Oggi, 14 maggio 2026, si gioca la partita decisiva. L’assemblea degli azionisti di Ferretti, convocata per il rinnovo del consiglio di amministrazione, è diventata il punto di massima tensione di uno scontro che da settimane incendia il gruppo della nautica di lusso. Non è una semplice assemblea societaria. È il giorno della resa dei conti tra i cinesi di Weichai, azionisti di maggioranza della società, e i cechi di KKCG Maritime, determinati ormai a ribaltare gli equilibri interni del gruppo. Negli ambienti finanziari il voto di oggi viene descritto come il vero “D-Day” di Ferretti, perché dall’esito dell’assemblea dipenderà il futuro assetto di comando di uno dei simboli mondiali della nautica italiana.
In questo articolo:
- Ferretti, lo strappo e l’addio di Piero Ferrari
- Cosa è successo?
- Ferretti, la sfida tra i soci e il management
Ferretti, lo strappo e l’addio di Piero Ferrari
Proprio nelle ore che precedono questa assemblea il clima è diventato esplosivo. Come riportato da La Stampa, a segnare la frattura definitiva è stata la lettera con cui Piero Ferrari ha rassegnato le dimissioni dal Consiglio di amministrazione e dalla carica di vicepresidente, con effetto immediato. Una decisione che non ha il tono di un semplice disimpegno, ma quello di una rottura profonda con la governance della società. “Non posso esimermi dall’esprimere frustrazione e delusione per quanto ho potuto constatare nelle ultime settimane”, ha scritto Ferrari. Parole che evidentemente equivalgono a una sfiducia politica e industriale nei confronti degli equilibri che si sono creati attorno al gruppo.
Il passaggio più rilevante della lettera riguarda proprio il processo di rinnovo del board, che Ferrari descrive come formalmente corretto ma sostanzialmente distorto da dinamiche di potere. L’ex vicepresidente sottolinea come la decisione degli azionisti di rinnovare il consiglio sia stata “presa in modo appropriato per una società quotata in Borsa“, attraverso una sollecitazione di deleghe coerente con le regole di trasparenza. Tuttavia, aggiunge, “varie entità allineate con una fazione sembrano aver adottato una strategia volta a ostacolare tale discussione sostanziale e la votazione”, lasciando intendere un clima di scontro interno sempre più polarizzato.
Ferrari spinge poi l’analisi su un livello ancora più delicato, quello della struttura delle acquisizioni e della trasparenza degli assetti societari. Nella sua lettera afferma infatti che alcune operazioni sarebbero avvenute “in modo tale da apparire al di sotto di tutte le soglie normative esistenti”, sollevando interrogativi sulla piena leggibilità dei movimenti azionari che hanno portato all’attuale configurazione del capitale. Non meno duro il giudizio sul contesto complessivo dell’operazione di mercato che ha interessato il gruppo, dove Ferrari dice di aver “assistito a una certa arroganza durante l’intero processo di offerta pubblica di acquisto”, tale da compromettere una valutazione neutrale e serena delle dinamiche in corso. È un’accusa pesante, che va oltre la dialettica tra soci e tocca il tema della correttezza del confronto tra investitori internazionali in un asset strategico italiano.
Il punto di svolta politico della lettera arriva quando Ferrari collega direttamente la vicenda societaria al livello istituzionale. Il riferimento è esplicito: il processo in atto ha attirato l’attenzione della stampa e delle autorità di regolamentazione, incluso il governo italiano, che potrebbe valutare la legittimità di alcune acquisizioni da parte di entità straniere alla luce della normativa vigente. È il passaggio che trasforma definitivamente il caso Ferretti da disputa industriale a questione potenzialmente legata alla sicurezza economica nazionale. La conclusione della lettera è forse la parte più significativa dal punto di vista simbolico. “Date le circostanze attuali, non posso più associare il mio nome e l’eredità che esso rappresenta per l’industria italiana a questa azienda”. È una rottura definitiva, che non riguarda soltanto il ruolo di amministratore ma il legame identitario tra una delle famiglie simbolo dell’industria italiana e il gruppo della nautica.
Cosa è successo?
L’uscita di scena di Piero Ferrari, storico socio e figura simbolica dell’industria emiliana, ha il peso di uno strappo politico prima ancora che finanziario. La sua decisione di cedere la partecipazione ai cechi di KKCG è stata letta come un messaggio chiarissimo: la vecchia convivenza dentro Ferretti è finita e la battaglia per il controllo del gruppo è ormai apertissima.
Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare indietro di oltre dieci anni, quando Ferretti rischiava seriamente il collasso finanziario. Fu allora che intervenne il gruppo cinese Weichai, salvando la società romagnola e garantendo le risorse necessarie per rilanciarla. Quell’operazione, all’epoca, venne raccontata come uno dei più importanti salvataggi industriali del made in Italy da parte della finanza asiatica. E in effetti, almeno nei primi anni, l’equilibrio funzionò. Weichai assicurava solidità finanziaria, mentre il management italiano guidato da Alberto Galassi riportava Ferretti ai vertici mondiali della nautica di lusso.
