Il tech europeo vale 4mila miliardi di dollari, ma l’Italia arranca

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Mentre il motore tecnologico europeo continua a correre, le luci che illuminano l’ecosistema italiano appaiono più fioche e intermittenti. Il rapporto State of European Tech 2025, pubblicato da Atomico, conferma molti degli elementi già noti, ma aggiunge sfumature nuove, tendenze in accelerazione, opportunità strategiche, ma anche ostacoli strutturali che per l’Italia restano un peso significativo. Se prima si poteva parlare di fragilità, ora il termine giusto potrebbe essere “paradosso”: l’Italia ha più unicorni, cresce l’ottimismo, ma il capitale, quello davvero rilevante, manca.

 

In questo articolo:

 

  • Il quadro del tech europeo aggiornato al 2025
  • Il “bivio per l’Europa”
  • Tech europeo: tra unicorni, exit e startup
  • Il tech e l’Italia: crollano gli investimenti 
  • Il quadro del tech europeo aggiornato al 2025

 

Il quadro del tech europeo aggiornato al 2025

Secondo il rapporto Atomico 2025, il tech europeo vale quasi 4mila miliardi di dollari, pari a circa il 15% del Pil europeo. Un traguardo non solo simbolico, perché rappresenta la trasformazione di un ecosistema che dieci anni fa era ancora poco più che embrionale. Come ricorda Sifted, il valore aggregato delle imprese tecnologiche europee è quadruplicato in un decennio.

In termini di sentiment, l’ottimismo è tornato. Il report rileva che circa il 50% dei fondatori, investitori e operatori tech si dichiara più fiducioso sul futuro della tecnologia in Europa rispetto a 12 mesi fa: il livello più alto di fiducia dal boom del 2021. Inoltre, il capitale di rischio è previsto in crescita: Atomico stima che 44 miliardi di dollari saranno raccolti dalle startup europee entro la fine del 2025, un leggero aumento rispetto agli anni precedenti.

Un dato particolarmente interessante riguarda la deeptech: oggi oltre un terzo (36%) di tutto il capitale di venture capital investito in Europa finisce nelle startup deep-tech, mentre nel 2021 la quota era inferiore a un quinto (19%). Questo significa che l’Europa non sta solo puntando su app e fintech, ma sta investendo seriamente in settori strategici come quantum computing, AI avanzata, difesa e infrastrutture digitali.

 

Il “bivio per l’Europa”

Sul piano geopolitico e strutturale Atomico lancia un richiamo forte: l’Europa è a un “bivio”. Secondo il report, servono quattro grandi ambizioni per sbloccare il potenziale non ancora realizzato: semplificare la regolamentazione per costruire e vendere su scala paneuropea, attrarre e trattenere il talento più ambizioso, mobilitare i mercati dei capitali continentali e rafforzare la cultura del rischio.

Ma le barriere restano: circa il 70% degli intervistati nel report percepisce l’ambiente normativo europeo come troppo restrittivo, frammentato e disomogeneo tra paesi. Questa burocrazia, unita a una struttura dei mercati dei capitali meno matura rispetto agli Stati Uniti, rischia di soffocare le scaleup che ambiscono a diventare protagoniste globali.

Infine, Atomico punta il dito su un tema politico: non basta misurare lo stato dell’ecosistema, serve fare advocacy. Il documento 2025 non è solo un’istantanea, ma un manifesto: l’industria tech europea chiede a gran voce maggiore impegno pubblico, politiche industriali coerenti e capitale paziente per le tecnologie di frontiera.

 

Tech europeo: tra unicorni, exit e startup

Uno dei dati più sorprendenti è che nel 2025 l’Europa ha superato i 400 unicorni. Secondo il report, il numero totale di aziende tecnologiche europee valutate oltre 1 miliardo di dollari è arrivato a 413, in forte crescita rispetto a dieci anni fa, quando erano poco più di 127.

