La riunione della Federal Reserve del 28 gennaio si avvia verso una pausa nel taglio dei tassi di interesse, ampiamente attesa dai mercati dopo i 75 punti base di riduzioni distribuite nelle tre riunioni precedenti. Le principali case di gestione convergono sull’assenza di urgenze macroeconomiche per ulteriori interventi immediati, ma leggono la riunione come un passaggio chiave sul piano istituzionale e comunicativo, più che come un vero snodo di politica monetaria. Al centro dell’attenzione rimarranno il tono usato da Jerome Powell nella conferenza stampa post-riunione e l’equilibrio interno al Comitato di politica monetaria (Fomc).
In questo articolo:
- Fed: una pausa sui tassi, sostenuta dai dati e dal consenso del Fomc
- Powell, l’indipendenza della Fed e il peso del contesto politico
- Mercato del lavoro e inflazione: i dati come vero ago della bilancia
- Gli acquisti di Treasury sostengono la Fed, per ora. E il dollaro?
Una pausa sui tassi, sostenuta dai dati e dal consenso del Fomc
Secondo Ing, la combinazione di crescita solida, disoccupazione bassa e inflazione ancora sopra il target rende difficilmente giustificabile un taglio dei tassi a gennaio. Una lettura condivisa da Allianz Global Investors, che sottolinea come l’attuale livello dei Fed funds, tra il 3,50% e il 3,75%, sia coerente con uno scenario di politica monetaria “in area neutrale”, in assenza di segnali di deterioramento macro. Anche Crédit Mutuel Asset Management si attende una decisione invariata, con una dichiarazione sostanzialmente stabile e ancora fortemente ancorata alla dipendenza dai dati. Il consenso tra i gestori è che l’eventuale dissenso all’interno del Comitato resterà marginale, senza intaccare l’immagine di compattezza della Fed.
Powell, l’indipendenza della Fed e il peso del contesto politico
Un tema che accomuna le analisi è il ruolo crescente del contesto istituzionale. Ing evidenzia come la recente e risoluta difesa dell’indipendenza della Banca centrale da parte di Jerome Powell riduca ulteriormente la probabilità di un allentamento immediato, soprattutto alla luce delle pressioni per una politica monetaria più accomodante. AllianzGI spinge l’analisi oltre, osservando che proprio l’escalation delle tensioni sul fronte politico e legale potrebbe indurre il Fomc a “chiudere i ranghi”, rendendo la Fed meno incline a nuovi tagli in assenza di evidenze macro molto chiare. In questo contesto, la conferenza stampa assume un peso superiore alla decisione sui tassi, con i mercati attenti a cogliere eventuali segnali sulla postura futura della banca centrale.
Mercato del lavoro e inflazione: i dati come vero ago della bilancia
Sul fronte macro, le valutazioni restano prudenti. Crédit Mutuel Am sottolinea come il recente calo del tasso di disoccupazione attenui le preoccupazioni della Fed sul mercato del lavoro, pur in presenza di un rallentamento nella creazione di nuovi posti. Ing richiama l’attenzione sul fatto che, al netto delle revisioni statistiche, l’occupazione mostra segnali di stagnazione e una crescente concentrazione settoriale della crescita. Sul versante dei prezzi, i gestori concordano nel ritenere che l’impatto dei dazi sull’inflazione sia stato finora più contenuto del previsto, senza però escludere effetti più graduali nel tempo. Un quadro che rafforza l’idea di una Fed orientata ad attendere ulteriori conferme prima di procedere con nuovi tagli.
In questo contesto, secondo Ing, la Fed potrebbe procedere con due ulteriori tagli dei tassi alle riunioni del Fomc di marzo e giugno, pur con il rischio che la tempistica delle due sforbiciate si allunghi di circa tre mesi. Per rendere possibile un taglio già a marzo, il doppio mandato della banca centrale dovrebbe infatti subire pressioni più evidenti in tempi rapidi.
Gli acquisti di Treasury sostengono la Fed, per ora. E il dollaro?
Il rinnovato programma di acquisto di titoli di Stato da parte della Fed sta producendo effetti positivi sul funzionamento dei mercati monetari, almeno nel breve periodo. Da quando l’istituto ha ripreso gli acquisti di Treasury bill, ne sono stati assorbiti circa 65 miliardi di dollari, portando il totale in portafoglio a quasi 260 miliardi, mentre nello stesso periodo circa 20 miliardi di dollari di titoli garantiti da mutui (mbs) sono usciti dal bilancio. Considerando anche l’aumento degli acquisti di bond, gli acquisti netti di titoli statunitensi da metà dicembre 2025 ammontano a circa 55 miliardi di dollari, in parte compensati dall’aumento del saldo di cassa del Tesoro attraverso gli afflussi fiscali. Le riserve bancarie restano così intorno ai 3.000 miliardi di dollari, con un miglioramento evidente delle condizioni del mercato dei pronti contro termine (repo), uno degli obiettivi impliciti dell’intervento.
Resta tuttavia un elemento di attenzione: il tasso effettivo sui fed funds continua a collocarsi su livelli più elevati rispetto al passato, passando da 8 a 14 punti base sopra il limite inferiore del corridoio dei tassi. Pur trattandosi di uno scostamento contenuto, rappresenta un fattore di irritazione per la banca centrale ed è stato uno dei motivi alla base degli acquisti di titoli. Attualmente, il tasso effettivo sui fed funds è solo 1 punto base al di sotto del tasso riconosciuto sulle riserve in eccesso, che dovrebbe fungere da limite superiore operativo. In questo quadro, la Fed dovrebbe comunque valutare positivamente gli sviluppi recenti e, in assenza di nuove tensioni, proseguire con una strategia orientata ad aumentare le riserve in T-bill e ridurre quelle in mbs, mantenendo sostanzialmente invariato il livello complessivo delle riserve, pari a circa 6.200 miliardi di dollari.
Per i mercati, osserva Ing, una Fed che difende la pausa e non segnala un allentamento imminente potrebbe offrire un supporto tattico al dollaro nel breve termine, soprattutto nei confronti delle valute a basso rendimento. Tuttavia, eventuali movimenti più strutturali del cambio restano legati all’evoluzione dei dati macroeconomici e ai flussi di portafoglio globali, più che alla comunicazione della banca centrale.









