Nel 2022, quando OpenAI lanciò ChatGPT, Sam Altman era convinto che l’intelligenza artificiale avrebbe eliminato in pochi anni milioni di posti di lavoro impiegatizi. Tre anni dopo, a Sydney, lo stesso Altman ha pubblicamente ritrattato quella previsione: l’impatto sull’occupazione è stato inferiore alle attese, e l’apocalisse non si è materializzata. È un’ammissione che arriva in un momento in cui il dibattito si fa più articolato: da un lato i dati dell’Oxford Internet Institute e le analisi di McKinsey documentano come le competenze in ambito AI generino premi salariali e nuove categorie professionali; dall’altro, Papa Leone XIV, con la sua prima enciclica sociale Magnifica humanitas ha richiamato alla necessità di governare la tecnologia senza subirla. Dai mercati finanziari alle curie vaticane, è un confronto sempre più urgente su cosa significhi coesistere con una tecnologia che nessuno aveva previsto con precisione.
In questo articolo:
- Intelligenza artificiale, le previsioni sbagliate di Altman
- Dal Vaticano alla Silicon Valley: l’AI va guidata
- Intelligenza artificiale, la creatività umana torna protagonista
Intelligenza artificiale, le previsioni sbagliate di Altman
Sam Altman, ceo di OpenAI, ha espresso durante una conferenza della Commonwealth Bank of Australia una valutazione inattesa: le previsioni tecnologiche formulate da OpenAI al momento del lancio di ChatGPT nel 2022 si sono rivelate sostanzialmente corrette, mentre le implicazioni sociali ed economiche erano state sovrastimate. In particolare, l’impatto sull’eliminazione dei posti di lavoro impiegatizi di livello base è risultato inferiore alle attese. Altman ha definito esplicitamente questo un errore di cui si dice “lieto”, aggiungendo di comprendere meglio oggi le ragioni per cui quello scenario non si è verificato. A titolo personale, ha citato l’esperienza di aver delegato all’AI le risposte ai messaggi su Slack e alle e-mail, per poi tornare a gestirle direttamente: “Ci teniamo davvero alle nostre interazioni con le persone”, ha spiegato, indicando nella componente relazionale dell’occupazione un perimetro che l’IA non è in grado di occupare nel prossimo futuro.
Altman ha escluso che si assisterà al “tipo di apocalisse occupazionale che alcune aziende del settore sostengono”, pur riconoscendo che il panorama lavorativo sarà “molto diverso” da quanto originariamente immaginato. Sicuramente un ceo che ammette pubblicamente di essersi sbagliato sulle conseguenze della propria tecnologia è un fatto raro nel panorama della Silicon Valley, dove le previsioni vengono più spesso celebrate che corrette. Lo è ancora di più quando quella tecnologia vale, sulla carta, mille miliardi di dollari e si prepara a sbarcare in borsa. OpenAI infatti starebbe per depositare in via riservata una richiesta di quotazione in borsa negli Stati Uniti nelle prossime settimane, con un obiettivo di raccolta di almeno 60 miliardi.
Dal Vaticano alla Silicon Valley: l’AI va guidata
Le perplessità sul ritmo e sulla direzione dello sviluppo dell’intelligenza artificiale non mancano, e provengono da interlocutori di peso. Eric Schmidt, ex ceo di Google, ha descritto l’impatto dell’intelligenza artificiale come “più grande, più rapido e più significativo di qualsiasi altra rivoluzione precedente”, destinato a coinvolgere ogni professione, ogni aula, ogni ospedale e ogni relazione. Schmidt ha definito razionali le preoccupazioni delle nuove generazioni aggiungendo che il cambiamento è “inevitabile” e richiede adattamento. Un orientamento confermato da un sondaggio Gallup che documenta una diffusione crescente di stati d’ansia tra i nati tra il 1997 e il 2012.
La posizione della Chiesa cattolica, espressa nell’enciclica Magnifica humanitas firmata il 15 maggio da Papa Leone XIV nel 135° anniversario della Rerum novarum, non è di rifiuto della tecnologia, ma di richiesta di governo etico della stessa. Il documento indica che la tecnologia “può alleviare le sofferenze e aprire nuove possibilità”, ma non deve rinunciare a ciò che è proprio dell’essere umano: “la capacità di relazione e di amore”. L’enciclica critica le derive transumane e postumaniste, che interpretano il progresso come superamento dei limiti dell’umano e propone una distinzione tra due modelli di sviluppo: uno a servizio della persona e dei popoli, l’altro subordinato a logiche di potere. Il limite non è un difetto da eliminare, scrive Leone XIV, ma “una dimensione costitutiva della persona”, attraverso cui maturano la relazione e la cura. Leone XIV non chiede di fermare l’intelligenza artificiale. Chiede di disarmarla, ossia sottrarla alla logica della competizione permanente, sia essa militare, economica, cognitiva che ne governa oggi lo sviluppo. “Far crescere la tecnica eliminando i limiti dell’umano”, scrive il Pontefice, “significa, di fatto, far regredire il cuore”.
