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Fast fashion, la Francia tassa i vestiti a basso costo

Una consumatrice in un negozio di fast fashion

In attesa di una proposta di EPR condivisa da parte dell’Unione europea, il fast fashion subisce una battuta d’arresto in Francia. Da Parigi, capitale mondiale dell’alta moda, arriva una proposta di legge per introdurre una tassa ambientale sui capi della mode éphémère. Non solo: insieme all’imposta sui vestiti low-priced, è previsto uno stop alle pubblicità delle aziende che producono con tessuti a basso costo. È la prima legge al mondo in materia che prova a risolvere la questione della sostenibilità ambientale della moda inexpensive.

 

Fast fashion, Francia introduce tassa ambientale

Christophe Béchu, il ministro della Transizione ecologica e della coesione territoriale, ha riunito l’ecosistema della moda e i produttori dell’industria tessile per lanciare la sfida di una legge che “limiterà gli eccessi” del fast fashion. In vista del passaggio in Senato per l’approvazione definitiva, sono due le misure fondamentali che hanno superato all’unanimità il voto della Camera: una tassa ambientale da applicare sugli abiti a basso costo realizzati dai grandi produttori (con un bonus per chi fa moda sostenibile) e il divieto di pubblicità per i tessuti ultra-economici, con i marchi tenuti a informare i consumatori dell’impatto climatico dei loro vestiti. Questo divieto riguarderà anche gli influencer.

A preoccupare il governo francese sono le emissioni di gas climalteranti della produzione, il consumo eccessivo di risorse idriche (93 miliardi di metri cubi ogni anno), la diffusione di microplastiche e lo smaltimento di montagne di rifiuti, spesso gettate in enormi discariche illegali. L’ascesa della moda usa e getta amplifica l’impatto ambientale di un’industria che già rappresenta l’8% delle emissioni di gas serra a livello mondiale. Il Ministère de l’Écologie raccoglie alcuni dati in una nota: 7.500 litri d’acqua necessari per produrre un paio di jeans; 20% di inquinamento idrico attribuibile a finitura e trattamento dei tessili; 95% di quota di abbigliamento francese importato.

I punti-chiave individuati dal ministro Béchu sui quali intervenire sono cinque: oltre alla tassa ambientale e al divieto di pubblicità alle aziende di moda ultraveloce, il rafforzamento dell’informazione e della trasparenza per i consumatori (i brand del fash fashion devono esporre un’etichetta sul proprio impatto ambientale e un invito al riutilizzo dei propri prodotti), una campagna di comunicazione per promuovere il tessile francese e la proposta di una coalizione internazionale per vietare le esportazioni di rifiuti tessili verso Paesi che non sono in grado di gestirli in modo sostenibile.

Il Ddl francese arriva dopo il lancio del bonus réparation: un incentivo per la riparazione dei capi. Il bonus rammendo permette di ottenere dai 6 ai 25 euro ogni volta che, invece di buttarlo, si sceglie di far riparare un proprio vestito in una sartoria o in una calzoleria che aderisce al programma. L’obiettivo è ridurre gli sprechi e pensare in ottica di economia circolare. In tal senso, Béchu starebbe valutando l’idea di proporre un divieto dell’Unione europea sulle esportazioni di abiti usati, in modo da aumentare il riciclo e favorire il mercato interno di pre-owned e seconda mano.

 

Francia contro il fast fashion di Shein

Tra i marchi globali più noti del fast fashion spiccano H&M, Napapirji, Benetton, Zara, OVS, Original Marines e le cinesi Temu e Shein. È proprio a quest’ultima che si sono rivolti alcuni parlamentari francesi come modello di produzione intensiva da limitare con i suoi 7.200 nuovi capi di abbigliamento al giorno. Il colosso low cost fondato nel 2008 da Chris Xu a Nanchino è da tempo nel mirino del governo per la scarsa attenzione alla questione ambientale, l’uso di sostanze tossiche (tra cui piombo, mercurio e cadmio) nei sistemi di produzione, le condizioni di lavoro degradanti a cui sono costretti i dipendenti e la violazione delle leggi sulla concorrenza, con prodotti in catalogo che sono imitazioni a prezzi super-competitivi di vestiti, scarpe e accessori di marchi nazionali.

È il cosiddetto fenomeno dei dupe, ovvero di quegli abiti che copiano i modelli delle grandi firme ma a prezzi stracciati. Grazie a una crescente strategia retail, Shein indirizza la sua massiccia produzione di capi sulla vendita online con prezzi anche inferiori ai 5 euro per attirare nuovi clienti (specie giovani) e posizionarsi così tra i player centrali del fashion. L’e-tailer cinese è finito al centro di una dura presa di posizione da parte del ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, che ha chiesto l’avvio di un’indagine da parte della DGCCRF, la Direzione generale per la concorrenza, i consumatori e il controllo delle frodi. Impatto ambientale, protezione dei consumatori e questioni sociali sono al centro dell’enquête.

Una volta che la legge francese sul fast fashion sarà entrata in vigore, i criteri per limitarne l’impatto ecologico e sociale verranno definiti nel dettaglio con un decreto specifico. Non sono ancora stati diffusi tutti i dettagli della norma, ma quel che appare certo è che, a partire dal 2025, i capi di fast fashion costeranno di più: la tassa sull’impronta ecologica prevede un sovrapprezzo di 5 euro per indumento. Questo surplus è destinato ad aumentare a 10 euro entro il 2030. L’addebito, tuttavia, non potrà superare il 50% del prezzo di cartellino. I proventi del bonus-malus saranno destinati ai produttori francesi di abiti sostenibili.

Al momento è stato rifiutato un emendamento dei Verdi che chiedeva di includere quote massime alle importazioni, sanzioni minime per i produttori che violano la legge e criteri stringenti per le condizioni della manodopera nel settore. La proposta è stata bocciata, mentre il divieto di pubblicità è passato dividendo governo e opposizioni, in particolare Les Républicains (il partito conservatore fondato da Nicolas Sarkozy) che esprimono perplessità sulle etichette dei tessuti e preoccupazione per danni eventuali all’intero comparto. Nel mirino della norma anti-pubblicità, ci sono in particolare le campagne di marketing aggressivo, l’advertising mirato sul web e sui social e le collaborazioni promozionali con talent e influencer.

Quanto a Shein, l’azienda ha replicato dichiarando di essere “disponibile a far visualizzare un messaggio sulla homepage della piattaforma”, ma a condizione che lo facciano “tutti i marchi del settore moda e anche le aziende di e-commerce che offrono prodotti di fashion”. Il gigante cinese, un marchio particolarmente amato dai giovanissimi e con un fatturato nel 2022 di 22,7 miliardi di dollari, ritiene che la legge francese “penalizzi in modo sproporzionato i consumatori più attenti ai costi”. Ad oggi il sito di Shein è più visitato di Amazon e il brand in Francia è il negozio più frequentato dalle persone nella fascia 15-24 anni: con una quota di mercato che ha sorpassato i concorrenti di H&M, il gruppo mira a triplicare le sue vendite, aumentare la redditività e superare i 60 miliardi entro il 2025.

AUTORE

Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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