Era quasi scontato, da ieri sera è una certezza: la Juventus ha chiuso il campionato di Serie A al sesto posto, non centrando quello che ormai da anni rappresenta l’obiettivo minimo per le grandi del nostro calcio: la qualificazione alla prossima edizione di Champions League. Un verdetto clamoroso, frutto di una stagione costellata da tanti errori che riporta i bianconeri indietro di oltre 15 anni: alla stagione 2010/2011 quando chiuse settima in classifica. Bisogna ricordare infatti che nella stagione 2022/23 non si è qualificata in Europa a causa della penalizzazione inflitta dalla giustizia sportiva per il caso plusvalenze e la conseguente squalifica dell’Uefa, che non gli permise di qualificarsi neppure alla Conference League nonostante il settimo posto finale. Ma sul campo avrebbe chiuso tra le prime quattro.
Per la Juventus non è soltanto una stagione finita male. È un passaggio che rischia di segnare un nuovo spartiacque finanziario e societario. L’esclusione dalla Champions League non pesa infatti soltanto sul piano sportivo: il verdetto del campo si trasferisce immediatamente sui numeri, sui ricavi e sulla fiducia del mercato. Tutti fattori con i quali dovrà combattere anche il Milan che ha mandato all’aria il pass facendo harakiri a San Siro contro il Cagliari. Una sconfitta che ovviamente avrà il sapore di una totale rivoluzione. Anche in questo caso, per capire davvero la portata storica di quanto accaduto, bisogna riavvolgere il nastro di oltre trent’anni: l’ultima stagione senza Milan e Juventus in Coppa dei Campioni risale infatti al 1991-92. Prima ancora quindi che la competizione prendesse il nome di Champions League.
In questo articolo:
- Serie A, Juventus fuori dalla Champions League: i fattori economici
- Nuovo aumento di capitale?
Serie A, Juventus fuori dalla Champions League: i fattori economici
La reazione di Piazza Affari è stata la prima cartina di tornasole. Il titolo bianconero, già all’indomani della sconfitta in casa contro la Fiorentina di settimana scorsa (che difatti aveva già segnato il discorso qualificazione per la Juventus), ha chiuso al ribasso di circa tre punti percentuali, toccando il valore più basso da giugno 2024. Una performance negativa che, per ovvi motivi, riflette la preoccupazione degli investitori davanti a uno scenario che per la società torinese significa minori introiti, maggiore pressione sui conti e la prospettiva concreta di nuove operazioni straordinarie per sostenere la struttura patrimoniale. La mancata qualificazione alla principale competizione europea non rappresenta un incidente isolato, ma l’ennesimo capitolo di una crisi che affonda le radici da lontano.
Il paradosso è evidente. Proprio nel momento in cui la Juventus stava mostrando segnali di riequilibrio finanziario grazie al ritorno nelle competizioni Uefa, il campo ha nuovamente rimesso tutto in discussione. Nell’ultimo esercizio il club aveva ridotto sensibilmente le perdite, scese a circa 58 milioni di euro dai quasi 200 milioni precedenti, beneficiando dell’effetto Champions e del contributo del nuovo Mondiale per club. Una dimostrazione plastica di quanto il modello economico bianconero resti dipendente dall’Europa che conta. Oltre 100 milioni di euro tra diritti televisivi, botteghino e ricavi collegati alle competizioni internazionali hanno contribuito a sostenere i conti. Per fare un esempio, il cammino di quest’anno in Champions League, conclusosi con l’eliminazione ai playoff contro il Galatasaray, ha portato nelle casse delle società bianconera circa 64 milioni di euro. Per carità, anche la qualificazione all’Europa League porta comunque con sé degli introiti economici, ma sicuramente non paragonabili a quelli previsti dalla massima competizione europea.
Nuovo aumento di capitale?
Sulla base di questi fattori ecco che ritorna in casa juventina la possibilità di attingere a un nuovo aiuto, a un nuovo sostegno finanziario degli azionisti. Uno scenario che, peraltro, non rappresenta una novità nella storia recente della Juventus. Dal 2019 in avanti il club è stato costretto a ricorrere ripetutamente agli azionisti per sostenere la propria struttura finanziaria. Gli aumenti di capitale da 300, 400 e 200 milioni di euro hanno progressivamente alimentato un flusso di risorse che, nel complesso, sfiora i 900 milioni negli ultimi sei anni. Una cifra enorme per una società che, dopo il ciclo vincente culminato nel dominio nazionale degli anni Dieci, non è più riuscita a consolidare un equilibrio stabile tra ambizione sportiva e sostenibilità economica.
L’ultima operazione conferma questa dipendenza. Lo scorso novembre Juventus ha infatti chiuso un aumento di capitale da 97,8 milioni di euro attraverso un collocamento accelerato riservato a investitori istituzionali, con l’emissione di quasi 38 milioni di nuove azioni a 2,58 euro per titolo. Exor e Tether hanno sottoscritto pro quota l’operazione, consentendo alla società di raccogliere risorse destinate – secondo la versione ufficiale – al rafforzamento patrimoniale, alla riduzione dell’indebitamento e al sostegno del piano strategico 2024-2027.
Ma è proprio qui che emerge il nodo centrale. Un aumento di capitale può rappresentare uno strumento di crescita quando finanzia investimenti e sviluppo; diventa invece un segnale di debolezza quando serve principalmente a compensare squilibri generati dall’assenza di risultati. E nel caso della Juventus il mercato sembra aver scelto la seconda interpretazione. L’esclusione dalla Champions amplifica tutto questo. Perché la Juventus non perde soltanto prestigio o appeal internazionale: perde soprattutto il principale acceleratore economico del proprio modello di business