Ciò che fa specie è che la prima risposta istituzionale di peso all’intelligenza artificiale non arriva da un parlamento o da un organismo sovranazionale, ma da una cattedra vaticana. È un vuoto che dice molto sullo stato del dibattito pubblico: mentre la tecnologia avanza a una velocità senza precedenti, le istituzioni tradizionalmente deputate a governare i cambiamenti economici e sociali sembrano ancora alla ricerca di un linguaggio adeguato. Il tempo per decidere cosa fare dell’intelligenza artificiale si sta esaurendo più in fretta di quanto le istituzioni siano disposte ad ammettere e questo può fare paura.
Intelligenza artificiale, la creatività umana torna protagonista
Il quadro si complica se si considera che alcune delle previsioni più allarmistiche circolate negli ultimi mesi – tra cui quella di Mustafa Suleyman, ceo di Microsoft, che al Financial Times ha stimato l’automatizzazione completa della maggior parte delle mansioni impiegatizie entro 12-18 mesi — potrebbero già produrre effetti reali sull’economia prima ancora che l’automazione li generi autonomamente. Un sondaggio condotto da Davenport e Srinivasan su oltre mille dirigenti globali nel dicembre 2025 lo documenta: solo il 2% ha effettuato tagli direttamente attribuibili all’IA operativa, mentre il 60% ha già ridotto o sta limitando le assunzioni in previsione di sviluppi futuri non ancora verificati. Secondo i due ricercatori, l’intelligenza artificiale viene in diversi casi invocata come giustificazione per riduzioni che rispondono in realtà a logiche di contenimento dei costi.
Difatti, la revisione di Altman è il segnale che anche chi ha costruito l’AI fatica a prevederne gli effetti reali sul mondo del lavoro. Un’analisi di quasi dieci milioni di offerte di lavoro condotta dai ricercatori dell’Oxford Internet Institute documenta che i ruoli che richiedono competenze in ambito AI tendono a concentrare benefici significativi: maggiore disponibilità di lavoro da remoto, segnali positivi di cultura aziendale e premi salariali rilevanti. Le posizioni che includono il congedo parentale registrano retribuzioni superiori di circa il 12% rispetto alla media; quelle che segnalano una forte cultura aziendale di circa il 20%. L’integrazione dell’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro non produce, dunque, soltanto riduzione di funzioni esistenti: genera anche categorie professionali nuove e ridefinisce quelle consolidate.
Secondo McKinsey, le organizzazioni che reinvestono i risparmi ottenuti dall’automazione nella creazione di nuovi ruoli rafforzano la propria struttura in una prospettiva di lungo periodo. Le competenze che acquisiscono peso crescente nei profili richiesti sono quelle più difficilmente replicabili dai sistemi automatizzati: problem solving creativo, intelligenza emotiva, competenze interpersonali, capacità di apprendimento rapido e adattabilità. Le attività di routine nell’elaborazione delle informazioni restano le più esposte all’automazione progressiva, mentre i sistemi di AI, pur in grado di processare grandi quantità di dati per identificare opportunità di business o direzioni di ricerca, non sostituiscono le funzioni umane di valutazione, selezione e implementazione. Le organizzazioni più strutturate progettano flussi di lavoro che massimizzano il tempo dedicato a queste attività ad alto valore aggiunto, riconoscendo nella creatività e nell’adattabilità delle persone un asset strategico non replicabile nel medio periodo. Ancora non si può davvero sapere come l’intelligenza artificiale regolerà le nostre vite e quali impatti si avranno nel lungo periodo. Ma mentre noi continuiamo a fare ipotesi e locubrazioni, decina di migliaia di offerte di lavoro stanno già scrivendo una storia diversa. Non quella di un mercato in ritirata davanti alla macchina, ma di uno che aveva iniziato a riorganizzarsi attorno a ciò che la macchina non riesce a toccare: la capacità di immaginare e di costruire relazioni. Sono qualità che non compaiono nei manuali di economia del lavoro, ma che oggi hanno un prezzo e quel prezzo sta salendo.









