Recentemente assistiamo a un fenomeno curioso: l’intelligenza artificiale, a lungo carburante quasi esclusivo del rialzo dei mercati, ha iniziato a generare inquietudine negli investitori perché si teme che la sua efficienza, sempre più tangibile e misurabile, possa portarsi dietro effetti collaterali significativi. Finché l’AI era una promessa, era facile inserirla in una narrativa di crescita, proiettandola verso multipli stratosferici capaci di generare aspettative quasi sproporzionate sui titoli. Prima nell’immaginario e poi sempre più concretamente, essa prometteva capacità espansiva, maggiore produttività, maggiore scalabilità, margini più ampi, utili più generosi, ecc.
Così l’intero comparto SaaS – acronimo di Software as a Service, cioè piattaforme informatiche erogate in abbonamento via cloud, senza necessità di installazioni fisiche – veniva percepito come naturale beneficiario della rivoluzione e quindi prezzato a multipli assai elevati. Siccome ai mercati piace eccedere, essi stanno ora generando situazioni ribaltate e paradossali, per cui titoli tradizionalmente “value”, cioè legati a stabilità e concretezza, si trovano a trattare a multipli prospettici superiori a 20 volte gli utili (Coca-Cola), ma anche sino a oltre 40 (Costco o Walmart), mentre Nvidia, fresca di annuncio di uno stratosferico +94% degli utili anno su anno, quota solo intorno a 17 volte il P/E forward.
Si sa, tutto è lecito sui mercati e un eccesso tira l’altro, quindi inutile stupirsi, ma se questa intelligenza artificiale funziona così bene e diventa uno strumento concreto di produttività, chi ne pagherà davvero il prezzo? Proviamo a farci un’idea.
Intelligenza artificiale: un riassetto strutturale del mercato del lavoro
Da tempo indicatori anticipatori come la fiducia dei consumatori mostrano un deterioramento costante, che tuttavia non si traduce mai in una vera recessione. Le economie continuano infatti a registrare tassi di crescita robusti, i PIL non crollano mai e gli indici azionari crescono ferocemente. Eppure, la percezione diffusa è spesso diversa e racconta di sofferenza e difficoltà. Ma chi mente?
In realtà probabilmente nessuno; semplicemente la quota del lavoro sul reddito nazionale è scesa negli ultimi decenni – passando da oltre il 60% a valori oggi intorno al 55-56%, con alcune proiezioni che ipotizzano una discesa sotto il 50% – il che significa che una parte sempre maggiore del valore aggiunto misurato dal PIL viene catturata da ritorni sul capitale e non da crescita dei salari.
Il PIL misura la produzione complessiva, non la sua distribuzione, per cui può crescere anche se la fetta generata dal lavoro si riduce. In questo senso dobbiamo lasciarci guidare dai fatti, e questi ci dicono che più società tecnologiche hanno recentemente annunciato ondate di licenziamenti sorprendenti nei numeri. Amazon ha comunicato oltre 16.000 tagli, eBay ha ridotto di circa il 6% la propria forza lavoro, Microsoft e Intel hanno annunciato migliaia di esuberi. Nell’ultimo anno, il settore tecnologico ha superato complessivamente le 100.000 posizioni eliminate. Non si tratta quindi di episodi sporadici, ma di un riassetto strutturale che suggerisce come l’efficienza promessa dall’AI non sia soltanto un driver di crescita futura, bensì un fattore già operativo nella ridefinizione del costo del lavoro.
Poi è intervenuto un fatto ancora più emblematico. Block, società quotata al NYSE e fondata da Jack Dorsey, conosciuta per il marchio Square – quei piccoli POS quadrati che trasformano tablet e smartphone in registratori di cassa digitali, molto diffusi nei piccoli esercizi commerciali – ha annunciato il taglio di oltre 4.000 dipendenti su circa 10.000 complessivi, vale a dire quasi il 40% della forza lavoro. Non si tratta di un ridimensionamento marginale, né di una società in crisi strutturale. È una realtà tecnologica pienamente operativa, che ha spiegato come l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei propri processi consenta di fare di più, con meno persone.
Oltre la misura del PIL
Il mercato ha così reagito positivamente (oltre +15%), perché margini più ampi e costi più contenuti rappresentano nel breve periodo un fattore favorevole. Ma è proprio qui che l’efficienza cambia natura. Se l’AI non è più soltanto una promessa di crescita futura ma una leva immediata di razionalizzazione, allora il PIL può continuare a crescere anche mentre si riducono posti di lavoro e si comprimono salari. Ecco il paradosso dove nessuno mente.
La produttività aumenta, il capitale si rafforza, gli utili migliorano, gli indici salgono e con essi il PIL, anche se la percezione sociale può non seguire lo stesso andamento, perché crescono le disparità di reddito. Non è la prima volta che ci si interroga sulla significatività del PIL come misura di benessere. Nel Regno Unito, già alcuni anni fa ai tempi di Cameron, si propose di affiancare al prodotto interno lordo anche altri indicatori di benessere percepito (indice di felicità), nella consapevolezza che produrre di più non equivale necessariamente a vivere meglio.
Forse oggi quella intuizione appare più attinente al contesto reale di quanto sembrasse allora. Se l’intelligenza artificiale rendesse le imprese più efficienti e i bilanci più solidi, riducendo al tempo stesso il peso del lavoro nel processo produttivo, potremmo trovarci in un’economia capace di generare PIL robusti e utili record, mentre una parte crescente della popolazione percepisce insicurezza e preoccupazione.
La vera domanda, dunque, non è se l’AI continuerà a trasformare l’economia – perché questo appare ormai certo – ma se siamo piuttosto pronti a convivere con una crescita che misura la quantità prodotta e non necessariamente il benessere distribuito. Efficienza sì. Ma fino a dove?