I risultati sono stati notevoli. Il gruppo è tornato a crescere, ha aumentato ricavi e marginalità, ha rafforzato i marchi storici come Riva, Pershing, Custom Line e Wally ed è diventato uno dei simboli più forti del lusso industriale italiano nel mondo. Per lungo tempo è sembrata una convivenza perfetta: capitali cinesi e gestione italiana. Ma qualcosa, negli ultimi anni, ha iniziato a incrinarsi. Le tensioni sono emerse progressivamente attorno al tema della governance e del controllo strategico del gruppo. A cambiare completamente gli equilibri è stata soprattutto la crescita della presenza di KKCG Maritime, il gruppo ceco guidato dall’imprenditore Karel Komárek. Acquisto dopo acquisto, i cechi hanno accumulato una quota sempre più rilevante fino a diventare il secondo socio di Ferretti. E soprattutto hanno iniziato a comportarsi non come investitori finanziari, ma come una forza pronta a contendere il potere ai cinesi.
Ferretti, la sfida tra i soci e il management
È lì che il conflitto è esploso definitivamente. KKCG ha deciso di sfidare apertamente Weichai sul terreno più delicato: il rinnovo del consiglio di amministrazione votato proprio oggi in assemblea. La mossa dei cechi è stata aggressiva e studiata nei dettagli. Da una parte la proposta di un nuovo assetto di governance, dall’altra la scelta di confermare Alberto Galassi nel ruolo di amministratore delegato. Una decisione che ha un significato politico molto preciso: separare il destino manageriale di Galassi dagli interessi dell’azionista cinese.
Negli ultimi mesi, infatti, il rapporto tra Galassi e Weichai si è progressivamente deteriorato. Un fatto clamoroso, considerando che proprio i cinesi avevano sostenuto il manager nel grande rilancio del gruppo. Ma qualcosa si è rotto. Le divergenze su acquisizioni, investimenti, strategie industriali e autonomia gestionale sono diventate sempre più forti fino a emergere pubblicamente. La sensazione è che Ferretti sia diventata il terreno di uno scontro molto più grande della semplice governance societaria. Perché nel frattempo è cambiato anche il contesto internazionale. Oggi ogni grande investimento cinese in Europa viene osservato con sospetto crescente. L’Italia stessa, rispetto agli anni dell’entusiasmo per la Via della Seta, ha assunto un atteggiamento molto più prudente nei confronti della presenza industriale di Pechino nei settori considerati strategici.
È qui che entra in scena il Golden Power. Nelle ultime settimane KKCG ha deciso di alzare ulteriormente il livello dello scontro chiamando direttamente in causa il governo italiano. I cechi hanno inviato comunicazioni alle autorità italiane chiedendo attenzione sugli assetti proprietari di Ferretti e ipotizzando la necessità di verifiche legate alla normativa sul Golden Power. Una mossa pesantissima, perché significa spostare il conflitto dal piano industriale a quello politico-istituzionale.
Il tema nasce dal fatto che Ferretti non produce soltanto yacht di lusso. Attraverso alcune attività legate alla sicurezza e alle forniture istituzionali, il gruppo opera anche in un settore che può rientrare nel perimetro degli asset strategici nazionali. E quando si parla di asset strategici, il governo italiano può intervenire attraverso i poteri speciali previsti dalla normativa sul Golden Power. Dietro la richiesta avanzata da KKCG c’è un messaggio molto chiaro: attenzione al rischio di un rafforzamento ulteriore del controllo cinese su un gruppo considerato sensibile. È questo il vero detonatore politico della vicenda. Perché da quel momento la battaglia interna di Ferretti ha smesso di essere soltanto una guerra tra soci ed è diventata un dossier osservato anche dalla politica italiana.
Non a caso il clima attorno all’assemblea di oggi è stato descritto come uno dei più tesi mai vissuti negli ultimi anni nel capitalismo italiano. Da una parte Weichai difende una posizione costruita in oltre un decennio di investimenti e rilancio industriale. Dall’altra KKCG tenta l’assalto finale sfruttando il nuovo clima europeo verso la Cina e cercando di presentarsi come il socio europeo capace di “riportare” Ferretti dentro un equilibrio più occidentale. In mezzo c’è Alberto Galassi, figura centrale di tutta la vicenda. Manager abilissimo, protagonista del rilancio del gruppo, ma oggi anche uomo chiave di un equilibrio diventato molto fragile. La scelta dei cechi di confermarlo amministratore delegato dimostra quanto il suo ruolo sia ormai decisivo nella partita per il controllo della società. Galassi rappresenta continuità industriale, conoscenza del settore e credibilità internazionale. Per questo entrambi gli schieramenti sanno che perderlo significherebbe indebolire pesantemente la stabilità del gruppo.









