Nuovo colpo di scena nel mondo del calcio in vista di quello che rappresenta uno dei più grandi eventi dell’anno e non solo: i Mondiali 2026. In attesa di capire, almeno sportivamente, se l’Italia si qualificherà alla competizione (manca dal 2014 nel palcoscenico mondiale), dal punto di vista prettamente burocratico c’è un altro nodo da sciogliere: come e se l’Iran prenderà parte alla competizione, dato che l’attuale conflitto è partito su iniziativa di uno dei Paesi che ospiterà i Mondiali: gli Stati Uniti.
In questo articolo:
- Mondiali 2026: l’Iran chiede di spostare le partite in Messico
- Cosa significherebbe spostare le partite dell’Iran in Messico
- Mondiali 2026, l’edizione più ricca di sempre
Mondiali 2026: l’Iran chiede di spostare le partite in Messico
È in questo spazio di tensione, tra pianificazione e contingenza, che si inserisce la richiesta avanzata dalla Federazione calcistica iraniana alla Fifa: spostare le partite della nazionale dagli Stati Uniti al Messico, uno dei tre Paesi ospitanti dei Mondiali 2026. Una richiesta che, se accolta, segnerebbe un precedente significativo nella storia recente della competizione e aprirebbe interrogativi profondi sul rapporto tra sport, sicurezza e politica internazionale.
La notizia, rilanciata da Reuters, prende forma dalle parole del presidente della federazione iraniana, Mehdi Taj, che ha esplicitato senza ambiguità le preoccupazioni della propria organizzazione: l’impossibilità di garantire la sicurezza della squadra negli Stati Uniti, alla luce del deterioramento dei rapporti diplomatici e militari tra Teheran e Washington. Una posizione che trova un’eco indiretta nelle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, il quale, pur non escludendo formalmente la partecipazione dell’Iran, ha sottolineato come la presenza della nazionale negli Stati Uniti potrebbe non essere “opportuna per la loro stessa sicurezza”.
Parole in netta contrapposizione con quanto invece aveva dichiarato il presidente della Fifa, Gianni Infantino, proprio a margine dell’incontro con Trump. “Mi ha ribadito che la squadra iraniana sarà ovviamente benvenuta a partecipare al torneo negli Stati Uniti. Abbiamo tutti bisogno di un evento come la Coppa del Mondo Fifa, che unisce le persone ora più che mai, e ringrazio sinceramente il Presidente degli Stati Uniti per il suo sostegno, che dimostra ancora una volta come il calcio unisca il mondo”, aveva evidenziato il numero uno della federazione in un post sui social.
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Parole che comunque non avevano rassicurato il ministro dello sport iraniano Donjamali che a La Faz ha usato toni molto duri sull’argomento. “Dal momento che questo governo corrotto ha assassinato il nostro leader, non abbiamo alcuna intenzione di partecipare ai Mondiali. Ci sono state imposte due guerre in otto o nove mesi e diverse migliaia dei nostri cittadini sono stati uccisi. Non abbiamo assolutamente alcuna possibilità di partecipare”. Un no chiaro e deciso che nelle ultime ore si sarebbe trasformato in questo cambio di scena. Parteciperemo sì, ma a una condizione: giocare in Messico.
Cosa significherebbe spostare le partite dell’Iran in Messico
Per comprendere appieno la portata della questione, è necessario partire dal contesto organizzativo dei Mondiali 2026. L’edizione nordamericana rappresenta già di per sé una svolta epocale. Per la prima volta il torneo sarà ospitato congiuntamente da tre Paesi, Stati Uniti, Messico e Canada, e vedrà la partecipazione di 48 squadre, un ampliamento significativo rispetto alle 32 delle edizioni precedenti. Il calendario prevede 104 partite distribuite su un territorio vastissimo, con una logistica complessa che coinvolge decine di città e infrastrutture.
