Jack Bogle: chi era il fondatore di Vanguard che tagliò le gambe ai fondi comuni

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“Se un giorno dovessero erigere un monumento per onorare la persona che ha fatto di più per gli investitori americani, la scelta dovrebbe ricadere su Jack Bogle“. Questa frase di Warren Buffett risalente al 2019 e pronunciata in occasione della morte del fondatore di Vanguard, uno dei gestori patrimoniali più grandi del mondo, sintetizza il segno lasciato da Bogle nel mondo degli investimenti.

Quando l’asset manager creò Vanguard nel 1974, il suo intento era quello di proporre un fondo indicizzato a basso costo e gestito passivamente che riproducesse l’indice S&P 500, senza alcuna velleità di batterlo. Il veicolo, che puntava a offrire rendimenti stabilmente migliori di un fondo a gestione attiva, tagliò letteralmente le gambe ai fondi comuni. E da allora il mondo della gestione patrimoniale subì un cambiamento epocale. Ripercorriamo la storia di Jack Bogle, dalla sua formazione alla carriera professionale, mettendo in luce la sua filosofia di investimento e anche le sue iniziative oltre il mondo della finanza.

 

In questo articolo:

 

  • Jack Bogle: formazione e carriera
  • Jack Bogle: come Vanguard mise in ginocchio i fondi comuni attivi
  • Il ritiro da Vanguard e la scommessa di Buffett
  • Filosofia di investimento
  • Vita privata, filantropia e onorificenze

 

Jack Bogle: formazione e carriera

John Clifton “Jack” Bogle nacque a Montclair, nel New Jersey, l’8 maggio 1929. Frequentò la Manasquan High School per un certo periodo, prima di trasferirsi alla Blair Accademy. Da subito mostrò una grande attitudine per i numeri e i calcoli, così si iscrisse alla Facoltà di economia e investimenti all’Università di Princeton, dove si laureò con lode nel 1951 facendo una tesi su “Il ruolo economico della società di investimento”.

Immediatamente fu assunto al Wellington Fund, dove fu promosso come assistente manager nel 1955. La sua presenza fu fondamentale, in quanto riuscì a trasformare la strategia aziendale creando un nuovo fondo. Nel 1970 divenne presidente dei fondi comuni di Wellington, ma una scelta imprudente su una fusione comportò la sua rimozione. In seguito, Bogle ammise l’errore e dichiarò di aver imparato molto da quella esperienza. Tuttavia, ripartendo da lì, si costruì la strada per la vera svolta della sua carriera: la creazione di The Vanguard Group.

 

Jack Bogle: come Vanguard mise in ginocchio i fondi comuni attivi

Nel periodo in cui fondò Vanguard, Bogle si interessò alle opere di uno dei più grandi economisti del mondo, Paul Samuelson, da cui trasse ispirazione per la formazione di uno dei primi fondi comuni di investimento indicizzati disponibili al grande pubblico. Samuelson aveva completato uno studio che poi gli valse un premio Nobel all’economia, con il quale rivelò una cosa che Bogle sospettava da tempo: investire in fondi comuni era una partita persa in partenza.

In sostanza, l’economista aveva dimostrato con prove inconfutabili che gli investitori avrebbero potuto ottenere un rendimento molto più alto investendo o detenendo un fondo indicizzato passivo che rispecchiasse l’andamento dell’S&P 500, a causa dei costi di transazione e del bonus di performance da corrispondere invece a un gestore attivo.

Tra l’altro, un tale fondo passivo avrebbe avuto un’efficienza fiscale molto maggiore per via dell’assenza di trading a breve termine e avrebbe eliminato gli errori forzati del gestore nel tentativo di voler battere il mercato a tutti i costi. Il problema era che questo fondo passivo ancora non esisteva.

Nell’arco di due anni, Bogle perfezionò i meccanismi del fondo e ottenne l’approvazione della Securities and exchange commission. Il fondo aveva un costo irrisorio, senza commissioni di entrata o uscita e soprattutto senza bonus per le performance di gestione. In pratica, Bogle aveva trasformato l’S&P 500 da un indice di mera consultazione a uno strumento di investimento da acquistare e vendere attraverso un’unica operazione.

Dopo le resistenze iniziali e il disappunto dei concorrenti – che avrebbero voluto “linciarlo” perché un’idea del genere toglieva loro importanti guadagni – il fondo low cost di Bogle prese sempre più piede e gli altri dovettero adeguarsi tagliando drasticamente le commissioni.

 

Il ritiro da Vanguard e la scommessa di Buffett

Nel 1996 Bogle lasciò la carica di amministratore delegato di Vanguard per problemi cardiaci e il suo posto fu preso da John J. Brennan. Poco tempo dopo tornò nell’azienda con la carica di presidente senior, ma i conflitti con Brennan erano sempre più evidenti, al che decise di trasferirsi al Bogle Financial Markets Research Center, un piccolo istituto di ricerca non direttamente collegato a Vanguard benché situato nel campus del gestore patrimoniale.

