Donald Trump è tornato alla Casa Bianca con la stessa reputazione che lo accompagna da decenni: quella dell’uomo d’affari, del costruttore, dello sviluppatore immobiliare capace di trasformare il proprio nome in un marchio globale. Prima ancora che presidente, prima ancora che leader politico, Trump è sempre stato soprattutto un uomo d’affari. E forse è proprio per questo che le ultime comunicazioni finanziarie depositate presso l’U.S. Office of Government Ethics hanno attirato così tanta attenzione a Washington e a Wall Street. Non soltanto per le dimensioni delle operazioni, ma per la loro natura e per il momento in cui sono state effettuate.
In questo articolo:
- Gli investimenti di Donald Trump nel primo trimestre
- L’investimento in Nvidia
- Gli altri investimenti di Trump: da Oracle a Dell
Gli investimenti di Donald Trump nel primo trimestre
Nel primo trimestre del 2026, infatti, i gestori che amministrano gli investimenti di Donald Trump hanno eseguito oltre 3.700 operazioni finanziarie. Un volume di trading che supera ampiamente quello registrato nei trimestri precedenti e che restituisce l’immagine di un portafoglio in forte movimento, orientato in larga misura verso alcuni dei nomi più importanti della tecnologia americana. Nvidia, Oracle, Dell Technologies, Microsoft, Amazon. Non semplici società quotate, ma aziende che oggi siedono al centro di dossier strategici per l’amministrazione americana: intelligenza artificiale, data center, semiconduttori, piattaforme digitali e competizione tecnologica con la Cina.
È qui che la vicenda diventa qualcosa di più complesso. Perché il tema non riguarda soltanto quanto abbia guadagnato o perso un portafoglio presidenziale. Riguarda piuttosto il rapporto, spesso ambiguo, tra potere politico e mercato. Le informazioni rese pubbliche dall’Office of Government Ethics mostrano un’intensa attività di compravendita realizzata attraverso conti gestiti da istituzioni finanziarie indipendenti. La Trump Organization, interpellata sulla questione, ha ribadito con fermezza una posizione già espressa in passato: né Donald Trump, né la sua famiglia, né la società avrebbero alcun ruolo nella selezione dei titoli o nella gestione del portafoglio. Gli investimenti, sostiene l’organizzazione, vengono amministrati in modalità discrezionale da diversi gestori professionali, senza preavviso al presidente e senza alcuna approvazione preventiva delle operazioni.
L’investimento in Nvidia
Il caso che ha attirato maggiore attenzione riguarda Nvidia, il colosso dell’intelligenza artificiale guidato da Jensen Huang che intanto domani pubblicherà i nuovi conti. Secondo i rapporti federali, i conti riconducibili al presidente Trump hanno acquistato almeno 1,75 milioni di dollari in azioni Nvidia nel trimestre, compresa un’operazione da circa 500 mila dollari effettuata il 6 gennaio. Fin qui nulla di straordinario: Nvidia è una delle società simbolo del boom dell’intelligenza artificiale e figura stabilmente nei portafogli di migliaia di investitori istituzionali.
Il contesto, tuttavia, rende l’operazione particolarmente sensibile. Pochi giorni dopo quell’acquisto, l’amministrazione americana ha aperto la strada all’invio verso la Cina dei chip H200 per l’intelligenza artificiale, una decisione osservata con attenzione dai mercati internazionali. E nelle settimane successive Trump ha addirittura invitato Jensen Huang a viaggiare a bordo dell’Air Force One durante una visita di Stato. Nessuna prova di coordinamento, nessun elemento che suggerisca interferenze dirette. Eppure la semplice sequenza temporale è bastata ad alimentare interrogativi e scrutinio mediatico. Forbes ha parlato apertamente di investimenti destinati ad attirare attenzione e polemiche, mentre la Cnbc ha evidenziato come il legame tra politiche industriali e partecipazioni finanziarie rappresenti uno dei nodi più delicati della nuova amministrazione.
