È passato poco più di un anno dalla cessione di Fibercop – la rete fissa di Telecom Italia – a un consorzio di investitori guidato da Kkr che comprende anche lo Stato italiano, e già tra la società di private equity americana e il governo si è ai ferri corti. Lo scontro ora arriva a Bruxelles, con Kkr che ha denunciato il Tesoro su una vicenda relativa a Open Fiber. Da tempo, il rivale più piccolo di Fibercop è un campo minato per i due protagonisti. In questo articolo:
- Fibercop: perché Kkr ha denunciato il governo
- Gli altri scontri Kkr-Mef
- FiberCop: quali conseguenze dalle diatribe tra Kkr-Mef?
Fibercop: perché Kkr ha denunciato il governo
Fibercop è ora una società posseduta per il 37,8% da Kkr, per il 17,5% dal fondo sovrano Abu Dhabi Investment Authority, per il 17,5% dal fondo pensionistico canadese Canada Pension Plan Investment Board, per il 16% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) e per l’11,2% dal fondo italiano per gli investimenti F2i (partecipato anche da Cassa Depositi e Prestiti). Il gruppo – guidato da Kkr – ha inoltrato alla Commissione europea per la concorrenza e il mercato un ricorso in cui sostiene che Open Fiber abbia ricevuto sostegno dallo Stato violando le norme sulla concorrenza. Open Fiber è partecipata per il 60% da Cdp Equity, che fa capo al Mef, e per il 40% dalla società finanziaria australiana Macquarie.
Secondo la denuncia, a partire da inizio 2024 il Tesoro avrebbe erogato a favore di Open Fiber consistenti finanziamenti a fondo perduto, garanzie varie su linee di credito, pagamenti di sanzioni ed estensione di concessioni in essere. Tutto ciò per la cifra complessiva di 4,5 miliardi di euro. Così facendo, “è stata alterata la concorrenza sul mercato della banda ultra-larga”, sostiene Fibercop.
Altri scontri Kkr-Mef
Quello in corso è solo l’ultimo in ordine temporale degli attriti tra il socio di maggioranza di Fibercop e il Mef, che rischiano di mettere a repentaglio la convivenza sotto lo stesso tetto. Nei mesi passati è scoppiato un caso in merito a una possibile fusione tra Fibercop e Open Fiber. Il governo spinge affinché si arrivi a un accordo che unisca le due realtà rivali e crei un campione nel settore della fibra ottica, ma Kkr tergiversa. Il fondo americano non è contrario in assoluto ma ritiene che integrare OpenFiber prima della fine del 2026 richiederebbe un esborso di 2,5 miliardi di euro a favore di Tim, sulla base dell’accordo di vendita risalente al 2023. All’epoca fu stabilito un prezzo di quasi 19 miliardi di euro, a cui sarebbe stato aggiunto un earn out per un pagamento fino a 22 miliardi. Kkr sarebbe disposto a riconoscere il surplus, ma diluito nel tempo.
Un altro versante incandescente riguarda i progetti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Fibercop sarebbe disponibile a farsi carico dell’implementazione della fibra ottica, subentrando nei lotti affidati a Open Fiber, in quanto quest’ultima risulta in ritardo nell’esecuzione della tabella di marcia, al fine di arrivare all’obiettivo concordato con la Commissione Ue per metà 2026. Il governo sembra però intenzionato a fare muro.
Infine, la scorsa settimana il Consiglio di amministrazione di Fibercop ha deciso di non pagare i dividendi. Una mossa che ha fatto contento Palazzo Chigi, più attento alla riduzione del debito dell’azienda, e meno Kkr, che aveva pianificato un’altra dinamica dei rendimenti nel momento in cui l’acquisizione della rete è stata chiusa.
Fibercop: quali conseguenze dalle diatribe tra Kkr-Mef?
Le schermaglie tra i due soci di Fibercop non sono irrilevanti. A fine 2024, il gestore di rete fissa aveva un debito complessivo (che include il leasing) di 11,2 miliardi di euro. Questa estate, la società ha emesso bond quotati alla Borsa del Lussemburgo per 2,8 miliardi di euro in 3 tranche. Una, di 1,2 miliardi di euro con cedola 4,75% è in scadenza nel 2030; un’altra di 900 milioni di euro con interessi al 5,125% termina nel 2032; una terza di 700 milioni di euro a scadenza 2031 è con cedola variabile pari al tasso euribor a 3 mesi più 300 punti base. I mercati obbligazionari quindi potrebbero risentire delle turbolenze all’interno della società, il che significa risalita dei rendimenti. Di conseguenza, ciò potrebbe avrebbe un impatto sulle prossime emissioni.