Bogle ebbe grandi estimatori tra i rappresentanti più illustri della finanza mondiale e tra questi Warren Buffett. Il 6 maggio 2006, in occasione dell’assemblea annuale degli azionisti di Berkshire Hathaway, l’oracolo di Omaha lanciò uno sfida. “Sono pronto a scommettere un milione di dollari con chiunque, che in dieci anni un fondo indicizzato all’S&P 500 farà meglio di qualsiasi hedge fund”.

In sala ci fu per qualche minuto un silenzio imbarazzante e per oltre 16 mesi nessuno si fece avanti. Poi, qualcuno trovò coraggio. Si trattava di Ted Seides, con il suo hedge fund Protégé Partners. In realtà, Seides non aveva esperienza di trading. La sua principale competenza era quella di venditore. In sostanza, aveva una capacità incredibile di raccogliere denaro dai ricchi per trasferirlo nel suo Protégé Partners, che operava come fondo di fondi. In altri termini, Seides selezionava hedge fund che gestivano i capitali per conto suo. Il fondo scelto da Buffet invece fu il 500 Index Fund Admiral Shares di Vanguard.

Come andò a finire? Seides prese una sonora sconfitta e non si dovette attendere neppure il decimo anno. Già al settimo il gestore di fondi gettò la spugna e cercò di ritirarsi con signorilità. Ma per ricevere la posta in gioco c’era da attendere la scadenza del decimo anno. Alla fine, il fondo Vanguard sovraperformò di circa il 30% il concorrente senza tenere conto delle commissioni. Il risultato fu clamoroso: anche togliendo le esose spese addebitate dai fondi a gestione attiva, in un periodo di tempo lungo il rendimento era di molto inferiore al fondo indicizzato a basso costo. Quella scommessa decretò l’enorme successo di Vanguard, ma soprattutto del suo ideatore: Jack Bogle. La sua morte avvenne il 16 gennaio 2019 nella sua casa di Bryn Mawr, in Pennsylvania.

 

Filosofia d’investimento

L’idea di Bogle sulla gestione del denaro partiva dal concetto di distinguere l’investimento dalla speculazione. Nel primo caso, l’orizzonte temporale è di lungo periodo e l’obiettivo è quello di ottenere rendimento dalla valutazione dell’attività sottostante all’investimento. Nel secondo caso, invece, il trader acquista e vende in un arco temporale breve e i fondamentali dell’asset sottostante assumono una scarsa importanza.

Questa concezione è molto comune ad altri grandi investitori del presente e del passato, tra cui Warren Buffett, Benjamin Graham, Phil Arthur Fisher e Jordan Belfort, solo per citarne alcuni. Bogle inoltre insisteva sull’importanza dei costi di gestione e di quanto possano impattare sulla performance finale. Per tale ragione, considerava molto più efficienti i fondi indicizzati rispetto a quelli a gestione attiva, anche sotto il profilo fiscale. Importante, a suo avviso, era anche attuare un’allocazione di portafoglio che prevedesse una componente obbligazionaria minima del 20% per ridurre la volatilità. Questa quota avrebbe dovuto aumentare, una volta che le azioni in portafoglio diventavano sopravvalutate, pur mantenendo un’allocazione azionaria di base del 20%.

 

Vita privata, filantropia e onorificenze

Bogle era sposato con Eve Bogle e ha avuto sei figli. Era di fede episcopale sebbene frequentasse la chiesa presbiteriana della moglie. La sua vita fu accompagnata da serie problematiche di natura cardiaca. A 38 anni gli fu diagnosticata una rara malattia al cuore: aritmogena displasia ventricolare destra. E nel 1996 subì un trapianto di cuore, a 66 anni.

Bogle era un filantropo, avendo donato metà delle sue entrate in beneficenza. Nel 1991 fondò la Fondazione Armstrong, erogando denaro alle scuole che gli avevano dato borse di studio all’inizio della sua vita, agli ospedali che avevano curato il suo cuore, alla sua chiesa e all’organizzazione no-profit United Way.

Numerosi sono stati i premi e le onorificenze ricevute. Nel 1999 fu nominato dalla rivista Fortune “uno dei quattro Giganti del ventesimo secolo”. Lo stesso anno ricevette il premio Woodrow Wilson Award per “risultati distinti al servizio della nazione” da parte dell’Università di Princeton. Nel 2004 la rivista Time lo nominò tra le 100 persone più potenti e influenti del mondo. Nel contempo, ottenne un premio alla carriera dell’investitore istituzione e fu eletto alla American Philosophical Society. Nel 2005 ricevette il dottorato honoris causa dall’Università di Princeton e nel 2011 dall’Università di Villanova.

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Redazione

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