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Cos’è e cosa si propone l’European Chips Act

Semiconduttori

I microchip sono elementi fondamentali per i dispositivi tecnologici di uso quotidiano, da smartphone, computer e tablet a frigoriferi, lavatrici e forni a microonde. Senza dimenticare le auto elettriche, l’automazione industriale e la sanità, l’Internet delle cose e l’intelligenza artificiale, lo spazio e la difesa. I semiconduttori – piccolissimi circuiti elettronici fatti di silicio – hanno un impatto ambientale piuttosto elevato: la produzione richiede molta acqua e in alcune fasi impiega sostanze chimiche inquinanti come il trifluoruro di azoto, potente gas a effetto serra. Per migliorare la performance ambientale, risolvere la carestia di chip (il chip crunch che dal 2020 ha duramente colpito tutti i settori) e non perdere terreno sul fronte dell’innovazione, la Commissione europea ha introdotto l’European Chips Act.

 

European Chips Act, cos’è e che si propone

L’80% della produzione mondiale di microchip è concentrata in Asia, soprattutto tra Taiwan, Cina e Corea del Sud, mentre gli Stati Uniti sono fondamentali per la progettazione. In Europa si trovano stabilimenti in Germania, Francia, Paesi Bassi, Irlanda e Italia, dove operano l’azienda italo-francese STMicroelectronics (con due stabilimenti: uno a Marcianise e uno ad Agrate, in provincia di Catania) e l’abruzzese LFoundry di Avezzano, di proprietà della cinese Xichanweixin. La quota europea del mercato mondiale dei microchip è del 10%: una percentuale esigua per raggiungere l’auspicata sovranità digitale. L’European Chips Act è l’ambizioso regolamento che l’Unione europea si è data per aumentare la capacità di produzione di microchip, rafforzare la competitività del mercato interno di semiconduttori riducendo la dipendenza dai mercati esteri, diminuire l’impatto ambientale favorendo sia la transizione digitale che quella verde.

L’UE punta all’autonomia e alla sicurezza degli approvvigionamenti a fronte di eventuali ritardi nelle importazioni per sopperire più facilmente alla domanda interna, ma per farlo deve aumentare la ricerca e la produzione. Approvato l’8 febbraio 2022 dalla Commissione prima di passare al Parlamento e al Consiglio, l’European Chips Act è entrato in vigore il 21 settembre 2023 con uno stanziamento da 43 miliardi di euro tra investimenti pubblici e privati: l’obiettivo è arrivare nel 2030 a una quota di mercato del 20%. I semiconduttori sono al centro di forti interessi geostrategici: per rispondere alle dipendenze critiche e alle strozzature nelle catene del valore, il pacchetto legislativo rafforzerà le attività di produzione favorendo la costruzione di nuove fabbriche e potenziando quelle già esistenti, stimolerà l’intero ecosistema di progettazione e sosterrà lo scale-up e l’innovazione. L’iniziativa europea si basa su tre pilastri, come quelli istituiti con il Trattato di Maastricht del 1992.

 

I tre pilastri del regolamento sui chip

Il primo pilastro del regolamento verte sulla produzione dei chip: la mission è rafforzare la leadership tecnologica dell’Europa, facilitare il trasferimento del know-how dal laboratorio alla fabbrica, colmare il divario tra ricerca e innovazione e attività industriali, promuovere l’industrializzazione delle tecnologie innovative da parte delle imprese europee. Gli investimenti favoriranno un riorientamento strategico del settore, ribattezzato Chips Joint Undertaking. Nella fase iniziale, i fondi pubblici ammontano a 6,2 miliardi di euro (di cui 3,3 miliardi dal bilancio dell’UE approvato fino al 2027) e serviranno a sostenere lo sviluppo di una piattaforma di progettazione, la creazione di linee pilota per accelerare l’innovazione e la produzione e di centri di competenza dislocati in tutta Europa, che forniranno accesso a competenze tecniche e sperimentazioni, aiutando le aziende del segmento, in particolare le PMI e le start-up. L’accesso ai finanziamenti sarà garantito attraverso un Chips Fund e uno specifico strumento di equity investment dedicato ai semiconduttori, istituito nell’ambito del fondo InvestEU da oltre 372 miliardi.

