Eurogroup Laminations: l’enigma dei 3,85 euro, perché il mercato ignora il prezzo dell’opa?

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C’è un luogo strano, nelle pieghe sottili dei mercati finanziari, in cui le cifre smettono di essere riferimenti oggettivi e diventano segni da interpretare. Sono i momenti in cui un prezzo dovrebbe significare una cosa, e invece ne significa un’altra. I momenti in cui un’opa già annunciata, con un prezzo definito al centesimo e depositata negli archivi regolamentari, non si riflette nei listini come di solito accade. È il caso di EuroGroup Laminations, uno di quei dossier che, a leggerli in fila, scanditi dai documenti ufficiali e dai comunicati, sembrerebbero più che lineari. Eppure il mercato, invece di correre verso i 3,85 euro fissati per l’offerta pubblica d’acquisto, continua a muoversi in un territorio completamente diverso, come se quell’opa fosse un’annotazione su un registro lontano e non un evento scritto nero su bianco.

 

In questo articolo:

 

  • Opa Eurogroup Laminations: cosa è successo
  • Qualcosa si è inceppato?
  • La strana distanza
  • Il silenzio di Eurogroup Laminations
  • Le ipotesi
  • Risultati insoddisfacenti

 

Opa Eurogroup Laminations: cosa è successo

Tutto comincia il 28 luglio 2025. È una data che accompagna ogni analisi su questa vicenda. EuroGroup Laminations diffonde il comunicato con il quale annuncia l’intesa tra Ems, il veicolo che rappresenta le famiglie fondatrici, e Ferrum Investment, la società riconducibile al fondo FountainVest con sede a Hong Kong. Si tratta di un accordo vincolante per il trasferimento di una partecipazione rilevante, che porta il nuovo azionariato di controllo a consolidarsi attorno a una quota superiore al 55 per cento del capitale.

L’operazione viene definita nei suoi contorni essenziali, comprese le condizioni sospensive legate alle autorizzazioni regolamentari e ai potenziali richiami del Golden Power. In questo quadro l’elemento più evidente, quello che colpisce immediatamente, è il prezzo pattuito: 3,85 euro ad azione. È il riferimento che già allora rende inevitabile l’opa obbligatoria e che lascia intravedere il percorso verso il delisting.

Da quel momento si crea un percorso che, almeno sulla carta, sembra procedere con una sua logica interna. Il primo agosto, appena quattro giorni dopo l’annuncio, viene pubblicato il documento contenente le informazioni essenziali ai sensi dell’articolo 122 del Testo Unico della Finanza. È il passaggio più tecnico, la parte in cui gli accordi trovano la loro traduzione giuridica, con riferimenti puntuali ai patti parasociali e alle clausole che regolano il trasferimento delle quote, il reinvestimento da parte di Ems, i diritti di voto e la governance della futura struttura societaria. Lì dentro sono contenuti tutti gli ingranaggi che dovrebbero far avanzare l’operazione verso il perfezionamento previsto nella prima metà del 2026, una tempistica che rientra nella normalità per operazioni transnazionali di questa dimensione, specie in un settore strategico come quello dei componenti per motori elettrici.

Per settimane, anzi per mesi, gli operatori non fanno altro che tornare a quei due documenti. Sono gli unici riferimenti certi, gli unici elementi su cui costruire un’idea dello scenario atteso. E in effetti, guardandoli, il messaggio era molto chiaro: l’operazione è stata formalizzata con accordi vincolanti, il prezzo è definito, l’opa è obbligatoria per legge e quindi inevitabile.

 

Qualcosa si è inceppato?

Ne consegue che, come accade nella maggior parte dei casi, il titolo dovrebbe iniziare a convergere verso il prezzo dell’offerta, con un margine di sconto legato al solo rischio regolamentare. Ma qui si arriva al punto intrigante della vicenda: il mercato non ha mai mostrato di crederci fino in fondo. Non solo non ha avvicinato i 3,85 euro, ma in più momenti si è mosso molto al di sotto, come se quell’opa fosse un’ipotesi lontana, o come se fosse considerata non pienamente scontata. Al momento della scrittura infatti il titolo scambia in area 3,22 euro per azione, circa il 18% in meno rispetto al prezzo pattuito dell’opa.