Questo dato evidenzia non solo la quantità di imprese di successo, ma anche la diffusione geografica: nuovi unicorni emergono da almeno 11 paesi diversi, toccando settori che vanno ben oltre l’AI “pura”. Un altro aspetto degno di nota: il ritmo delle ipo e delle exit rimane un punto debole. Nonostante il sentiment positivo, molte delle aziende di successo continuano a guardare agli Stati Uniti per quotarsi o per realizzare exit significativi. Questo fenomeno sottrae talento, valore e visibilità all’Europa.

Sul fronte dell’innovazione strategica, il rapporto evidenzia che il deep tech europeo potrebbe diventare un motore enorme di crescita e autonomia. Secondo McKinsey, il deep tech europeo potrebbe generare mille miliardi di dollari di valore aggiunto e creare un milione di posti di lavoro, se adeguatamente supportato. Questo non è un dettaglio secondario, perché integra perfettamente la visione di sovranità tecnologica che Atomico promuove: non si tratta solo di fare startup, ma di costruire capacità industriali strategiche nel lungo termine.

 

Il tech e l’Italia: crollano gli investimenti 

Tornando al contesto italiano, i dati aggiornati dipingono un quadro ancora più problematico, nonostante qualche segnale positivo. Gli investimenti in startup tech in Italia sono passati da 1,3 miliardi di dollari nel 2024 a una stima di 758 milioni per il 2025, una flessione di circa il 40%. È un dato drammatico, che non può essere ignorato, soprattutto se rapportato al potenziale che l’Italia vorrebbe esprimere.

Eppure, in Italia cresce l’ottimismo: nel sondaggio condotto da Atomico, il 56% degli intervistati italiani dichiara di sentirsi più fiducioso sul futuro del tech europeo rispetto all’anno precedente. Un paradosso che riflette una speranza diffusa: gli imprenditori italiani non vogliono arrendersi, ma si rendono conto che saranno necessarie politiche pubbliche più aggressive per trasformare le parole in fatti.

Quanto agli unicorni italiani, il rapporto conferma che sono 9 nel 2025, contro gli 8 dell’anno precedente. Il nuovo ingresso è Namirial, che si aggiunge a realtà ormai storiche come Bending Spoons, Domyn (l’ex iGenius), Technoprobe, Tatatu, Moltiply Group, ScalaPay, Satispay, e Tra questi, Bending Spoons rimane il gioiello di casa. È un decacorno, ossia valutato oltre 10 miliardi di dollari. Peraltro, in una recente intervista Luca Ferrari, a.d. e co-fondatore della società, ha ammesso che Bending Spoons potrebbe prepararsi per un’ipo già nel 2026.

 

Rischi e opportunità che l’Italia non può più ignorare

Guardando avanti, l’Italia si trova davanti a un bivio cruciale. Da un lato ci sono segnali incoraggianti: più unicorni, maggiore ottimismo, imprenditori disposti a credere nel potenziale europeo. Dall’altro, le ombre delle fragilità strutturali sono sempre più forti: la caduta degli investimenti, la mancanza di grandi round, la fuga verso mercati più favorevoli come quello statunitense.

Se il nostro Paese non riesce a colmare queste lacune, il rischio non è solo di restare indietro: è di subire passivamente la “tech-fuga” dei talenti e delle imprese. Le startup più ambiziose potrebbero crescere ma scegliere di delocalizzare la loro sede legale o di quotarsi all’estero, sottraendo valore all’Italia. La posta in gioco è quindi alta e se si vuole davvero contribuire al motore tecnologico europeo, si deve tradurre l’ottimismo in progetti concreti: investimenti più profondi, politiche audaci, infrastrutture strategiche.

Altrimenti, gli unicorni italiani resteranno gemme isolate in una corona fragile, rare, preziose, ma troppo poche per reggere il peso di una reale leadership tecnologica.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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