Inflazione: 4 ragioni per cui non è come quella degli anni '70

Inflazione: 4 ragioni per cui non è come quella degli anni ’70

Immaginare solo un anno e mezzo fa la situazione che si sta vedendo oggi sul fronte energetico sarebbe stato folle. Quando scoppiò la pandemia da Covid-19, le quotazioni del petrolio crollarono terribilmente, al punto da verificarsi una cosa mai successa: i prezzi dei future sul greggio quotati nel mercato delle materie prime finirono in territorio negativo. Sì, gli acquirenti pagavano per non vedersi consegnati i barili di oro nero nei magazzini giunti ormai al collasso.

Da allora vi è stata una rincorsa da parte dei produttori di tagliare l’offerta per cercare di equilibrare un mercato che la chiusura della attività produttive aveva spogliato della domanda. La ripresa dell’economia post-pandemica, unita alla carenza di materia prima, ha ribaltato completamente lo stato delle cose, determinando stavolta uno shock sul lato dell’offerta. La Cina e l’Europa sono le principali protagoniste di questo nuovo quadro che vede una crisi energetica che ha spinto le quotazioni dei combustibili fossili a livelli che non si vedevano da anni.

 

Inflazione: 4 ragioni per cui non è come negli anni ’70

La nuova situazione fa inevitabilmente riaffiorare alla mente quanto successe negli anni ’70, quando 2 tremendi shock petroliferi devastarono l’economia mondiale, provocando una crisi energetica senza pari e una crescita dei prezzi al consumo inarrestabile. Allora tutto fu aggravato da una grande recessione economica, per questo si parlò di stagflazione. Adesso l’inflazione galoppa a un ritmo simile a quello di tanti anni fa, ma la situazione per il momento non può essere accostata, almeno per 4 ragioni:

L’economia è cambiata

All’epoca la quota di spesa per l’energia al consumo negli Stati Uniti era di circa il 13% sul totale, oggi invece si attesta intorno al 6%-7%. Questo vuol dire che sull’inflazione, l’aumento dei costi energetici ha un peso notevolmente minore rispetto a quanto accadeva negli anni ’70. Quindi prezzi del petrolio più alti dovrebbero essere meno incisivi.

Il rimbalzo dell’economia

In confronto al passato, oggi c’è una pandemia di mezzo che aveva letteralmente affossato i prezzi al consumo con il crollo della domanda. Da quando le attività economiche sono tornate a funzionare, è logico che anche i prezzi sono tornati a crescere.

In un anno le quotazioni del petrolio sono passate da poco più di 40 dollari al barile a 85 dollari. Tolti gli eccessi dovuti alla crisi energetica, si è appena sopra la media dei prezzi degli ultimi 15 anni, ossia di circa 70 dollari al barile. A settembre 2021 infatti il greggio era scambiato intorno ai 72 dollari.

Tutto fa parte di un processo di aggiustamento della domanda con l’offerta, dove la politica dell’OPEC+ finisce per svolgere una funzione fondamentale. Quindi, nel momento in cui l’output si andrà a regolare sul ritorno dei consumi pre-pandemici, la situazione tenderà a stabilizzarsi.

Gli Stati Uniti sono diventati esportatori di energia

Negli USA il fabbisogno energetico è molto diverso rispetto a quello di 40 anni fa. A quei tempi gli Stati Uniti erano importatori netti di petrolio e gas, di conseguenza qualsiasi turbolenza proveniente soprattutto dal Medio Oriente rischiava di destabilizzare il quadro economico americano, con i prezzi che venivano alterati.

Oggi questo non succede più, o comunque accade in maniera notevolmente più lieve, dal momento che il Paese è passato a essere esportatore netto di energia. Inoltre le tecnologie di produzione permettono una maggiore reattività alle oscillazioni dei prezzi. In altri termini, una corsa dei prezzi energetici come si sta vedendo in questo periodo incoraggeranno più rapidamente gli adeguamenti di forniture.

La transizione energetica

Per il momento parlare di energia pulita in una situazione di piena emergenza come questa sembra quasi fuori luogo. Ma è una realtà che esiste se si fa il paragone con gli anni passati. Anche se non in grado di soddisfare il fabbisogno collettivo, le energie alternative forniscono un aiuto importante, su cui si poteva contare meno durante i grandi shock petroliferi.

Questo comporta un avvicinamento più veloce alla risoluzione dei disequilibri sul mercato della domanda e dell’offerta di energia. Nel tempo l’effetto sarà ancora più significativo, allorché il processo di passaggio dai combustibili fossili alle fonti energetiche senza emissioni si avvia al completamento.

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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