È una dinamica che non passa inosservata. Anche perché questo non è uno dei classici casi in cui l’offerta arriva da un soggetto che detiene già il controllo assoluto, senza necessità di autorizzazioni significative, e con una tempistica immediata. Qui il percorso è articolato, ci sono i passaggi antitrust, le verifiche istituzionali, i tempi necessari ai ministeri competenti per valutare la rilevanza strategica dell’azienda. Soprattutto c’è l’elemento forse più caratteristico di tutta la vicenda: la trasformazione del controllo avviene attraverso una serie di accordi successivi che portano alla nascita di una nuova holding, nella quale anche Ems reinveste parte dei proventi della vendita.

Una struttura complessa, ma definita nei documenti. Ed è proprio nella complessità che si annida uno dei potenziali motivi del disallineamento, almeno secondo chi conosce le reazioni tipiche dei mercati. Quando un’operazione passa attraverso passaggi molteplici e articolati, il mercato spesso decide di restare prudente, come se aspettasse un segnale definitivo prima di allinearsi. Ma in questo caso la prudenza non sembra bastare a spiegare la distanza. Anche perché il titolo, in più fasi, si è mosso con una dinamica che non suggerisce una semplice cautela, bensì un distacco vero e proprio dal prezzo dell’offerta. È qui che il caso EuroGroup Laminations diventa interessante.

 

La strana distanza

Se è normale che un’opa “lontana” nel tempo venga scontata con uno spread, è altrettanto vero che quando i documenti sono già depositati e le condizioni sospensive sono di tipo ordinario, nella maggior parte dei casi lo sconto non supera una soglia fisiologica. Qui invece la distanza è stata più ampia di quella che ci si sarebbe aspettati. 

A rendere il tutto più curioso c’è un altro elemento: nessun soggetto coinvolto ha dato segnali di voler modificare l’impianto dell’operazione. È raro trovare un dossier in cui i firmatari di un accordo così rilevante, a distanza di mesi, mantengano una continuità assoluta nella comunicazione e nell’assenza di rettifiche. Il che dovrebbe, almeno teoricamente, rafforzare l’idea che il percorso sia tracciato. Tuttavia il mercato resta scettico. Anche per questo, nel corso delle settimane, emergono interpretazioni differenti, che però non modificano l’impianto dei fatti: l’opa è prevista, è obbligatoria, è stata annunciata e ribadita nei documenti ufficiali. Eppure il comportamento del listino continua a dire altro.

 

Il silenzio di Eurogroup Laminations

È in questo contesto che si inserisce un ulteriore elemento, quasi simbolico: la ricerca di chiarimenti direttamente presso la società. Una pratica abituale per chi segue professionalmente queste vicende e che in molti casi permette di ottenere almeno una conferma dei tempi o un’indicazione sulle fasi successive del processo. Ma anche qui il quadro rimane essenziale. A oggi non sono arrivati commenti, né precisazioni o integrazioni. La società, come spesso accade nelle operazioni soggette a vincoli regolamentari, preferisce affidarsi esclusivamente ai documenti depositati e alle comunicazioni ufficiali. Il che contribuisce a mantenere la vicenda dentro un perimetro che non dà appigli ulteriori al mercato per ridurre il margine di incertezza.

Un silenzio che si è replicato anche nei confronti della redazione di Borsa&Finanza che, alla richiesta telefonica di un chiarimento da parte della società, ancora non ha trovato una risposta. 

In questo insieme di elementi si crea una sorta di doppio binario. Da una parte c’è il percorso amministrativo e societario, scandito e coerente, che procede con la logica dei documenti in sequenza: l’annuncio del 28 luglio, le informazioni essenziali del primo agosto, gli avvisi di pubblicazione, i depositi negli archivi regolamentati. Dall’altra c’è l’andamento del titolo, che continua a raccontare una storia diversa, come se l’opa fosse una questione ancora tutta da verificare. È una distanza che non è priva di precedenti, ma che certamente richiama l’attenzione quando si tratta di un’azienda che opera in un settore considerato strategico e per la quale non si rilevano elementi pubblici di conflittualità fra gli attori coinvolti.

 

Le ipotesi

Il fatto che il closing sia previsto entro la prima metà del 2026 offre forse una delle chiavi di lettura più immediate. Un orizzonte temporale così ampio spesso ha l’effetto di generare una sorta di sospensione, in cui gli investitori preferiscono non immobilizzare capitali nell’attesa di un evento che potrebbe richiedere molti mesi. È un atteggiamento che si osserva soprattutto tra gli investitori istituzionali più orientati all’efficienza del capitale. Ma anche questa spiegazione, pur contribuendo a comprendere parte del fenomeno, non sembra esaurire la questione. Perché anche in casi analoghi, con tempi altrettanto lunghi, non sempre si osservano simili distanze dal prezzo dell’offerta.

