Non è più soltanto una partita di prezzo, ma uno scontro sempre più aperto sugli equilibri di comando di Ferretti Group. Il consiglio di amministrazione del gruppo della nautica ha respinto l’opa volontaria parziale promossa da Kkcg Maritime, giudicando il corrispettivo non congruo sotto il profilo finanziario e l’offerta non equa né ragionevole per gli azionisti indipendenti.
La raccomandazione a non aderire imprime così una svolta formale alla contesa che oppone il socio ceco Karel Komarek al gruppo cinese Weichai, primo azionista del costruttore di yacht, mentre sullo sfondo si affaccia anche un nuovo socio, Biglari Holdings, entrato con il 3,4% del capitale.
In questo articolo:
- Ferretti, il board boccia Kkcg e invita i soci a non aderire
- Dietro l’opa si apre la sfida per il comando di Ferretti
- Ferretti, tra il peso di Weichai e l’ingresso di Biglari
Ferretti, il board boccia Kkcg e invita i soci a non aderire
Il giudizio del consiglio, riunito il 12 marzo per approvare il response document, mette nero su bianco la linea della società. Ferretti ritiene che il corrispettivo dell’offerta, pari a 3,50 euro cum dividend per azione, non sia congruo da un punto di vista finanziario e conclude che l’opa non sia equa né ragionevole per gli azionisti indipendenti, raccomandando quindi di non aderire. La valutazione del board si fonda anche sul lavoro dell’Independent Board Committee, costituito il 30 gennaio e composto dagli amministratori non esecutivi, che ha espresso la stessa raccomandazione, oltre che sul parere di Altus Capital, advisor finanziario indipendente del comitato, secondo cui l’operazione non è congrua e non è ragionevole. Alla deliberazione del cda si sono astenuti Piero Ferrari e Alberto Galassi, mentre Stefano Domenicali era assente giustificato.
L’offerta promossa da Kkcg riguarda fino a 52.132.861 azioni, pari al 15,4% del capitale, per un controvalore massimo di 182 milioni di euro, e punta a portare la partecipazione complessiva al 29,99%. Un livello che consentirebbe al gruppo ceco Kkcg di avvicinarsi sensibilmente al peso di Weichai senza oltrepassare la soglia del 30%, oltre la quale scatterebbe l’obbligo di opa totalitaria. È un elemento centrale nella logica dell’operazione: rafforzare in modo significativo la propria posizione nella società, aumentando il peso in assemblea e nella futura dinamica consiliare, ma senza assumersi gli oneri finanziari e regolamentari di una scalata piena. Più che alla conquista integrale del gruppo, dunque, la mossa sembra orientata a consolidare un ruolo decisivo negli equilibri di Ferretti.
Dietro l’opa si apre la sfida per il comando di Ferretti
Ma il vero significato della bocciatura del board va oltre il prezzo. Nella sua valutazione, Ferretti sottolinea infatti che la presenza di due partecipazioni azionarie significative, una riconducibile a Ferretti International Holding e l’altra a Kkcg, senza che nessuna delle due esprima una maggioranza, potrebbe generare una notevole incertezza sia sulla strategia aziendale di lungo termine sia sulla gestione operativa della società. È qui che emerge il punto politico-industriale della vicenda. Il gruppo non sta soltanto contestando le condizioni economiche dell’opa, ma sta segnalando il rischio di una convivenza conflittuale tra due soci forti, destinata a riflettersi direttamente sul governo societario. Nello stesso quadro si inserisce anche il rilievo secondo cui, fino a venerdì, Kkcg non avrebbe discusso con gli amministratori la loro eventuale inclusione nella lista per il rinnovo del consiglio, elemento che accresce l’incertezza attorno alle intenzioni del socio ceco proprio mentre la partita si avvicina al passaggio assembleare.
Ferretti, tra il peso di Weichai e l’ingresso di Biglari
Sul fondo resta la contrapposizione tra Kkcg e Weichai, il gruppo statale cinese che controlla il 38% di Ferretti e che ha già chiarito di non voler sostenere l’offerta, ribadendo la natura strategica e di lungo termine del proprio investimento. È questo il baricentro della vicenda: da una parte il socio ceco che punta a raddoppiare la propria quota e ad avere un peso maggiore nella governance, dall’altra l’azionista di controllo che difende l’attuale assetto.
In mezzo si inserisce ora anche Biglari Holdings, salita al 3,4% del capitale attraverso società controllate. Quotata al Nyse con una doppia classe di azioni, la holding statunitense fa capo a Sardar Biglari e si muove secondo una logica di allocazione del capitale spesso accostata, per impostazione, a quella di Berkshire Hathaway. Nato in Iran nel 1977 e arrivato negli Stati Uniti come rifugiato, Biglari ha costruito nel tempo un gruppo diversificato con attività nella ristorazione, nelle assicurazioni e nell’energia. Il suo ingresso in Ferretti non modifica l’asse centrale dello scontro, ma aggiunge un nuovo socio rilevante a una compagine già osservata con attenzione dal mercato. La stessa Biglari ha motivato l’investimento richiamando il valore del portafoglio marchi di Ferretti, da Riva a Pershing, da Ferretti Yachts a Wally, tutti brand con un posizionamento di leadership nei rispettivi segmenti.









