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Fondi cinesi: come si comporteranno in caso di delisting ADR?

Fondi cinesi: come si comporteranno in caso di delisting ADR?

Cosa succerebbe ai fondi cinesi in caso di delisting da Wall Street delle ADR su cui investono? Per rispondere a questa domanda occorre fare alcune premesse. Innanzitutto una buona parte delle azioni cinesi hanno una doppia quotazione: nella Borsa americana e in quella di Hong Kong. Anche le 5 aziende inserite in black list recentemente dalla Securities and Exchange Commission, quali ACM Research, BeiGene, Hutchmed, Yum China Holdings e Zai Lab, 4 di esse sono quotate in Asia.

Inoltre, un rapporto della società di intermediazione China Renaissance fa notare che 80 delle 250 ADR cinesi a Wall Street, rappresentanti il 90% del valore di mercato del gruppo, soddisferebbero i requisiti di quotazione a Hong Kong. Quindi in caso di espulsione dagli indici americani, gli investitori non perderebbero l’accesso alle società come Alibaba, NetEase, JD.com e NIO ad esempio.

Ad ogni modo, se ci dovesse essere un delisting questo non sarebbe immediato, perché le società sotto osservazione avrebbero 3 anni di tempo per adeguarsi agli standard contabili richiesti dalle Autorità americane e nel frattempo tra Washington e Pechino è possibile che si giunga a un accordo. In settimana ad esempio dal Governo cinese sembra essere arrivata una schiarita, con una dichiarazione che induce a una collaborazione con gli Stati Uniti per evitare l’esclusione delle azioni cinesi da Wall Street.

 

Delisting azioni cinesi? Ecco come si stanno comportando i fondi

Quindi gli investitori che hanno investito nei fondi cinesi possono stare tranquilli? In teoria sì, almeno quelli che hanno investito in ADR che hanno una doppia quotazione. Tuttavia, alcune misure cautelative sono state già adottare da diversi fondi. Matthews China da 1,2 miliardi di dollari ha già fatto il passaggio da Wall Street a Hong Kong delle partecipazioni in Alibaba e JD.com. Il gestore del fondo, Andrew Mattoc, ha dichiarato che il trasferimento serve poi a gestire meglio l’aspetto tecnico e il rischio di esposizione. Matthews ha ridotto drasticamente la quota di ADR dal 20% di inizio 2020 al 4% di fine 2021.

Fidelity China da 1,4 miliardi di dollari ancora detiene in portafoglio la stessa quota di ADR cinesi di 2 anni fa, ossia del 13%. I gestori Ivan Xie e Peifang Sun hanno affermato che il trasferimento avverrà nel momento in cui lo ritengono opportuno.

Anche nel campo degli ETF incentrati sulla Cina sono stati adottati provvedimenti a scopo precauzionale. L’iShares MSCI China da 5,9 miliardi di dollari è passato da un’esposizione agli ADR del 28% del 2020 a una del 9% del 2022. Il CSI China Internet di KraneShares da 5,1 miliardi di dollari, che incorpora 54 azioni tech e dei consumi discrezionali cinesi, ha ridotto di oltre il 30% il peso delle ADR rispetto al 75% dell’anno scorso. L’azienda ha recentemente affermato che entro la fine dell’anno il portafoglio sarà esclusivamente rappresentato da azioni quotate a Hong Kong.

Tra i fondi cinesi, chi potrebbe invece avere delle difficoltà è Invesco Golden Dragon China da 190 milioni di dollari, in quanto detiene solo azioni cinesi quotate a Wall Street. In tal caso se si dovesse verificare un delisting le azioni non potrebbero trasferirsi, quindi in quel caso il fondo subirebbe pienamente le sanzioni. La soluzione potrebbe essere liquidare le azioni poco prima che avvenga l’espulsione dalla Borsa americana.

 

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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