Il conflitto mediorientale non ha ancora spento le luci in Europa, ma sta già alzando il conto della bolletta. A quattro anni dalla crisi energetica del 2022, il continente si trova di fronte a un nuovo ciclo di pressioni sui prezzi: più graduali di allora, potenzialmente più durature. Secondo una ricerca pubblicata da S&P Global Ratings, la prima fase dello shock è già in corso, con l’inflazione nell’area euro attesa tra il 3% e il 3,5% ad aprile, mentre una seconda fase di trasmissione indiretta alle filiere produttive si sta progressivamente consolidando, con implicazioni per la crescita di medio termine, i tassi di interesse e la tenuta di specifici segmenti industriali.
In questo articolo:
- Quanto costa all’Europa la guerra in Medio Oriente
- Oltre l’energia, le filiere produttive sotto pressione
- Dove l’Europa è davvero vulnerabile
Quanto costa all’Europa la guerra in Medio Oriente
Il primo canale di trasmissione del conflitto è quello dei prezzi energetici, che hanno già prodotto un aumento significativo dei costi per i consumatori europei nel mese di marzo, con un’ulteriore accelerazione stimata per aprile. S&P Global Ratings prevede che l’inflazione nell’area euro raggiunga una forchetta tra il 3% e il 3,5% ad aprile, rispetto al 2,6% registrato il mese precedente. A differenza di quanto avvenuto nel 2022, quando i governi europei avevano adottato misure di sostegno su vasta scala, tra cui tetti ai prezzi e trasferimenti diretti alle famiglie, le risposte fiscali attuali si limitano a interventi mirati e temporanei, come riduzioni selettive delle accise sui carburanti.
Il profilo energetico europeo presenta elementi di differenziazione interna rilevanti. L’UE importa circa due terzi del proprio fabbisogno energetico, di cui circa il 14% dal Medio Oriente. Germania e Italia risultano le economie più esposte, in ragione della loro struttura industriale ad alta intensità energetica e della limitata capacità nucleare installata. La Francia è relativamente meno vulnerabile grazie all’infrastruttura nucleare nazionale, mentre il Regno Unito presenta un’esposizione contenuta: il Medio Oriente copre solo una quota ridotta del 44% di energia che il paese importa complessivamente. A livello globale, le principali economie asiatiche restano le più colpite, importando circa tre volte più energia dalla regione rispetto all’Europa. Il confronto con il 2022 è comunque favorevole all’Europa attuale: all’epoca la Russia soddisfaceva tra il 30% e il 35% del fabbisogno di petrolio e gas dell’intera area.
Oltre l’energia, le filiere produttive sotto pressione
Le pressioni non si limitano al comparto energetico. I sondaggi condotti a marzo presso le imprese europee documentano aspettative diffuse di rialzo dei prezzi di vendita nei mesi successivi, con segnali che interessano settori trasversali: trasporti, alimentare, metallurgia. Le rilevazioni flash dei PMI di aprile confermano la tendenza, pur con costi degli input in crescita più contenuta rispetto a marzo. L’escalation delle aspettative sui prezzi di produzione ricalca dinamiche già osservate nel 2022, stando ai dati degli indici dei prezzi alla produzione industriale elaborati da S&P Global Ratings su fonte LSEG Datastream e Commissione europea. Una pressione inflazionistica persistente potrebbe spingere le banche centrali europee ad alzare i tassi di riferimento, con conseguente aumento del costo del credito e potenziale indebolimento della fiducia di imprese e consumatori.
L’analisi dei dati UN Comtrade condotta dall’agenzia di rating individua venti categorie merceologiche per le quali l’UE presenta una dipendenza elevata dalle importazioni mediorientali, classificate per valore, esposizione allo Stretto di Hormuz e concentrazione dell’offerta tra i fornitori della regione. Tra i casi più critici figurano il cicloesano, il polipropilene e il polietilene ad alta e bassa densità, input fondamentali per plastica, imballaggi e petrolchimica, con un’esposizione allo Stretto di Hormuz compresa tra il 40% e il 62%. L’alluminio grezzo, sia in lega che non legato, è un’altra voce sensibile, con potenziali ricadute su automotive, costruzioni e packaging. Nel comparto aerospaziale e della difesa, i motori a reazione presentano un’esposizione allo Stretto dell’88%, con l’Arabia Saudita come unico fornitore mediorientale censito e un indice di concentrazione Herfindahl-Hirschman pari a 1, il massimo della scala. Lo zafferano, importato quasi interamente dall’Iran con un HHI di 0,98 e un’esposizione allo Stretto dell’87%, rappresenta invece un’anomalia nel paniere: un prodotto di nicchia con una filiera agro-alimentare e dell’ospitalità fortemente dipendente da un’unica origine geografica.
Dove l’Europa è davvero vulnerabile

Ad ogni modo, non ci sono solo cattive notizie. S&P Global Ratings esclude, allo stadio attuale, uno shock generalizzato delle catene di approvvigionamento per l’economia europea. Le petroliere continuano ad arrivare nei principali porti del continente — Rotterdam, Amsterdam, Anversa — e l’Europa non dipende esclusivamente dallo Stretto di Hormuz per le forniture energetiche. Elemento parzialmente rassicurante è il ruolo dell’Arabia Saudita, che si conferma il principale e in alcuni casi unico fornitore mediorientale per numerosi prodotti e dispone della possibilità di instradare le spedizioni attraverso il Mar Rosso, aggirando lo stretto. Le vulnerabilità strutturali, ciononostante, non sono trascurabili. L’elevata concentrazione dell’offerta su singoli fornitori amplifica la fragilità di determinati segmenti industriali in caso di interruzione delle forniture, indipendentemente dal valore assoluto delle importazioni coinvolte.
Sul fronte del commercio totale, l’UE importa circa 110 miliardi di dollari di beni dal Medio Oriente ogni anno, di cui circa 40 miliardi di beni non energetici che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. Una fonte di rischio aggiuntiva e indiretta è rappresentata dall’interconnessione con le supply chain asiatiche: le economie dell’Asia, più dipendenti dal Medio Oriente e strettamente integrate con i network produttivi europei, costituiscono un potenziale vettore di trasmissione secondaria degli shock, qualora le loro filiere subissero interruzioni significative.