All’interno di questo quadro, la nazionale iraniana è stata inserita nel Gruppo G, con partite programmate tra Los Angeles e Seattle. Lo spostamento di queste gare in Messico non sarebbe un semplice aggiustamento marginale, ma un’operazione con ricadute logistiche, economiche e organizzative di ampia portata. Significherebbe ripensare la distribuzione degli stadi, ricalibrare i flussi di tifosi, modificare contratti commerciali e accordi con gli sponsor, oltre a ridefinire le misure di sicurezza già predisposte.
Eppure, come sottolinea la stessa Reuters, non sarebbe la prima volta che eventi sportivi internazionali vengono adattati in funzione delle tensioni geopolitiche. La storia recente offre diversi precedenti. Nel calcio europeo, ad esempio, la Uefa ha più volte imposto sedi neutrali per partite coinvolgenti squadre o nazionali provenienti da Paesi in conflitto. Analogamente, nel cricket, le rivalità tra India e Pakistan hanno portato a una prassi consolidata: disputare gli incontri in territori terzi, come gli Emirati Arabi Uniti. Ciò che rende il caso iraniano particolarmente delicato è però la scala dell’evento. Il Mondiale non è un torneo qualsiasi: è il prodotto sportivo più seguito al mondo, un gigantesco ecosistema economico che coinvolge sponsor globali, diritti televisivi miliardari e interessi politici di primo piano. Ogni decisione della Fifa in questo contesto assume un valore simbolico oltre che pratico. Peraltro, non si può neanche dire che tra i tre Paesi ospitanti ci sia una certa distensione nei rapporti. Anzi, tutto il contrario.
Mondiali 2026, l’edizione più ricca di sempre
Sul piano economico, l’edizione 2026 si preannuncia come la più ricca di sempre. Il montepremi complessivo raggiungerà i 727 milioni di dollari, con 655 milioni destinati direttamente alle squadre partecipanti. Una cifra che rappresenta un incremento del 50% rispetto al 2022 e che riflette la crescente centralità del calcio come industria globale. Ogni nazionale qualificata riceverà almeno 10,5 milioni di dollari, mentre la vincitrice potrà incassare fino a 50 milioni.
In questo scenario, la partecipazione dell’Iran non è solo una questione sportiva, ma anche economica. Un eventuale ritiro comporterebbe la perdita di entrate significative per la federazione e per l’intero sistema calcistico nazionale. Allo stesso tempo, la Fifa si troverebbe di fronte alla necessità di individuare una squadra sostitutiva, con tutte le complicazioni regolamentari e organizzative del caso. Ma il nodo centrale resta quello politico. Le tensioni tra Iran e Stati Uniti, rendono la presenza della nazionale iraniana sul suolo americano un tema altamente sensibile. La sicurezza degli atleti diventa così il punto di convergenza tra esigenze sportive e considerazioni geopolitiche. Non si tratta solo di garantire l’incolumità fisica dei giocatori, ma anche di gestire il rischio di proteste, incidenti o strumentalizzazioni mediatiche.
La richiesta di spostare le partite in Messico appare, in questo senso, come una soluzione di compromesso. Il Paese, guidato Claudia Sheinbaum, pur essendo parte dell’organizzazione congiunta, offre un contesto percepito come meno ostile dal punto di vista politico. Tuttavia, accogliere questa richiesta significherebbe riconoscere implicitamente che il principio di neutralità sportiva non è sufficiente a superare le divisioni geopolitiche. Per la Fifa, guidata dal presidente Gianni Infantino, la decisione rappresenta una sfida complessa. Da un lato, l’organizzazione ha sempre cercato di mantenere una posizione di equilibrio, evitando di prendere parte a dispute politiche. Dall’altro, non può ignorare le preoccupazioni di sicurezza sollevate da una federazione membro. La gestione di questo caso potrebbe quindi diventare un banco di prova per la credibilità e l’autonomia dell’istituzione.









