Banche italiane: tra scalate, indagini e politica, ecco cosa sta succedendo

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Quando, qualche settimana fa, le banche italiane sembravano aver raggiunto un nuovo equilibrio – segnato da operazioni di fusione, scalate e ricollocazioni strategiche – all’improvviso tutto è nuovamente cambiato. Aprendo difatti una falla – stile quella ampiamente nota di San Andreas, che rischia di ingoiare gran parte degli attori principali del sistema bancario ed economico italiano e non solo. 

L’inchiesta della Procura di Milano sulla scalata che ha portato Mps a conquistare il controllo di Mediobanca ha riaperto un vaso di Pandora: accuse di aggiotaggio, manipolazione di mercato, concertazioni occultate che, se confermate, metterebbero in discussione non solo la legittimità dell’operazione, ma il modo in cui in Italia si costruiscono potere, controllo e influenze nell’universo bancario.

In molti guardano a questa vicenda come a un momento spartiacque: un’epoca in cui l’era delle grandi merger, delle scalate aggressive e delle intrecciate partecipazioni tra banche italiane potrebbe subire una brusca interruzione, oppure trasformarsi profondamente.

 

In questo articolo: 

 

  • Mps-Mediobanca, la maxi-scalata sotto accusa
  • I motivi delle indagini
  • Da Mps a Caltagirone: l’estraneità ai fatti
  • Banche italiane, un sistema in bilico
  • Orcel, Unicredit e la strategia dopo il terremoto
  • Le parole di Carlo Messina: un appello al rispetto delle banche italiane e alla stabilità

 

Mps-Mediobanca, la maxi-scalata sotto accusa

Ripercorrere i fatti recenti significa partire da gennaio 2025, quando Mps, non più solo un’icona storica del risparmio e del debito italiano bensì una banca ri-privatizzata e rilanciata, decide di lanciare un’ops per acquisire Mediobanca, puntando su un’operazione da 13,5 miliardi di euro, con l’obiettivo di ottenere il controllo di Piazzetta Cuccia.

Quel tentativo, sorprendente, ambizioso, dirompente, viene però respinto dal consiglio di Mediobanca, che lo interpreta come un'”offerta ostile” e “fortemente distruttiva di valore”. Una scelta che sembrava chiudere per sempre la partita: le ragioni ufficiali del board erano nette: l’operazione avrebbe danneggiato l’identità e i piani di crescita della merchant bank.

Eppure, nei mesi successivi, la storia prende una piega sorprendente: Mps, sospinta dall’appoggio, oltre che del Mef, di due dei più grandi azionisti di entrambi gli istituti, la holding Delfin, controllata dalla famiglia Del Vecchio e presieduta da Francesco Milleri, e dal gruppo dell’imprenditore italiano Francesco Gaetano Caltagirone, riesce a completare la scalata: a settembre 2025 si segnalano adesioni all’ops per oltre il 62%, e nelle settimane successive la quota sale fino a circa l’86,3% del capitale di Mediobanca. In sostanza: Mps conquista Mediobanca, fa perdere lo scettro allo storico a.d. di Piazzetta Cuccia, Alberto Nagel (che lascia la guida con una lettera al vetriolo), e rivoluziona la mappa del credito e del potere bancario in Italia.

Tutto questo sembrava il trionfo di una nuova strategia, una mossa audace che ridefiniva alleanze e gerarchie, finché non è arrivata la Guardia di Finanza, su ordine della Procura, per perquisizioni, notifiche e ipotesi di reato che potrebbero ridisegnare tutto.

 

I motivi delle indagini

Secondo gli inquirenti, dietro l’acquisizione non ci sarebbe stata una libera competizione: l’accusa è che Mps, Delfin e Caltagirone abbiano agito “concertatamente”, orchestrando acquisti coordinati di azioni, sia di Mps sia di Mediobanca, ben prima del lancio formale dell’ops e senza comunicare le intese a organismi di controllo come la Consob, la Bce e l’Ivass. Il superamento congiunto di soglie critiche di partecipazione – come il 25% del capitale – avrebbe richiesto obbligatoriamente un’opa, ma secondo gli investigatori ciò non sarebbe avvenuto. Tutto ciò configurerebbe, a loro avviso, reati gravi: aggiotaggio, manipolazione del mercato e ostacolo alla vigilanza.