Dal primo pilastro nasce l’iniziativa Chips for Europe, un fondo finanziato dai programmi Orizzonte Europa ed Europa digitale che facilita l’accesso al finanziamento del debito e al capitale proprio e agevola le opportunità di investimento, in particolare per le start-up, le scale-up, le PMI e le piccole imprese a media capitalizzazione, tramite uno strumento di finanziamento misto. Al centro dell’iniziativa ci sono la creazione di una piattaforma di progettazione (per gli RISC-V, le architetture di processori in open-source) e di una rete di centri di competenza, lo sviluppo di nuove linee pilota avanzate (in particolare FD-SOI, la tecnologia Fully Depleted Silicon-on-Insulator) e la ricerca su chip quantistici e tecnologie a semiconduttore associate.

Il secondo pilastro si concentra sulla sicurezza degli approvvigionamenti: l’European Chips Act vuole attirare investimenti e potenziare le capacità produttive delle imprese del settore. A questo scopo, la legge definisce un quadro di riferimento per le IPF (Integrated Production Facilities, le strutture di produzione integrate) e le Open EU Foundries first-of-a-kind, ovvero le fonderie prime nel loro genere nell’Unione.

Il terzo pilastro favorisce la collaborazione e il coordinamento fra gli Stati membri. È la Commissione a monitorare l’offerta di semiconduttori, stimare la domanda, anticipare le carenze e, se necessario, attivare la procedura per risolvere un’eventuale fase di crisi. Nelle situazioni di emergenza, il regolamento sui chip stabilisce una serie di misure specifiche che possono essere adottate. Dal 18 aprile 2023, data di chiusura ufficiale dell’accordo politico fra il Parlamento europeo e gli Stati membri, i piani di investimento per la diffusione industriale hanno già raggiunto i 90-100 miliardi di euro. L’adozione dell’ECA e l’entrata in vigore dal 21 settembre consentiranno una più rapida realizzazione dei progetti di ricerca, sviluppo e innovazione.

 

Come si rafforza l’industria EU dei microchip

Il prossimo passo è un secondo importante progetto di comune interesse europeo (IPCEI) nel campo della microelettronica e delle tecnologie della comunicazione che coinvolge 20 Stati membri e decine di partecipanti, attualmente in fase di valutazione. La Commissione ha approvato l’8 giugno scorso il piano, da 8,1 miliardi di euro di fondi pubblici e 13,7 miliardi di investimenti privati: il progetto si chiama IPCEI ME/CT ed è stato concepito e notificato da Austria, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Spagna. Nell’ambito di questo IPCEI, 56 imprese, in particolare PMI e start-up, avvieranno 68 progetti di ricerca e sviluppo concentrandosi su soluzioni innovative di microelettronica e comunicazione, sistemi elettronici e metodi di produzione efficienti sotto il profilo energetico e a basso consumo di risorse, la transizione verde delle imprese attive nella produzione, nella distribuzione e nell’uso di energia.

Il progetto focalizza l’attenzione su quattro aree fondamentali per l’industria europea del futuro: le comunicazioni 5G e 6G, l’intelligenza artificiale, la guida autonoma e l’informatica quantistica. Tra i partecipanti associati ci sono università, organismi di ricerca e imprese presenti anche in Norvegia e in altri cinque Stati membri dell’Unione: Belgio, Lettonia, Portogallo, Slovenia e Ungheria. In Italia i partecipanti diretti sono MEMC Electronic Materials di Novara, Menarini Silicon Biosystems di Castel Maggiore in provincia di Bologna e SIAE Microelettronica di Cologno Monzese; i partner associati sono il CNR, la Fondazione Bruno Kessler della Provincia autonoma di Trento e la Optoi sempre di Trento. I primi nuovi prodotti dovrebbero debuttare sul mercato nel 2025, mentre il completamento complessivo del progetto è previsto per il 2032. La Commissione stima la creazione di 8.700 nuovi posti di lavoro diretti e di molti altri indiretti.