Un altro elemento che entra inevitabilmente nel dibattito riguarda la rilevanza delle autorizzazioni governative. Non ci sono indicazioni pubbliche di ostacoli o criticità, ma il semplice fatto che l’operazione rientri tra quelle soggette a potenziali valutazioni rende più difficile, per alcuni operatori, attribuire una probabilità piena al completamento. È una reazione tipica, soprattutto quando si tratta di aziende con attività collegate a filiere industriali ritenute sensibili. Tuttavia, anche qui, il mercato spesso tende a prezzare non tanto il rischio effettivo quanto l’incertezza percepita, che può risultare più ampia di quella reale. È un meccanismo che non costituisce un giudizio sull’operazione, ma una forma di prudenza che emerge ogni volta che il percorso include passaggi istituzionali non automatici.

 

Risultati non soddisfacenti

Secondo David Pascucci, market analyst di Xtb, la motivazione invece va ricercata nelle ultime performance registrate da Eurogroup Laminations. Negli ultimi due trimestri abbiamo visto un netto calo degli utili netti. Prima scesi a 3,08 milioni di euro – in calo del 61% anno su anno – e poi “a soli 396mila euro nel terzo trimestre, un calo del 65 per cento su base annuale”. Contrariamente, il debito netto è aumentato nel corso degli ultimi anni con un debito nel terzo trimestre salito a 342 milioni di euro, nel quarto trimestre del 2023 era a 156,31 milioni, meno della metà in sintesi.

“Il rapporto prezzo-utili su base trimestrale è andato inoltre crescendo nel corso dell’ultimo anno, da 14,62 del quarto trimestre 2024 al 37,12 nel terzo trimestre 2025”, ha spiegato Pascucci. Peraltro, anche il fatturato ha riportato un forte calo in Italia: da 449,11 milioni di euro del 2023 a 393,65 milioni del 2024, mentre in controtendenza netta vediamo la Cina che sale da 51,37 milioni di euro a 122,31 milioni. “In sostanza, risultati di fatto non brillanti che hanno portato al calo attuale, la componente dazi e il calo in Nord America hanno sicuramente pesato mentre Cina e India continuano a crescere, così come sottolineato nell’ultima trimestrale”, ha concluso Pascucci.

Dati che probabilmente confermano che le aspettative del mercato, negli anni precedenti, sono state spesso elevate, anche alla luce del ruolo che l’azienda riveste nella filiera dei veicoli elettrici. Questo significa che il titolo ha avuto momenti in cui era percepito come uno dei player più interessanti tra le mid cap italiane, con la conseguenza che alcuni investitori potrebbero aver mantenuto un atteggiamento attendista, sospeso tra il valore dell’opa e una possibile evoluzione alternativa. 

In questa vicenda non mancano dunque gli elementi per costruire un quadro complesso. Tutto ciò che è pubblico e ufficiale punta in una direzione chiara: l’accordo è stato firmato, il prezzo è stato fissato, l’opa è prevista e la società non ha mai dato segni di discostarsene. Gli attori coinvolti hanno confermato la governance futura e definito i ruoli attraverso patti parasociali che sono già stati resi pubblici. Il percorso è articolato, ma strutturato. Non ci sono stati aggiornamenti che mettano in discussione la rotta.

In una certa misura questa storia racconta anche qualcosa dei mercati moderni, che non sempre reagiscono secondo le aspettative e che talvolta preferiscono sospendere il giudizio, anche quando gli elementi formali sembrano già tracciare una linea chiara. È un modo per riconoscere che non tutto ciò che è stabilito sui documenti viene immediatamente incorporato nei prezzi. Melle vicende societarie più complesse, il mercato tende a prendersi il suo tempo, anche quando non ci sono segnali contrari da parte dei protagonisti.

In questo marasma, quindi, resta quell’interrogativo iniziale, che ha guidato fin dall’inizio questa ricostruzione: perché il mercato non segue i 3,85 euro? La risposta, ammesso che ve ne sia una univoca, non è contenuta nei fatti ufficiali, che sono chiari e lineari. È una risposta che forse si trova nella psicologia dei mercati, nella loro capacità di rallentare, dubitare, attendere. 

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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