KKCG ha deciso di uscire allo scoperto. Lo ha fatto nel modo più diretto possibile: annunciando un’offerta pubblica di acquisto volontaria e parziale su Ferretti Group, fino a un massimo del 29,9% del capitale, a un prezzo di 3,50 euro per azione interamente in contanti. Una mossa politico-industriale, destinata a incidere sugli equilibri di governance di uno dei gruppi simbolo della manifattura di lusso italiana, proprio alla vigilia di un passaggio decisivo come il rinnovo del consiglio di amministrazione, previsto per metà maggio.
In questo articolo:
- Ferretti, la partita a scacchi tra KKCG Maritime e Weichai Group
- Tra Europa e Cina
- La lotta per il nuovo cda di Ferretti
- Come è composto il cda e gli azionisti italiani
Ferretti, la partita a scacchi tra KKCG Maritime e Weichai Group
L’operazione annunciata da KKCG Maritime, veicolo del gruppo ceco controllato da Karel Komárek, non mira al controllo formale della società. Mira piuttosto a riequilibrare una struttura proprietaria che negli ultimi anni si è fatta sempre più asimmetrica e quindi per “esercitare il proprio diritto di voto maggiorato per sostenere l’elezione dei candidati proposti per il cda in occasione della prossima assemblea generale annuale di Ferretti”, spiega la stessa società nella nota ufficiale.
Oggi il primo azionista di Ferretti è Weichai Group che adesso, attraverso la controllata Ferretti International Holding, detiene il 38,2% grazie a una serie di acquisti realizzatisi lo scorso mese (quando tra il 12 e il 15 dicembre la società ha acquisito 257.114 azioni). Si tratta ovviamente di una quota rilevante, la più alta tra i soci singoli, ma non sufficiente a garantire da sola il controllo della società. Ed è proprio in questo spazio intermedio, tra maggioranza relativa e assenza di controllo, che si gioca la partita.
Salire fino al 29,9% significa per KKCG avvicinarsi a una posizione di quasi parità con Weichai senza superare la soglia che farebbe scattare l’obbligo di un’opa totalitaria. È una scelta tutt’altro che casuale. Restare sotto il 30% consente di rafforzare in modo significativo il peso assembleare e consiliare, mantenendo al tempo stesso flessibilità finanziaria e strategica. In altri termini, KKCG non cerca di comprare Ferretti, ma di sedersi al tavolo da protagonista, in un momento in cui le decisioni contano più dei titoli.
Tra Europa e Cina
Ferretti oggi è una società sospesa tra due modelli di capitalismo. Da un lato quello incarnato da Weichai, grande gruppo industriale cinese, entrato storicamente nel capitale come socio strategico e oggi determinato a consolidare la propria influenza. Dall’altro quello rappresentato da KKCG, investitore europeo con una visione di lungo periodo, attento alla governance e alla sostenibilità degli equilibri societari. In mezzo c’è il management, chiamato a garantire continuità operativa in un contesto che è diventato progressivamente più teso.
La doppia quotazione a Hong Kong e Milano, che avrebbe dovuto ampliare la base investitori e valorizzare il gruppo, ha finito per rendere ancora più evidenti le differenze di approccio tra i soci. Da una parte una logica di integrazione industriale e di controllo, dall’altra una visione più aperta, in cui il consiglio di amministrazione svolge un ruolo centrale di indirizzo e mediazione. Negli ultimi mesi, queste differenze sono emerse con maggiore chiarezza, alimentando la percezione di una scalata silenziosa da parte di Weichai, non tanto sul piano delle percentuali, quanto su quello dell’influenza reale.
La lotta per il nuovo cda di Ferretti
È in questo contesto che va letta la mossa di KKCG. L’opa parziale arriva a ridosso del rinnovo del consiglio di amministrazione di metà maggio, un appuntamento che rappresenta il vero snodo della partita. Il cda di Ferretti non è un organo formale. È il luogo in cui si decidono la strategia industriale, la politica degli investimenti, il rapporto tra soci e management. In una società dove nessuno ha il controllo assoluto, il board diventa il vero centro di potere.
Weichai non può imporre da sola una linea. Per farlo, ha bisogno di costruire consenso, di orientare il flottante, di influenzare la composizione del consiglio. KKCG, rafforzando la propria partecipazione, rende questa operazione molto più complessa. Si accredita come azionista di riferimento alternativo, capace di intercettare il favore di quegli investitori istituzionali che guardano con crescente attenzione ai temi di governance, indipendenza del board e bilanciamento dei poteri. La battaglia non sarà quindi una semplice formalità. Sarà uno scontro tra due visioni del futuro di Ferretti. Da una parte l’ipotesi di una governance più verticale, con un socio industriale forte che orienta in modo diretto le scelte strategiche. Dall’altra un modello più articolato, in cui il consiglio di amministrazione è chiamato a svolgere un ruolo attivo e il management risponde a un equilibrio di interessi più ampio.
In questo quadro si inserisce anche la posizione dell’amministratore delegato, Alberto Galassi. La sua gestione ha portato risultati industriali significativi e un rafforzamento del brand a livello globale. Ma la sua centralità crescente ha anche alimentato frizioni, soprattutto con Weichai, che in più occasioni ha manifestato perplessità su una governance percepita come troppo accentrata. Il rinnovo del cda sarà inevitabilmente anche un passaggio di verifica sul modello di leadership del gruppo. Il mercato osserva con attenzione. La reazione al titolo dopo l’annuncio dell’opa è stata misurata, priva di eccessi, ma indicativa di una lettura matura dell’operazione. Non c’è l’aspettativa di un rilancio immediato né quella di un’uscita imminente. C’è piuttosto la percezione che KKCG stia cercando di stabilizzare l’assetto proprietario, riducendo il rischio di derive unilaterali e aumentando la visibilità sulla governance futura.
Metà maggio rappresenterà quindi uno spartiacque. Se dal rinnovo del consiglio emergerà una struttura fortemente sbilanciata verso Weichai, il messaggio al mercato sarà quello di una Ferretti sempre più integrata in una logica di controllo industriale cinese, con implicazioni non trascurabili in termini di percezione, multipli e relazioni istituzionali. Se invece prevarrà un assetto più equilibrato, con una presenza rafforzata di KKCG e un ruolo reale per i consiglieri indipendenti, la narrativa potrà cambiare in modo significativo. In gioco non c’è solo il futuro di una società quotata, ma il modello con cui l’Europa gestisce asset industriali ad alto valore simbolico. Ferretti è un caso emblematico perché unisce capitale globale, know-how italiano e mercati finanziari internazionali. La scelta che verrà fatta sulla governance dirà molto anche della capacità del sistema europeo di offrire un’alternativa credibile alla semplice contrapposizione tra controllo nazionale e acquisizione extraeuropea.
Come è composto il cda e gli azionisti italiani
Al momento il cda di Ferretti è composto formato da nove membri, di cui sei di espressione della proprietà asiatica. Oltre al presidente Qinggui troviamo infatti l’amministratore esecutivo Tan Ning, gli amministratori non esecutivi Jin Zhao e Jiang Lan, e gli amministratori indipendenti non esecutivi Zhu Yi e Patrick Sun. Gli altri membri del cda sono l’ad Galassi, l’amministratore e presidente non esecutivo Piero Ferrari (che detiene il 4,6% della società) e l’amministratore indipendente non esecutivo Stefano Dominicali. Va ricordato che oltre a Piero Ferrari, all’interno del capitale di Ferretti troviamo altre due figure italiane: Danilo Iervolino, con poco più del 5% e la famiglia Bombassei con circa il 2 per cento.









