Economia green: ecco come la finanza potrà influire sull'ambiente
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Economia green: ecco come la finanza potrà influire sull’ambiente

Economia green: ecco come la finanza potrà influire sull'ambiente

L’economia green è un argomento molto dibattuto negli ultimi anni e ha avuto un crescente interesse soprattutto dopo l’avvento della pandemia. I Paesi di tutto il mondo si sono impegnati a ridurre nei le emissioni di CO2 nei prossimi anni per allinearsi agli accordi di Parigi del 2015 e abbassare il riscaldamento globale che minaccia seriamente il nostro pianeta. Tutto questo però si scontra con una realtà spietata, dove una terribile crisi energetica ha preso il sopravvento su tutto il resto e il ricorso ai combustibili fossili si mantiene più che mai vivo.

La guerra Russia-Ucraina ha esacerbato una situazione già di per sé preoccupante e il pericolo adesso è che molti degli intenti e degli impegni profusi a livello globale debbano essere rivisti, o quantomeno ritardati. Un ruolo importante potrà essere svolto dalla finanza, creando prodotti più sensibili a tematiche green e dirigendo gli investitori nelle loro scelte di portafoglio. Su questi temi abbiamo sentito Franco Mancini, country manager per l’Italia di Tabula Investment Management, asset manager focalizzato sul reddito fisso e che ha creato alcuni prodotti allineati agli accordi di Parigi.

 

Dottor Mancini, com’è la situazione a livello di economia green nel mondo?

C’è un forte commitment di grossa parte dell’economia mondiale di riportare il livello di emissioni globale entro il 2050 a come era nel 1990 e lo si è visto negli ultimi anni con gli accordi di Parigi e il COP26 di Glasgow. Questo dovrebbe portare il surriscaldamento del pianeta a 1,5° C in più rispetto al periodo pre-industriale. In questo contesto ci sono Paesi che si impegnano di più perché le economie sono meno dipendenti da attività inquinanti e altri che invece ancora sono strettamente legati a un’economia “nera”.

Il grosso passo si è visto dal punto di vista finanziario. Nel 2020 con la pandemia si è avuta maggiore consapevolezza, con una più elevata considerazione degli investimenti ESG nel proprio portafoglio. I fattori ESG sono proprio passati a essere un vero punto di riferimento per la finanza nel 2021. Ora, per spingere le attività produttive a essere meno inquinanti sicuramente si possono creare agevolazioni dal punto di vista fiscale, però le società vivono anche di equity e di debito, quindi da questo punto di vista il Regolatore sta facendo in modo di rendere più oneroso il debito per quelle aziende che non si comportano bene dal punto di vista dell’inquinamento climatico.

 

Alla luce di quanto venuto fuori dal COP26 di Glasgow però alcuni Paesi, cito Cina, India e Indonesia, sono ancora molto dipendenti dal carbone. Quindi ciò come si concilia con gli obiettivi dichiarati e con gli accordi di Parigi?

La dipendenza dai combustibili fossili per queste realtà verrà a scemare ma in modo molto lento. La Cina si sta impegnando a creare molte fonti di energie rinnovabili ma è un processo molto lungo perché si viene a determinare un braccio di ferro con la necessità di soddisfare le proprie esigenze energetiche. Anche in Europa, il Sustainable Finance Disclosure Regulation è stato posticipato di 6 mesi. Mentre la Germania doveva iniziare la dismissione delle centrali nucleari e l’ha rivista. Il Governo tedesco ha in programma di eliminare l’utilizzo dei combustibili fossili entro il 2035, però ha messo un altolà allo spegnimento di tutte le centrali nucleari.

 

A proposito di nucleare, potrebbe essere utile nella situazione attuale di crisi energetica, è quindi possibile che certe resistenze in Europa vengano rimosse?

Secondo me sì, perché è vero che il nucleare ha le scorie tossiche, ma ha anche delle argomentazioni valide e questo è il motivo per cui Francia e Germania continuano a mantenere attive le centrali. In pratica, i Paesi europei saranno costretti a riutilizzare il nucleare perché si sta vivendo una crisi delle materie prime che non è destinata a stornare, di conseguenza se si vuole ridurre la dipendenza da gas, carbone e petrolio, l’efficienza è nel nucleare.

 

Lei diceva che la Cina sta investendo molto nelle energie rinnovabili, però è anche vero che continua a mantenere un atteggiamento, passami il termine, ambiguo. Ecco, la domanda che mi pongo è: quanto sono vincolanti gli accordi di Parigi e il COP26?

In realtà ci sono stati grossi impegni, però non sono molto vincolanti. Cioè alla fine se qualcuno si tira indietro non sono previste delle sanzioni che lo penalizzano. Per questo, alcuni dubitano che il COP26 alla fine sia stato un successo. Quello che noi vediamo è ciò che sta facendo l’Europa ad esempio, la quale si era data degli impegni precisi ma sta realizzando che è molto difficile raggiungerli con quella tempistica. Anche il Regno Unito, che si era dato come obiettivo fino a un anno fa di eliminare la vendita di auto a combustione interna entro il 2030, ha capito che è un target impossibile da raggiungere. Quello che si può fare è di sensibilizzare il nostro business proprio dal lato investimenti e cercare di utilizzare la finanza per guidare questa evoluzione verde.