L’ultimo IPCEI approvato è l’ennesima dimostrazione di quanto il regolamento UE sui chip stia già generando cospicui investimenti pubblici e privati lungo tutta la catena del valore europea dei semiconduttori: dai materiali alla progettazione, dalle apparecchiature agli imballaggi avanzati”, spiega il commissario per il mercato interno Thierry Breton.

Investire nelle imprese innovative europee significa investire nella leadership tecnologica e industriale dell’Europa nel comparto dei semiconduttori, e anche nella sicurezza dell’approvvigionamento e nella sicurezza economica.

La microelettronica e le tecnologie della comunicazione costituiscono la struttura portante di qualsiasi dispositivo elettronico moderno, dai telefoni cellulari alle apparecchiature mediche”, aggiunge la vicepresidente esecutiva responsabile per la concorrenza Margrethe Vestager.

Questo importante progetto di comune interesse europeo è il più grande finora approvato ed è già il secondo nel settore della microelettronica. L’innovazione è essenziale per aiutare l’economia europea a diventare più verde e resiliente, ma può comportare rischi che il mercato da solo non è pronto ad assumere. Proprio per questo è opportuno mettere a disposizione aiuti di Stato per colmare tale lacuna.

 

Pro e contro dell’European Chips Act

In un editoriale pubblicato da Euractiv, Mathieu Duchâtel, il direttore degli studi internazionali del think tank francese Institut Montaigne, sostiene che i risultati prodotti finora dall’European Chips Act sono diversi dagli “obiettivi troppo ambiziosi” posti da Breton e Ursula von der Leyen. “È improbabile che l’obiettivo di raddoppiare la quota di mercato globale dell’Europa venga raggiunto”, scrive Duchâtel.

La legge sui chip dell’UE autorizza esenzioni al divieto di aiuti di Stato se le aziende e i governi dimostrano che un progetto di fab è primo nel suo genere, un concetto non vincolante che ha notevolmente allentato la legge sulla concorrenza dell’UE, notoriamente molto rigida.

Nel 2023 i principali investimenti sono avvenuti in Italia (292,5 milioni di euro da parte del governo Meloni per costruire un impianto di produzione di substrati di carburo di silicio della STMicroelectronics in Sicilia), in Polonia (12 miliardi di euro a Breslavia per impianti di confezionamento e test) e in Francia, dove l’esecutivo ha speso 2,9 miliardi di euro per la costruzione a Crolles di un sito specializzato in FD-SOI per STM e Global Foundries. “In uno scenario positivo, il regolamento sui chip consentirà altri tre investimenti, tutti in Germania, dove il governo federale ha stanziato un budget di 20 miliardi di euro per l’industria dei semiconduttori”, spiega Duchâtel. A avvantaggiarsene saranno Intel, Infineon e soprattutto la taiwanese TSMC, che però non intende portare in Germania (il Paese che beneficerà maggiormente del Chips Act) la sua rete di fornitori per le tecnologie di generazione a due nanometri, ma costruendo la sua fabbrica a Dresda (l’investimento fatto è da 3,5 miliardi di euro) punta a stabilire una joint venture con le aziende europee.

Una rapida matematica ci dice che, senza la legge sui chip dell’UE, è improbabile che questi investimenti vengano effettuati in Europa, ma non saranno sufficienti per aumentare la quota di mercato europea rispetto a Taiwan. Le tendenze della spesa per i semiconduttori tendono a mostrare che l’avanzata di Taiwan e della Corea del Sud è in realtà ancora in crescita.

A Bruxelles, intanto, è nata l’European Semiconductor Regions Alliance (ESRA), l’Alleanza europea delle regioni produttrici di semiconduttori: un’associazione trans-frontaliera che riunisce 27 regioni da 12 Paesi (in Italia il Piemonte, che ha ottenuto la vicepresidenza) per sfruttare al meglio le potenzialità del Chips Act, condividere le conoscenze, attrarre in questi luoghi gli investimenti pubblici e privati e fornire una piattaforma di dialogo con la Commissione nell’attuazione del regolamento.

AUTORE

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Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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