sotto pressione gli esportatori europei, in particolare italiani, che già si trovano a competere in un mercato strategico come quello 

La risposta dell’’Unione europea non si è fatta attendere. Come riportato da Reuters, la Commissione europea ha ribadito che “un accordo è un accordo”, sottolineando che gli accordi negoziati non possono essere modificati unilateralmente. Bruxelles ha chiesto chiarezza giuridica e prevedibilità, ricordando che la volatilità dei dazi non pesa solo sugli scambi, ma sulle catene globali del valore, sui mercati finanziari e sulle strategie industriali. Le contromosse previste includono la sospensione di alcune procedure di ratifica commerciale e possibili ritorsioni selettive. In questo quadro, l’Ue invoca il rispetto del patto originale del 2025, ma resta pronta a reagire se le tariffe Usa superassero la soglia concordata.

Dal lato dei mercati, l’incertezza pesa in maniera concreta. Rodrigo Catril, senior FX strategist di Nab, ha dichiarato all’agenzia di stampa americana che “a meno che non prevalga il buon senso, potremmo entrare in un processo circolare in cui vengono annunciate nuove tariffe, poi potenzialmente annullate, per poi annunciarne di nuove e ripetere la danza”. Questa continua sequenza di annunci e revisioni genera volatilità sui titoli delle società esportatrici, sui cambi valutari e sulle aspettative sugli utili, creando un circolo vizioso che grava su imprese e investitori. 

 

Chi paga davvero i dazi?

Un punto centrale, spesso trascurato, riguarda chi paga davvero i dazi. Parlando al 32szimo Congresso Assiom Forex a Venezia, Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, ha invitato a guardare oltre i titoli allarmistici e a comprendere chi ha davvero sopportato il peso delle tariffe statunitensi. Come riportato dall’Ansa, Panetta ha sottolineato che, contrariamente a molte narrazioni dominanti, “l’onere dei dazi finora è ricaduto soprattutto sull’economia statunitense”. Gli esportatori stranieri – ha aggiunto – hanno sostenuto solo una quota relativamente limitata del costo delle tariffe, stimata attorno al 10 per cento, mentre gran parte dell’onere è stato assorbito internamente dagli Stati Uniti attraverso una combinazione di riduzioni dei margini di profitto delle imprese americane e, successivamente, trasferimenti sui consumatori finali sotto forma di prezzi più alti sui beni importati o prodotti correlati.

Questa lettura, che scardina l’idea secondo cui i dazi gravino unicamente sui partner commerciali, come l’Europa, ha importanti implicazioni per l’analisi economica e politica. Panetta ha osservato che i dazi, pur essendo spesso presentati come strumenti per difendere l’industria domestica, non frenano necessariamente il commercio internazionale, ma “ne aumentano la complessità”, incidendo su costi, tempi di approvvigionamento e trasparenza delle catene del valore globali. Quanto dichiarato da Panetta non fa altro che seguire la convinzione del Dipartimento del Commercio e dell’Ufficio del Rappresentante al Commercio, secondo il quale le tariffe stiano alimentando l’aumento dei prezzi per i consumatori americani. Uno studio della Fed di New York ha infatti evidenziato che nel 2025 sono stati le aziende e i consumatori statunitensi a pagare quasi il 90% del costo legato alle tariffe.

 

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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