 

Proprio riguardo il discorso della finanza, la BCE ha mostrato una certa sensibilizzazione sul tema che stiamo affrontando e l’anno scorso ha stilato un piano di azione. Questo potrà servire a dare una svolta proprio dal punto di vista dell’economia green?

Per quello che vediamo noi le linee guida sono molto precise e ogni 6 mesi il framework si perfeziona sempre di più. Si cerca di avere una standardizzazione di quello che è il ranking green di una società, però il processo è molto lungo perché all’inizio sono state date delle indicazioni e ognuno ha dato una sua interpretazione. Vi sono le modalità di rilevazione per valutare il livello di emissione di CO2, ma ancora una vera standardizzazione non c’è, quindi il prossimo passo è quello di creare una delle regole di comportamento e di analisi standard.

Al riguardo noi abbiamo fatto un prodotto dove gli emittenti delle obbligazioni devono rientrare nei parametri del Paris Aligned Benchmark. Il PAB prevede che l’emittente debba avere un CO2 del 50% in meno rispetto alla media del settore e un 7% di riduzione annua. Ora, noi in questo portafoglio avevamo Volkswagen che rientra in questi parametri ma, quando siamo andati a presentare il prodotto agli investitori, alcuni ci hanno detto che MSCI ESG, società di rating di riferimento del settore, mette Volkswagen tripla B. Quindi non possono investire in quel prodotto. E la stessa risposta ci è arrivata da tanti. Questo nonostante l’azienda tedesca negli ultimi anni si sia svenata per ricostruirsi una reputazione dopo la vicenda della falsificazione delle emissioni.  Pertanto, siamo stati costretti a togliere l’emittente dal portafoglio. Con l’SFDR 2 che è slittato al 2023, si andrà ancora di più nel dettaglio.

 

Al riguardo l’SFDR 1 distingue tra 3 categorie di prodotto: i dark green (art.9) di cui fa parte l’ETF HY Bond Paris-Aligned Climate di Tabula, i light green (art.8) e i grey (art.6). Come si distinguono queste 3 tipologie?

Intanto va fatto notare che queste 3 tipologie sono autocertificazioni. Un art.6 non include nella policy d’investimento alcun tipo di sostenibilità. Quindi puoi avere un fondo che investe in settori come le armi, il tabacco e il carbone. Un art.8 promuove obiettivi ambientali e/o sociali, ma non è l’obiettivo principale del fondo. Un art.9 ha delle metodologie ben precise con un fine di investimenti sostenibili.

 

Immagino che un art.6 però metterebbe l’emittente del fondo in cattiva luce agli occhi degli investitori, o no?

Qui bisogna distinguere. I fondi governativi sono per il 95% art.6 per la SFDR. Poi ne stanno nascendo alcuni con criteri ESG ma ancora quasi interamente tali fondi ricadono in quella categoria. Le società invece che non mettono alcun filtro sostenibile o ambientale si tagliano un pò le gambe dal punto di vista dell’audience.

 

Dottor Mancini, mi dà 3 motivazioni perché un investitore dovrebbe comprare l’ETF HY Bond Paris-Aligned Climate di Tabula?

Allora, primo perché hai un approccio standard investment grade che segue l’accordo sul clima di Parigi. In secondo luogo hai la stessa esposizione di un prodotto non art.9, intendo che hai una duration di portafoglio molto simile e una performance addirittura superiore, con una correlazione con un prodotto art.6 del 99,8%. Terzo, se la SFDR avrà l’effetto preposto nel medio-lungo termine, quelle società che seguono criteri ESG avranno un costo del debito inferiore alle società che non lo fanno. Quindi, quando si andranno a rifinanziare lo faranno a condizioni migliori. Che poi in fondo è l’obiettivo dell’SFDR, vale a dire far pagare di più il debito alle società che non si impegnano.

 

Ultima domanda prima di chiudere, come vede il futuro dell’economia green, anche alla luce di tutto quello che sta succedendo in questo periodo?

Vedo una forte accelerazione verso un’economia sempre più green, anche se alla fine si pagherà soprattutto in termini di inflazione. Non si torna indietro comunque, con l’inflazione che sarà una tematica per il prossimo decennio e anche più.

 

Quindi se dovesse azzardare una previsione, quando è che l’economia diventerà veramente green?
Se mi dici quando l’obiettivo net zero sarà raggiunto, ci stanno almeno 10 anni di ritardo.

 

Quindi se ne parla nel 2060?
Direi di sì. Il processo è lungo perché alla fine come fai a imporre a un investitore che cerca soprattutto il rendimento un investimento green?

 

Ecco, le rubo un’ultimissima domanda a questo proposito: quanto è effettiva la sensibilizzazione dell’investitore in questo momento? 

Dunque, riguardo l’investitore retail, a meno che non si prenda a campione una fascia di età molto giovane, la sensibilizzazione è molto bassa. Con rigerimento agli investitori istituzionali, le società sono state spinte a creare prodotti che integrano fattori ESG, visto che è difficile sensibilizzare l’ultimo utilizzatore della catena.

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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