ETF, o fondi indicizzati, contro fondi comuni tradizionali. Quella in corso nell’arena dei prodotti per la gestione del risparmio è una vera battaglia, una guerra civile all’interno del sistema fondi, e i perdenti al momento sono i secondi.
Per capirlo basta guardare l’evoluzione nel numero di prodotti, nelle masse in gestione, ma anche solo osservare quanti asset manager big della gestione attiva (i tradizionali fondi comuni) stiano lanciando ETF, nella loro declinazione “attiva”.
Una battaglia che molti asset manager negano sia in corso, affermando che nei portafogli degli investitori c’è spazio per entrambe le tipologie. È vero, ma nel lungo periodo sarà ancora così?
In questo articolo:
- I numeri degli ETF
- Il ruolo degli ETF attivi
- Perché piacciono gli ETF
I numeri degli ETF e dei fondi comuni
Da oltre un decennio, gli investitori stanno spostando i propri capitali dai fondi comuni attivi verso i prodotti passivi, in particolare gli ETF. La quota degli Exchange traded fund sul totale dei fondi comuni e degli ETF in base alle masse in gestione è aumentata dall’8,7% del 2014 al 22,1% del 2024 secondo i dati raccolti da Bcg nel suo Global asset management report 2025. Alla percentuale indicata poco sopra bisogna aggiungere l’1,7% rappresentato dagli ETF attivi, il concorrente più pericoloso per le tradizionali gestioni attive.
Per contro, i fondi comuni hanno visto regredire il loro spazio dall’81,4% del 2014 al 59,7% dello scorso anno. Si sono salvati solo i fondi comuni passivi (replicano un indice ma, a differenza degli ETF, non sono quotati) che hanno registrato un avanzamento dal 9,7% al 16,5%.

Il ruolo degli ETF attivi
Pur con uno spazio ancora molto limitato sul totale delle masse in gestione, gli ETF attivi hanno mostrato tassi di crescita elevati negli ultimi anni. Nel solo 2024, secondo un recente report di Amundi, il 44% dei nuovi ETF lanciati è stato di tipo attivo.
“Una seconda ondata di adozione degli ETF sta portando capitali verso gli ETF a gestione attiva” notano gli esperti del Bcg nella loro ricerca. Secondo le stime il tasso annuo composto di crescita è stato del 39% negli ultimi dieci anni. Sono numeri che dimostrano come il settore sia in fase di rapida espansione.
Gli ETF attivi sono la via di mezzo tra le gestioni attive tradizionali e gli ETF passivi. Permettono agli asset manager di intervenire nella gestione del portafoglio ma in modo più misurato rispetto alla gestione attiva. Inoltre sono quotati, dunque più trasparenti, e i loro costi sono inferiori. Secondo lo studio del Bcg non esistono grandi differenze strutturali tra i due mondi, quello degli Etf attivi e quello dei fondi comuni attivi, in termini di potenziale di rendimento, ma le commissioni medie sono dello 0,64% contro l’1,08%.
Perché piacciono gli ETF
Gli assi della manica degli ETF, d’altronde, sono evidenti. Rispetto ai fondi comuni, gli ETF offrono rendimenti netti più interessanti, oltre a una maggiore liquidità, efficienza fiscale e trasparenza, essendo prodotti quotati. Una recente ricerca di Moneyfarm sui Rendiconti costi e oneri che gli intermediari finanziari devono inviare ogni anno agli investitori, ha evidenziato che il 72% di chi conosce il documento “e mostra quindi una maggiore consapevolezza dell’impatto dei costi sulla performance degli investimenti” ritiene gli ETF il prodotto con il miglior rapporto costi/benefici.
Il dato è in netta controtendenza con la quota di strumenti detenuti dai risparmiatori italiani. Solo il 15% investe in ETF contro il 39,2% che compra fondi comuni. “Tra chi ha una chiara comprensione dei costi sostenuti, la scelta degli ETF raggiunge il 79,5%” spiega il report.









