Ancora guai per Google. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, che cita fonti vicine alla Commissione europea riprese dal quotidiano tedesco, Bruxelles starebbe mettendo a punto una multa di diverse centinaia di milioni nei confronti di Alphabet, la casa madre del colosso di Mountain View. La decisione sarebbe in fase avanzata di definizione e potrebbe essere resa ufficiale prima della pausa estiva. Si tratterebbe, qualora confermata, della sanzione più pesante mai comminata dall’Unione europea per una violazione del Digital Markets Act, il regolamento entrato in vigore per ridimensionare il potere dei giganti tecnologici nel mercato digitale.
In questo articolo:
- Google vs Ue: i motivi dietro alla potenziale multa
- Un lungo rosario di sanzioni
Google vs Ue: i motivi dietro alla potenziale multa
L’indagine alla base del provvedimento era stata avviata ufficialmente nel marzo del 2025 e riguarda le modalità con cui Google struttura i propri risultati di ricerca, favorendo sistematicamente i propri servizi e prodotti a scapito dei concorrenti. Un comportamento che, secondo la Commissione, viola le norme imposte dal DMA ai cosiddetti “gatekeeper”, ossia alle piattaforme digitali di grandi dimensioni che fungono da punto di accesso obbligato per milioni di utenti e imprese. Il portavoce della Commissione Thomas Regnier ha tuttavia precisato che l’istituzione è “più interessata a garantire la conformità futura di Google che a infliggere semplicemente una sanzione”, lasciando intendere che il vero obiettivo di Bruxelles rimane il cambiamento strutturale dei comportamenti del gruppo, non la punizione in sé.
Questo dettaglio non è di poco conto. Segnala una Commissione che, pur brandendo lo strumento della multa come deterrente, considera la vera posta in gioco ben più ampia di un trasferimento di denaro: si tratta di ridisegnare le regole del gioco in un mercato che per troppo tempo ha operato secondo logiche dettate da un unico soggetto dominante. In questo senso, la sanzione annunciata non è un punto d’arrivo ma piuttosto una leva, l’ennesimo atto di pressione di un’Unione europea sempre più determinata a far rispettare le proprie regole anche ai colossi d’oltreoceano.
Un lungo rosario di sanzioni
Per capire il peso di questa nuova sanzione occorre mettere in prospettiva storica i rapporti tra Google e le autorità antitrust europee, un percorso costellato di scontri, ricorsi e miliardi di euro in contenzioso. Tutto era cominciato nel luglio del 2017, quando la Commissione europea aveva inflitto a Google la prima grande multa della sua storia regolamentare: 2,42 miliardi di euro per aver abusato della propria posizione dominante favorendo il comparatore di prezzi Google Shopping a discapito dei servizi rivali nei risultati di ricerca. Era allora una cifra da record, destinata tuttavia a essere superata di lì a poco.
Nel luglio del 2018 arrivò la seconda bordata, ancora più salata: 4,34 miliardi di euro per l’uso distorsivo del sistema operativo Android, tramite il quale Google aveva imposto la preinstallazione del proprio motore di ricerca e del browser Chrome sui dispositivi prodotti dai costruttori che volevano accedere alle sue applicazioni. Un meccanismo che, secondo Bruxelles, aveva trasformato l’ecosistema mobile in un territorio colonizzato dalla piattaforma di Mountain View. Poi, nel marzo del 2019, era arrivata la terza sanzione: 1,49 miliardi di euro per le restrizioni imposte tramite AdSense, il servizio pubblicitario che aveva impedito ai siti partner di visualizzare annunci dei concorrenti. In meno di due anni il conto complessivo aveva toccato quota 8,2 miliardi di euro, una cifra capace di fare notizia persino nei bilanci di un’azienda abituata a macinare decine di miliardi di dollari di profitti all’anno.
Il capitolo più recente di questa saga si era aperto a settembre scorso, quando la Commissione europea aveva comminato a Google una multa da 2,95 miliardi di euro per aver favorito sistematicamente i propri servizi pubblicitari, AdX e DFP, a scapito dei concorrenti nel mercato della tecnologia pubblicitaria. Non si era trattato soltanto di una sanzione pecuniaria: Bruxelles aveva ordinato alla società di porre fine a queste pratiche entro sessanta giorni, pena ulteriori misure correttive. Un ultimatum netto, privo di margini interpretativi. Google aveva immediatamente annunciato ricorso, contestando quella che aveva definito un’accusa infondata e un rimedio sproporzionato, capace di penalizzare non solo il gruppo ma l’intero ecosistema degli editori digitali europei.
Sullo sfondo di questa pressione europea si staglia anche il fronte americano, dove i procedimenti legali contro il colosso di Mountain View stanno attraversando una fase cruciale. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha avviato un processo che potrebbe costringere Google a cedere il suo ad exchange AdX e ad aprire il meccanismo delle aste pubblicitarie alla concorrenza. Parallelamente, Alphabet deve fronteggiare in Europa una serie di cause legali che potrebbero costare fino a 12 miliardi di euro, promosse da concorrenti, associazioni di categoria e autorità locali, tutte incentrate sull’accusa di pratiche discriminatorie nel settore pubblicitario. Il quadro che emerge è quello di un’azienda che, pur conservando una posizione di forza nei mercati in cui opera, si trova a dover gestire una pressione regolatoria senza precedenti su entrambe le sponde dell’Atlantico.