Nvidia, del resto, non è un titolo qualsiasi. È uno dei principali terreni su cui si combatte la guerra tecnologica tra Washington e Pechino. E quando un presidente detiene esposizioni economiche in aziende coinvolte direttamente in queste dinamiche, il confine tra gestione patrimoniale e percezione di conflitto d’interessi diventa inevitabilmente più sottile.
Gli altri investimenti di Trump: da Oracle a Dell
Una dinamica simile emerge osservando Oracle. I documenti depositati mostrano oltre una dozzina di operazioni sul titolo, comprese vendite superiori al milione di dollari effettuate il 6 gennaio. Anche qui la coincidenza temporale ha alimentato il dibattito. Il 23 gennaio Oracle ha ufficializzato una partecipazione nelle attività statunitensi di TikTok, all’interno di un accordo favorito dal rinvio deciso da Trump sull’applicazione del divieto nei confronti della piattaforma cinese. La vicenda TikTok è ormai diventata uno dei simboli della competizione geopolitica digitale. Non riguarda soltanto un social network, ma dati, sicurezza nazionale e controllo tecnologico. E il fatto che Oracle sieda al tavolo di una delle partite più sensibili dell’amministrazione americana rende inevitabile osservare con particolare attenzione qualsiasi esposizione finanziaria collegata al presidente.
Ancora più interessante appare il caso Microsoft. Il 12 gennaio Trump aveva pubblicamente lodato l’azienda per l’impegno a contenere i costi energetici dei data center destinati all’intelligenza artificiale, arrivando a scrivere su Truth Social un messaggio di congratulazioni rivolto al gruppo. Poco meno di un mese dopo, il 10 febbraio, i conti presidenziali hanno liquidato almeno 5 milioni di dollari della partecipazione detenuta nel colosso fondato da Bill Gates. Qui la lettura si fa più sfumata. Non si tratta di un acquisto seguito da decisioni favorevoli, ma di una vendita successiva a dichiarazioni positive. Un movimento che potrebbe essere stato semplicemente determinato da logiche di ribilanciamento del portafoglio. Ma che allo stesso tempo mostra quanto oggi la politica americana e le Big Tech siano diventate mondi intrecciati.
Amazon e altri grandi nomi della tecnologia hanno registrato anch’essi movimenti significativi in portafoglio, segnale di una strategia fortemente concentrata sul comparto tecnologico e sull’ecosistema dell’intelligenza artificiale. Non sorprende, considerando che l’AI rappresenta ormai il principale tema di investimento globale. Sorprende piuttosto l’intensità dell’attività di trading. Dell Technologies offre un ulteriore tassello di questa storia. Il 10 febbraio i conti di Trump hanno acquistato azioni della società in un’operazione compresa tra uno e cinque milioni di dollari. Circa una settimana dopo, intervenendo davanti ai lavoratori siderurgici in Georgia, il presidente ha elogiato apertamente Michael Dell e la moglie, arrivando a invitare il pubblico a “uscire e comprare un computer Dell”.
La frase ha inevitabilmente riacceso un vecchio dibattito americano: fino a che punto un presidente può promuovere aziende private quando esistono partecipazioni finanziarie, anche indirette, nei medesimi titoli? È una domanda che accompagna da anni la figura di Trump e che oggi riemerge con forza. Non tanto perché esistano prove di illeciti – elemento che al momento non emerge dalle disclosure – ma perché la presidenza americana vive anche di simboli e fiducia istituzionale.
Storicamente, molti presidenti hanno cercato di separare in maniera rigorosa patrimonio personale e attività pubblica attraverso blind trust o strumenti assimilabili. Trump ha sempre seguito un approccio differente, preferendo affidarsi a strutture di gestione indipendente senza però recidere completamente il legame proprietario con i propri asset. Ed è proprio questo il cuore del problema. Come osserva anche il Wall Street Journal analizzando i nuovi strumenti finanziari e politici collegati all’amministrazione, la questione moderna non riguarda soltanto l’esistenza di un conflitto reale, ma il rischio che il mercato percepisca un vantaggio informativo o politico.