Per questo sono indagati – e coinvolti nelle perquisizioni non solo le persone fisiche – Caltagirone, Milleri, l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio – ma anche le entità giuridiche, Delfin e il gruppo Caltagirone. Contemporaneamente a questo tsunami giudiziario, i mercati hanno reagito: le azioni di Mps hanno subito un brusco calo, così come quelle di Mediobanca.

Il titolo di Mps ha ceduto ieri in chiusura di seduta oltre il 4,5% (e anche oggi, al momento della scrittura dell’articolo, è in rosso di oltre il 2,5%). Segno che, al di là delle responsabilità personali e societarie, l’investitore istituzionale e il risparmiatore stanno rileggendo la vicenda con preoccupazione, tra timori regolamentari e incertezze che pesano sul futuro delle partecipazioni incrociate.

 

Da Mps a Caltagirone: le estraneità ai fatti

Di fronte a questo sviluppo, i diretti interessati hanno reagito in ordine sparso ma in modo netto. La holding Delfin ha preso atto dell’iniziativa della Procura con una dichiarazione unanime: i componenti del cda si dicono “totalmente estranei ai fatti contestati” e assicurano di avere “sempre agito nel pieno rispetto delle regole del mercato e delle normative vigenti”. Aggiungono di essere certi che l’indagine in corso “dimostrerà l’infondatezza e l’insussistenza della provvisoria contestazione”. Una replica difensiva, secca e convinta, che cerca di ristabilire la linearità delle azioni e di preservare la reputazione della holding.

Anche il gruppo Caltagirone ha lanciato una nota molto simile: “Piena fiducia nell’operato dell’Autorità Giudiziaria”, disponibilità a collaborare pienamente, e certezza nell’assoluta correttezza degli esponenti coinvolti, che – secondo il gruppo – hanno agito “costantemente nel rispetto delle regole che governano il mercato, rapportandosi trasparentemente con tutte le Autorità di vigilanza”. Infine, Mps, che ha ricevuto il decreto di perquisizione e notificato un avviso di garanzia per Lovaglio, ha dichiarato di essere “fiduciosa di poter fornire tutti gli elementi a chiarimento della correttezza del proprio operato” e ribadisce la “piena fiducia nelle Autorità competenti”, confermando “completa collaborazione”.

 

Banche italiane, un sistema in bilico

Se l’ipotesi accusatoria venisse confermata, le conseguenze per la finanza italiana sarebbero potenzialmente gravi e di vasta portata. Per prima cosa, verrebbe messa in discussione la legittimità dell’operazione Mps–Mediobanca: non si tratterebbe semplicemente di un litigio tra due grandi gruppi, ma di una possibile violazione sistemica delle norme di trasparenza e vigilanza, con l’effetto di ridisegnare i confini delle partecipazioni, imporre nuovi obblighi di trasparenza e alimentare un’ondata di sfiducia nei confronti delle grandi banche protagoniste di scalate aggressive.

In secondo luogo, si porrebbe inevitabilmente la questione delle regole che governano il sistema bancario italiano: se accordi concertati e acquisti coordinati – con attori multipli e partecipazioni incrociate – possono essere oggetto di contestazioni penali, allora anche operazioni concluse come “storiche” andranno valutate non solo come mosse finanziarie, ma come atti soggetti a revisione regolamentare e giuridica.

Infine, per il mercato e per gli investitori – istituzionali e retail – il caso rappresenta uno spartiacque: sarà necessario rivalutare l’appetito per le scalate, la fiducia nelle strutture di governance, la percezione del rischio legato ai grandi assetti bancari. I risparmiatori guardano con attenzione, e anche con timore: perché se un’operazione gigantesca come quella fra Mps e Mediobanca può finire sotto accusa, nulla potrà più essere dato per scontato.

