C’è un indicatore che non compare nei bollettini delle banche centrali o nei modelli previsionali del Pil, eppure muove centinaia di miliardi, influenza i comportamenti di consumo e ridefinisce interi settori industriali. È l’economia della solitudine. Non più un tema da scienze sociali, ma un vero e proprio fenomeno, con costi misurabili, impatti sistemici e, per diversi motivi, un mercato emergente.
Per comprenderne la portata, bisogna partire da un paradosso che definisce il nostro tempo: mai come oggi siamo stati così connessi, e mai come oggi una quota significativa della popolazione dichiara di sentirsi sola. È una contraddizione che non riguarda soltanto la sfera privata, ma si traduce in numeri concreti, in inefficienze produttive, in spesa sanitaria, in nuove opportunità di business. In altre parole, in economia.
In questo articolo:
- Siamo sempre più soli
- Il valore dell’economia della solitudine
- Il fenomeno coinvolge soprattutto i più giovani
- L’economia della solitudine: quanto impatta in Italia nella vita di tutti i giorni
Siamo sempre più soli
Negli Stati Uniti, la solitudine è già stata quantificata come un costo macroeconomico di enorme portata. Secondo una recente analisi riportata da Fortune a opera di Fabio Bin, cofondatore e cmo di WeRoad, travel company del gruppo OneDay, l’impatto complessivo legato a isolamento sociale e alla solitudine sfiora i 406 miliardi di dollari annui, tra perdita di produttività, assenteismo e maggiori costi sanitari. Una cifra che, per ordine di grandezza, compete con interi comparti industriali e che rende evidente come il fenomeno non sia più marginale, ma strutturale.
Se si allarga lo sguardo all’Europa, il quadro non è meno significativo, anche se meno raccontato. Il primo grande sondaggio comparativo condotto dalla Commissione Europea, l’EU-Loneliness Survey del 2022, restituisce un’immagine precisa: circa il 13% degli europei dichiara di sentirsi solo “quasi sempre” o “sempre” nel corso delle settimane analizzate, mentre il 35% sperimenta la solitudine almeno “qualche volta”. Non si tratta di una minoranza residuale, ma di una porzione consistente della popolazione, trasversale per età, reddito e area geografica.
Questa diffusione ha implicazioni economiche immediate. La letteratura scientifica più recente, aggiornata al 2024 e 2025, ha iniziato a stimare i costi diretti e indiretti della solitudine. Alcune revisioni indicano che l’impatto economico annuale può variare tra 2 e oltre 25 miliardi di dollari per singoli sistemi nazionali, considerando spese sanitarie, perdita di produttività e servizi sociali. Tradotto su scala continentale, significa che l’Europa si confronta con un costo aggregato nell’ordine delle decine, se non centinaia, di miliardi.
Il valore dell’economia della solitudine
Il punto più interessante non è solo il costo. È il fatto che questo costo genera, per riflesso, un mercato. Perché laddove esiste un bisogno diffuso e non soddisfatto – in questo caso, il bisogno di connessione – si crea inevitabilmente domanda. Ed è proprio da qui che nasce quella che sempre più analisti definiscono “economia della solitudine”.
Si tratta di un insieme eterogeneo di settori che intercettano il bisogno di relazioni: turismo esperienziale, eventi, ristorazione, coworking, community locali, piattaforme social ibride, servizi di matchmaking non necessariamente romantico. Non sono industrie nuove, ma stanno cambiando funzione. Il loro valore non è più soltanto nel prodotto o nel servizio offerto, ma nella capacità di generare interazioni reali tra individui.
In questo senso, l’economia della solitudine è già oggi una parte significativa dell’economia globale. Il turismo, per esempio, vale oltre un trilione di dollari a livello mondiale; la ristorazione e l’intrattenimento generano a loro volta flussi economici giganteschi. Una quota crescente di questo valore è legata non tanto al consumo in sé, quanto alla dimensione relazionale che lo accompagna. Si va a cena da soli, si viaggia, si partecipa a eventi non solo per l’esperienza, ma per incontrare persone. Un fenomeno che, adesso, non è più un tabù o una vergogna proprio grazie all’idea di società come WeRoad che lo hanno normalizzato, trasformandolo in opportunità.
Il fenomeno coinvolge soprattutto i giovani
Il fenomeno è particolarmente evidente tra le generazioni più giovani. Gen Z e Millennials, pur essendo nativi digitali, mostrano livelli di solitudine elevati. Diversi studi indicano che sono proprio loro, paradossalmente, a sentirsi più isolati, nonostante un uso intensivo dei social media. Secondo dati Gallup aggiornati al 2025, i lavoratori più giovani sono quelli che riportano i livelli più alti di solitudine, con circa un dipendente su cinque a livello globale che sperimenta isolamento significativo e una concentrazione maggiore proprio sotto i 35 anni .
Questo si riflette direttamente nelle preferenze lavorative. Sempre secondo Gallup, solo il 23% della Gen Z preferisce il lavoro completamente da remoto, contro il 35% delle altre generazioni, proprio perché emerge una forte esigenza di interazione e relazione quotidiana. Il dato è ancora più esplicito nelle rilevazioni più recenti: il 27% dei lavoratori Gen Z dichiara di essersi sentito molto solo già nel giorno precedente, una quota quasi doppia rispetto alla Gen X .
Un’indagine condotta nel Regno Unito su migliaia di lavoratori mostra che circa il 40% dei giovani tra 16 e 24 anni si sente solo o isolato lavorando da casa, una percentuale significativamente più alta rispetto alle altre fasce d’età . È un dato che aiuta a spiegare un fenomeno controintuitivo: proprio la generazione cresciuta nel digitale è quella che più avverte il bisogno di contesto fisico e relazionale. Nel complesso, questi numeri raccontano una trasformazione profonda. La solitudine non è più soltanto una condizione individuale, ma una variabile che entra direttamente nelle dinamiche del lavoro: influenza la preferenza per il lavoro ibrido rispetto al remoto, incide sulla produttività e, soprattutto, sta diventando uno dei fattori nascosti dietro il turnover e la ricerca di nuovi impieghi.
L’economia della solitudine: quanto impatta in Italia nella vita di tutti i giorni
Allo stesso tempo, vivere da soli ha un costo reale e misurabile. Secondo i dati più aggiornati del Centro Studi Moneyfarm basati su elaborazioni Istat, la spesa media mensile per una persona che vive da sola in Italia è di circa 1.932 euro. Questo valore rappresenta circa il 68% della spesa media di una famiglia di due persone e il 58% di quella di una famiglia di tre persone, evidenziando come l’assenza di economie di scala renda il costo pro capite più elevato per i single rispetto ai nuclei più numerosi.
Nel confronto con chi convive, la differenza è ancora più chiara: studi Moneyfarm basati sui dati Istat indicano che chi vive da solo spende in media circa 564 euro al mese in più rispetto a una coppia che divide le spese. Questo scarto si concentra soprattutto sulle voci legate all’abitazione e alle utenze, che non si dimezzano semplicemente perché ci sono meno persone a sostenere i costi. Analizzando più in dettaglio alcune categorie di spesa, emerge che la differenza per l’abitazione e le utenze può arrivare a un incremento del 65% per i single rispetto a una coppia, mentre la spesa alimentare risulta circa il 27% più alta per chi vive da solo quando si considerano quantità e modalità di acquisto.
Questi dati mostrano in modo concreto che la solitudine non è soltanto un’esperienza emotiva, ma anche una condizione economicamente penalizzante, con un impatto diretto sulla capacità di risparmio e sulla sostenibilità del bilancio familiare.









