SpaceX, Musk mette le mani avanti: le incognite sulla più grande ipo della storia

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SpaceX si prepara a quello che potrebbe essere il debutto in borsa più grande di sempre mentre il suo documento di registrazione S-1 mette nero su bianco rischi sostanziali legati ad alcuni degli obiettivi di crescita più ambiziosi dell’azienda. La coincidenza tra l’annuncio pubblico di queste avvertenze e la fase pre-ipo rispecchia un obbligo di legge imposto dalla normativa americana sui titoli: le società sono tenute a dichiarare i rischi prima della quotazione, anche a tutela da future responsabilità legali.

Il risultato è una distanza marcata tra la narrativa pubblica di Elon Musk che a gennaio, al World Economic Forum, aveva definito i data center spaziali “una scelta ovvia” e “il luogo più economico per ospitare l’IA entro due o tre anni” e il tono radicalmente più prudente adottato nel prospetto informativo depositato presso la Sec.

 

In questo articolo:

 

  • Due acquisizioni in pochi mesi: SpaceX ridisegna il suo perimetro
  • Il nodo dei data center orbitali
  • Starship e il fattore Musk: i rischi che pesano sull’ipo di SpaceX

 

Due acquisizioni in pochi mesi: SpaceX ridisegna il suo perimetro

Nel giro di pochi mesi SpaceX ha completato due operazioni straordinarie che ne ridefiniscono profondamente l’identità industriale. A febbraio ha portato a termine la fusione con xAI, la startup di intelligenza artificiale fondata da Musk e creatrice del chatbot Grok, in un’operazione che ha valorizzato xAI intorno a 250 miliardi di dollari. La mossa ha trasformato SpaceX in un soggetto ibrido, che si presenta oggi agli investitori come una piattaforma integrata di infrastruttura spaziale e intelligenza artificiale. La fusione ha portato con sé il supercomputer Colossus, il cluster installato a Memphis che xAI ha presentato come il più grande al mondo, equivalente a un milione di GPU Nvidia H100. L’analisi di PitchBook ha stimato in marzo la valutazione complessiva di SpaceX in una forchetta tra 1.100 e 1.700 miliardi di dollari, riconoscendo che la fusione con xAI ha ampliato la narrativa aziendale, aggiungendo al contempo una complessità di integrazione difficile da prezzare in fase di ipo.

Ora SpaceX ha dichiarato di essersi assicurata un’opzione per acquisire Cursor, startup specializzata nella generazione automatica di codice tramite intelligenza artificiale, per 60 miliardi di dollari entro la fine dell’anno, con un’alternativa da 10 miliardi di dollari per una partnership commerciale. L’operazione segue il passaggio in SpaceX, annunciato a marzo, di due dirigenti di prodotto di Cursor, Andrew Milich e Jason Ginsberg, accomunati dall’obiettivo dichiarato di contribuire ai progetti spaziali e di intelligenza artificiale dell’azienda. Cursor opera in un mercato, quello degli strumenti AI per sviluppatori, in cui Anthropic e OpenAI hanno ottenuto i primi e più solidi successi commerciali, e in cui xAI è rimasta finora in posizione arretrata. L’accesso al supercomputer Colossus, nelle intenzioni dichiarate di SpaceX, dovrebbe consentire a Cursor di sviluppare modelli proprietari di maggiore potenza. L’analisi di PitchBook stima la valutazione complessiva di SpaceX in una forchetta tra 1.100 e 1.700 miliardi di dollari, riconoscendo che la fusione con xAI ha ampliato la narrativa aziendale, aggiungendo al contempo una complessità di integrazione difficile da prezzare in fase di ipo.

 

Il nodo dei data center orbitali

È nel documento presentato alla Sec che SpaceX traccia i confini tra ciò che è operativo e ciò che rimane allo stadio di progetto. Sul fronte dei data center orbitali per l’intelligenza artificiale, uno dei pilastri della narrativa di crescita presentata agli investitori istituzionali, il documento S-1 adotta un linguaggio intriso di cautela. “Le nostre iniziative per sviluppare sistemi di calcolo AI orbitali e per l’industrializzazione in orbita, sulla Luna e nello spazio interplanetario sono nelle fasi iniziali, comportano una notevole complessità tecnica e tecnologie non ancora collaudate, e potrebbero non raggiungere la redditività commerciale“, si legge nel prospetto. I futuri centri dati spaziali opererebbero, prosegue il documento, “nell’ambiente ostile e imprevedibile dello spazio”, esposti a “una vasta e unica gamma di rischi spaziali che potrebbero causarne il malfunzionamento o il guasto”.

La portata dell’ambizione è tale che la sua realizzazione richiederebbe, secondo alcune stime, circa 6.667 voli Starship all’anno per raggiungere la scala di un milione di satelliti dedicati all’elaborazione AI, un volume pari a circa 530 volte l’attuale massa di lancio globale annua. Stessa cautela investe Moonbase Alpha, il progetto di insediamento umano autosufficiente sulla Luna incluso nella narrativa pre-ipo. PitchBook, nella sua analisi indipendente, ha scelto di attribuire ricavi pari a zero a entrambe le iniziative, ritenendone la modellizzazione finanziaria non supportabile con le informazioni disponibili. Come ricorda Morningstar, SpaceX non ha mai reso pubblici bilanci ufficiali: fino al deposito completo del prospetto, gli investitori si trovano a valutare un’azienda con proiezioni commerciali ambiziose e accesso limitato ai dati contabili effettivi.

 

Starship e il fattore Musk: i rischi che pesano sull’ipo di SpaceX

A determinare le sorti dell’ipo ci sono, però, altri due fattori difficili da prezzare. La prima è Starship, il razzo di nuova generazione completamente riutilizzabile su cui convergono quattro linee strategiche distinte: la riduzione dei costi di lancio per i satelliti Starlink, l’alimentazione dei futuri data center orbitali, le missioni di esplorazione lunare e il trasporto umano interplanetario. Il vettore ha subito diversi ritardi e fallimenti nei test, e l’S-1 lo riconosce esplicitamente: “Qualsiasi fallimento o ritardo nello sviluppo di Starship su larga scala o nel raggiungimento della cadenza di lancio, della riutilizzabilità e delle capacità richieste ritarderebbe o limiterebbe la nostra capacità di attuare la nostra strategia di crescita”. Starlink e la commercializzazione di Starship rimangono, secondo PitchBook, i due segmenti con la maggiore capacità di giustificare autonomamente una valutazione nell’ordine di 1.500 miliardi in un orizzonte di cinque-sette anni.

La seconda variabile è la figura di Elon Musk, la cui visibilità politica e il ruolo di amministratore delegato sono identificati nel documento come fonte di volatilità non correlata alle performance operative, una dinamica che PitchBook assimila a quella di Tesla, con “credibilità amplificata” dalla leadership pubblica di Musk, ma anche con esposizione a oscillazioni di mercato legate ai titoli di stampa piuttosto che ai fondamentali. La raccolta prevista di 75 miliardi di dollari — che supererebbe quella di Aramco del 2019, pari a 25,6 miliardi — potrebbe passare alla storia come la più grande ipo mai realizzata. Fino al deposito dell’S-1 completo, gli investitori dispongono di proiezioni ambiziose e dati finanziari limitati: condizione che rende il pricing dell’offerta un esercizio tanto strategico quanto esposto all’incertezza.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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