La scena bancaria in Italia non è fatta però solo di ombre: ci sono altri protagonisti, altre strategie, altre visioni. Tra questi emerge con forza il nome di Unicredit e del suo amministratore delegato Andrea Orcel. A lui, inoltre, si aggiunge la voce di Intesa Sanpaolo, con l’a.d. Carlo Messina. Due leadership molto diverse, ma oggi accomunate da un messaggio: il sistema bancario italiano deve essere trattato come un pilastro del paese. I due leader si sono espressi sulle banche italiane prima della notizia dell’avvio delle indagini sull’operazione Mps-Mediobamca e dunque, le loro parole, non sono correlate con l’evento. Tuttavia restituiscono una visione di un sistema bancario che non vuole rimanere fermo davanti alle pressioni ricevute negli ultimi mesi, dall’applicazione del Golden Power nella scalata di Unicredit a Banco Bpm, alla volontà del governo di “punire” le banche con un prelievo sugli extra-profitti. 

 

Orcel, Unicredit e la strategia dopo il terremoto

Quando l’audizione di ieri di Andrea Orcel davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario si è aperta, in molti si aspettavano una difesa tecnica, quasi burocratica. Ma la sua è stata una dichiarazione potente e politica, con numeri, visione e una narrativa chiara: “Unicredit non è una minaccia per la sicurezza dell’Italia”. Ha ricordato che il Paese resta il cuore del gruppo: circa il 45% del bilancio di Unicredit è destinato all’Italia – contro una quota significativamente più bassa in Germania e Austria. Ha aggiunto che Unicredit detiene 40 miliardi di euro in titoli di Stato italiani – più di qualsiasi altra banca – e gestisce risparmi per quasi 500 miliardi, ribadendo il ruolo sistemico nel finanziamento del debito pubblico e della stabilità economica.

Ha sottolineato l’impegno concreto verso le famiglie e le imprese: nei primi nove mesi del 2025, Unicredit ha erogato nuova finanza per circa 10 miliardi di euro a Pmi italiane, con una crescita del 30% rispetto al 2024; in parallelo, l’attività di mutui alle famiglie è aumentata del 37%.

Sul tema delle acquisizioni, in particolare sulla scalata abortita a Banco Bpm, Orcel ha spiegato che la scelta di ritirarsi dopo l’intervento del governo con il cosiddetto “Golden Power” non è una resa, ma una decisione di responsabilità: il Consiglio di Stato è stato interpellato non per scontro ma per ottenere chiarezza legale, a tutela degli azionisti e della banca. Secondo Orcel, la decisione non significa che Unicredit chiuda la porta a cui operazioni future: piuttosto, conferma che ogni mossa sarà valutata con criteri di trasparenza, valore e coerenza strategica.

 

Le parole di Carlo Messina: un appello al rispetto delle banche italiane e alla stabilità

In questa matassa di accuse, sospetti, tensioni regolamentari e nervi scoperti, la voce di Carlo Messina emerge come un monito istituzionale, una richiesta di tenuta del sistema e, al contempo, un richiamo a una visione più ampia del ruolo delle banche nel Paese. Messina in una lunga intervista al Sole 24 Ore ha dichiarato, senza mezzi termini, che le banche “sono un pilastro del Paese” e che non possono essere “ogni giorno sui giornali come imputati”.

Ha chiesto al governo “gioco di squadra”” più rispetto e meno trattamenti negativi, come se le banche fossero colpevoli in attesa di un verdetto. Ha ricordato che, in momenti di crisi – spread, tensioni sul debito, difficoltà di collocamento dei titoli di Stato – le banche hanno sostenuto il Paese, garantendo finanza, credito, stabilità. Un servizio cruciale, che però rischia di essere dimenticato quando si parla di extra-profitti o di contributi straordinari richiesti allo stesso sistema bancario.

Le sue parole riecheggiano quelle pronunciate già da Antonio Patuelli, presidente della Associazione bancaria italiana, che nelle scorse settimane aveva ammonito contro la “demagogia” di certe richieste di contribuzione e aveva difeso l’importanza delle banche come pilastri dell’economia. Ma Messina non si limita a una difesa corporativa generica: inserisce nel discorso il tema della responsabilità, della stabilità, del ruolo sociale delle banche. Chiede che ogni dibattito su tasse, extra-profitti, contributi tenga conto anche di quanto il sistema ha già dato e di quanto continua a dare. È un richiamo che va oltre la contingenza: è un invito a ridisegnare il rapporto fra finanza, Stato e società, valorizzando la banca come infrastruttura moderna, non come nemico da punire.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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