Dividendi azioni: perché rialzo rendimenti T-Note non è una minaccia

Dividendi azioni: perché rialzo rendimenti T-Note non è una minaccia

Dividendi azioni: perché rialzo rendimenti T-Note non è una minaccia

La scorsa settimana i rendimenti obbligazionari dei Treasury Bond a 10 anni sono scesi all’1,56% dopo un periodo di rialzi continui. I titoli di Stato americani decennali erano arrivati a rendere l’1,67%, vicino ai top di marzo dell’1,75%, sulle aspettative di inflazione più alta del previsto e quindi dell’imminente tapering della Federale Reserve. La riunione di questo mese da parte della Banca Centrale americana sarà cruciale in quanto si saprà con esattezza quando inizierà la stretta monetaria e quando il costo del denaro potrà essere ritoccato.

I prezzi stanno crescendo del 5,4% su base annuale, molto al di là del target che si è dato l’istituto monetario del 2-2,5%. Anche se Jerome Powell continua a sottolineare la temporaneità del fenomeno inflazionistico, un intervento per evitare il surriscaldamento dell’economia a questo punto risulta essere irrinunciabile. Di conseguenza è molto probabile che i rendimenti riprendano la strada per la risalita, secondo alcuni anche ben oltre il 2%.

 

Azioni con dividendi: conseguenze dal rialzo tassi

A questo punto gli investitori danno uno sguardo su quello che può succedere sul mercato. Tassi più alti significano costi di finanziamento più elevati per le aziende, in particolar modo per quelle che investono il capitale sulla crescita a medio-lungo termine. Giocoforza le azioni in Borsa di tali società potrebbero soffrirne l’impatto ed entrare tra le scelte di vendita degli operatori di mercato.

Un discorso va fatto però sulle azioni che pagano dividendi. Se i rendimenti obbligazionari crescono, il vantaggio competitivo della cedola azionaria scade allontanando l’investitore da quelle azioni. Prendendo a riferimento l’ETF SPDR S&P Dividend che replica la performance dell’S&P High Yield Dividend Aristocrats, ovvero l’indice che seleziona le società che hanno aumentato i dividendi per almeno 20 anni consecutivi, si può notare che lo spread tra il rendimento dell’ETF e i T-Note USA a 10 anni si è ridotto recentemente.

Questo conferma la relazione inversa tra rendimenti obbligazioni e azioni che pagano dividendi? Non del tutto. È importante dare il giusto significato all’andamento dei titoli di Stato sul mercato. Più precisamente, se i rendimenti salgono perché riflettono un’economia che sta andando meglio non necessariamente questa è una notizia negativa, anzi può essere il riflesso di una situazione economica solida.

Il mondo si sta riprendendo in questa fase da una terribile pandemia e l’economia dei Paesi si sta riscattando dopo oltre un anno di affossamenti. Uno studio effettuato da Keith Lerner, co-chief investment officer di Truist Advisory Services, dimostra come dagli anni ’50 ad oggi, sono state 15 le volte in cui il rendimento dei Treasury Bond decennali è aumentato di almeno l’1,5% dai minimi e l’S&P 500 è salito con un rendimento medio annuo del 12%.

 

Rialzo tassi: perché preferire le azioni con dividendi alle obbligazioni

I gestori non sembrano troppo preoccupati quindi del rialzo dei rendimenti e continuano a privilegiare le azioni con dividendo alle obbligazioni. Ad esempio il fondo JP Morgan Global Allocation ha aumentato le partecipazioni in azioni dal 65% al 68% da fine settembre. La ragione, afferma Phil Camporeale, uno dei gestori del fondo, è che le azioni che pagano le cedole consentono di ottenere un “rendimento totale.”

Il fondo inoltre non si aspetta un aumento dei tassi da parte della Fed prima della fine del 2022; in questo periodo l’inflazione dovrebbe viaggiare intorno al 2%-2,5% l’anno prossimo, in linea con gli obiettivi della Banca Centrale, mentre il PIL statunitense sarà circa del 4%. Il motivo è che gli effetti inflazionistici della riapertura delle attività col tempo tenderanno a diminuire. Questo potrebbe rappresentare sicuramente un vento favorevole per assumersi dei rischi sulle azioni, sentenzia Camporeale.

 

Inflazione? Investire sui titoli ciclici

E se l’inflazione dovesse persistere? Il problema a quel punto dovrebbe essere non tanto quello relativo ai titoli con dividendi, quanto quello che riguarda l’allocazione delle azioni. Richard Bernstein, Amministratore Delegato di Richard Bernstein Advisors, afferma che un’inflazione che dura più del previsto richiede uno smistamento di azioni in portafoglio, privilegiando quelli che sono molto sensibili alla crescita nominale, ossia incremento del PIL più inflazione, e che possono aumentare i dividendi per stare al passo con l’aumento dei prezzi. In sostanza, andrebbe lanciato uno sguardo tra quei titoli che fanno parte dell’indice S&P Dividend Aristocrats (ndr). Secondo Bernstein i settori ciclici come industria, materiali ed energia dovrebbero avere la priorità.

L’analisi è per grandi linee condivisa da Keith Lerner, co-chief investment officer di Truist Advisory Services, sebbene i settori ciclici su cui puntare sarebbero soprattutto quelli finanziario ed energetico. Questo perché le compagnie energetiche hanno la possibilità di trasferire gli aumenti dei prezzi delle materie prime ai consumatori finali e quindi di risentire meno degli effetti inflazionistici, mentre le banche saranno avvantaggiate dall’aumento dei tassi che ne consegue elevando il margine di interesse netto.

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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