Negli ultimi giorni il mercato del credito Usa ha ricevuto avvertimenti di una intensità non comune. Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, ha usato un’immagine forte parlando di “scarafaggi” (cockroaches) che emergono nel sistema finanziario. “Quando vedi uno scarafaggio probabilmente ce ne sono altri”, ha dichiarato in una conference-call in cui il gruppo ha rilevato una svalutazione di circa 170 milioni di dollari legata al fallimento di Tricolor, società texana specializzata nella vendita di auto nuove e usate principalmente con concessione di prestiti subprime.
Secondo quanto riportato da Reuters, le dichiarazioni di Dimon hanno trovato d’accordo anche il governatore della Banca d’Inghilterra Andrew Bailey, che ha indicato che i recenti fallimenti di First Brands (colosso americano dei ricambi auto) e Tricolor potrebbero essere “canarini nella miniera”, annunciando stress test estesi al credito non bancario britannico. Due immagini – gli scarafaggi e i canarini – che descrivono lo stesso concetto: segnali precoci di un’infezione sistemica che potrebbe covare sotto la superficie di un’economia apparentemente solida.
Le due crepe nel credito Usa Tricolor e First Brands
Tricolor Holdings, nata in Texas nel 2007, finanziava la vendita di auto usate a clienti con basso merito creditizio. A settembre ha presentato istanza di fallimento con un passivo superiore a 1,5 miliardi di dollari, lasciando dietro di sé una lunga catena di crediti non rimborsati.
First Brands Group, produttore di componenti automobilistici, ha chiesto la protezione del Chapter 11 poco dopo, travolta da un debito oltre il miliardo. I due casi non sono collegati, ma appartengono allo stesso contesto: quello del credito “privato”, o private credit, un mercato che negli Stati Uniti vale ormai più di 2mila miliardi di dollari e che opera in gran parte al di fuori della vigilanza bancaria tradizionale. Bailey ha colto il nesso: “Questi episodi non vanno presi isolatamente. Potrebbero anticipare problemi più ampi nel sistema del credito non bancario. Non stiamo parlando di una crisi, ma di segnali che non possiamo ignorare”.
Peraltro, come evidenziato dal The Guardian, lo stesso Dimon ha avvertito che la mancanza di trasparenza e il fatto che alcuni prestatori (in particolare quelli che operano al di fuori dell’ambito bancario tradizionale) non abbiano gli stessi standard degli istituti regolamentati e questo rappresenta un fattore di rischio. In questo quadro, quindi si inserisce un terzo filone di inquietudine che riguarda i cosiddetti “debiti invisibili” negli Stati Uniti. Prestiti che, per condizioni, contesto o modalità di erogazione, restano in una zona d’ombra della trasparenza finanziaria e della vigilanza.
Dagli scarafaggi di Dimon alle dichiarazioni di Solomon
Dopo Dimon, è stato il turno di David Solomon, amministratore delegato di Goldman Sachs, che ha provato a calmare le acque. In un’intervista rilasciata a Bloomberg Tv, Solomon ha affermato: “Non vediamo segnali di un deterioramento più ampio del credito. Si tratta di episodi isolati, non di indicatori di tensione sistemica”.
Peraltro, ha poi aggiunto “la nostra esposizione è limitata e i fondamentali complessivi del mercato del credito restano solidi”. Due toni opposti, ma non incompatibili. Dimon parla di prudenza, Solomon di proporzione. Il primo teme che il credito privato nasconda più vulnerabilità di quanto appaia; il secondo sottolinea che i casi di default non stanno ancora aumentando in modo generalizzato.
In realtà, entrambi riconoscono un fatto: il decennio dei tassi a zero ha generato una massa di credito erogato a condizioni che oggi non reggerebbero più. Con il costo del denaro al 5,5%, la qualità di molti bilanci – soprattutto nel segmento sub-prime e private credit – è inevitabilmente sotto pressione
Le ombre dei prestiti invisibili
Un’analisi di The New Republic descrive un’America in cui l’indebitamento dei consumatori e delle piccole imprese si è spostato verso canali difficili da tracciare. Mutui frazionati, buy now pay later, linee di credito integrate in app e fintech non regolamentate: tutti strumenti che ampliano l’accesso al debito ma sfuggono ai radar statistici tradizionali.
Secondo le stime, la somma di questi prestiti “fuori bilancio” potrebbe superare i 1.400 miliardi di dollari, una quota che non compare nelle rilevazioni ufficiali della Federal Reserve sul credito al consumo. “Questa è la parte sommersa dell’iceberg”, scrive Daniel Strauss. “Una porzione crescente del debito americano è invisibile ai regolatori e ai policymaker. Finché l’economia cresce, resta silente. Ma in caso di shock, il rischio di contagio sarebbe immediato”.
Peraltro, il non-bank credit americano, l’universo che va dai fondi di private equity alle piattaforme fintech, rappresenta oggi circa il 55% del credito corporate totale, secondo i dati della Fed. È una cifra storica, ma anche problematica: se la regolamentazione copre solo la metà del mercato, la capacità di monitorare shock e correlazioni si riduce drasticamente. Bailey, nella sua audizione a Westminster, ha spiegato che “la vulnerabilità maggiore non è la leva, ma l’opacità”.
In altre parole: non sappiamo chi deve a chi, e in che misura. Negli anni di tassi bassi, questa invisibilità era un vantaggio competitivo; oggi è un rischio sistemico. Anche Dimon ha espresso un concetto simile: “Il problema non è un nome o un titolo specifico. Il problema è ciò che non vediamo. L’assenza di trasparenza amplifica il rischio più del debito stesso”.
L’effetto contagio e il nodo europeo
Il parallelo con la crisi dei mutui del 2008 è inevitabile, ma non perfettamente calzante. Allora il rischio era concentrato nelle banche e nei derivati cartolarizzati, oggi si annida nel credito privato, nei fondi di debito e nelle strutture fuori bilancio. La differenza è che la regolamentazione post-Lehman ha blindato le banche ma ha lasciato ampio margine agli attori non bancari.
Per l’Europa e per l’Italia il tema non è astratto. Molti fondi di private credit europei hanno esposizioni dirette su mid-corporate americane, e una parte dei risparmi istituzionali italiani – assicurazioni, casse previdenziali, fondi pensione – è investita in veicoli di debito alternativo.
Un’eventuale crisi di liquidità o di fiducia negli Stati Uniti potrebbe quindi ridurre il valore di quei portafogli e restringere le condizioni di finanziamento per le imprese europee.
Il rischio di contagio, dunque, non è solo finanziario ma psicologico: un improvviso cambio di percezione sul valore del credito “invisibile” basterebbe a far salire i premi per il rischio anche nel Vecchio continente. “Non siamo di fronte a un nuovo 2008”, ha ribadito Bailey, “ma a un contesto di vulnerabilità diffusa che non possiamo più considerare marginale”.
La BoE avvierà entro fine anno un esercizio esplorativo sul credito alternativo, coinvolgendo grandi banche, assicurazioni e fondi britannici. L’obiettivo è quantificare l’interconnessione tra finanza regolata e non regolata. È una mossa che in passato mancava: nel 2007, nessuna autorità disponeva di dati completi sui derivati sub-prime; oggi si tenta di evitare quell’errore. “La trasparenza”, ha detto Bailey, “è il primo strumento di stabilità”.









