Finisce l’era di Mediobanca a Piazza Affari. Dopo settimane di fitte interlocuzioni, il consiglio di amministrazione di Mps, riunito sotto la presidenza di Nicola Maione, ha approvato la piena integrazione di Piazzetta Cuccia tramite fusione per incorporazione e conseguente delisting della merchant bank. La decisione è arrivata il 17 febbraio, a mercati chiusi, a ridosso dell’investor day del 27 febbraio, quando Luigi Lovaglio presenterà il nuovo piano industriale richiesto anche dalla Bce a valle dell’ops su Mediobanca.
Contestualmente il cda ha tracciato il perimetro della “nuova” Piazzetta Cuccia: le attività di corporate & investment banking e di private banking per la clientela di fascia alta saranno conferite in una società non quotata, interamente controllata da Mps, che continuerà a portare il marchio Mediobanca e ospiterà anche la partecipazione in Assicurazioni Generali, asset chiave della dote di Piazzetta Cuccia.
In questo articolo:
- L’addio di Mediobanca a Piazza Affari: e adesso?
- Il nodo Caltagirone
- Le prossime mosse di Mps
- Mediobanca: una storia lunga 80 anni
L’addio di Mediobanca a Piazza Affari: e adesso?
La fusione per incorporazione segna l’uscita di Mediobanca dal listino dopo circa settant’anni di presenza in Borsa. L’operazione segue alla conclusione dell’ops che ha portato Rocca Salimbeni a detenere la quasi totalità del capitale della merchant bank, lasciando sul mercato una quota residua indicata nell’ordine del 13,7%, valutata attorno a 2,2 miliardi di euro ai prezzi correnti. In questo contesto alcuni addetti ai lavori hanno stimato che, qualora un’eventuale offerta sul flottante residuo utilizzasse come riferimento il concambio dell’ops, l’esborso complessivo supererebbe i 2,6 miliardi, pur in assenza di un vincolo formale in tal senso per Mps.
Il passaggio da società quotata a entità incorporata viene presentato come parte di un processo di semplificazione societaria e di accentramento della catena del controllo. La merchant fondata da Enrico Cuccia lascia Piazza Affari, ma non scompare dall’assetto operativo: il nome viene preservato in capo a una nuova società non quotata, integralmente posseduta dal Monte, che concentrerà le attività di banca d’affari e private banking rivolte alla clientela di fascia alta, oltre alla partecipazione del 13,2% in Generali.
Parallelamente, l’integrazione ridisegna la fisionomia complessiva del gruppo. La “nuova” Mps viene descritta come un soggetto con forte presenza nel retail & commercial banking, nel consumer finance e nell’asset & wealth management, grazie all’apporto degli asset di Piazzetta Cuccia. Mediobanca Premier (la ex CheBanca!) è destinata a fondersi con Widiba, la banca digitale del Monte, mentre la società di credito al consumo Compass verrà unita a Mps Consumer Finance. Il risultato atteso è un gruppo articolato su un’ampia base retail e di finanziamento al consumo, con un presidio separato e specializzato per le attività di investment banking e private banking sotto il marchio Mediobanca. L’insieme viene ricondotto a una “nuova struttura di gruppo” definita funzionale al raggiungimento degli obiettivi strategici e reddituali e alla piena realizzazione delle sinergie industriali.
Il nodo Caltagirone
Nel dossier sull’integrazione pesa anche la posizione di Francesco Gaetano Caltagirone, azionista di Mps con l’11,45%. Se l’eventuale opa sul flottante di Mediobanca dovesse assumere come riferimento il concambio dell’ops, l’esborso complessivo per il ritiro dal mercato supererebbe i 2,6 miliardi di euro. In questo scenario, la quota teorica riconducibile a Caltagirone, in proporzione alla partecipazione detenuta nel Monte, sarebbe pari a circa 297,7 milioni. Un impegno potenziale non secondario per un socio che, secondo quanto ricostruito dal Financial Times, non ha mai guardato con favore all’operazione Mediobanca e alla prospettiva di trasferire sotto il controllo diretto di Mps anche il 13% circa detenuto in Assicurazioni Generali.
Proprio quell’articolo aveva raccontato di un contrasto con l’amministratore delegato Luigi Lovaglio sulla gestione del dossier, lettura che l’imprenditore ha provato a correggere con una nota in cui ha puntualizzato di non avere contatti con l’a.d. “da diverse settimane” e di non far parte del consiglio di amministrazione, respingendo l’idea che il confronto in corso sul piano industriale post-ops richiesto dalla Bce e sulla lista del cda per il rinnovo potesse essere ricondotto alla posizione di un singolo azionista.
In parallelo, si è registrata la presa di posizione di Delfin, primo azionista privato di Mps con il 17,5%, e del suo numero uno Francesco Milleri, che ha espresso pubblicamente sostegno a Lovaglio riconoscendone il ruolo nel risanamento del Monte e nella scalata a Mediobanca. In questa cornice, la scelta di concentrare nella nuova Mediobanca non quotata sia le attività di corporate & investment banking e private banking, sia la partecipazione nel Leone di Trieste, diventa il punto tecnico su cui si misurano interessi, sensibilità e aspettative dei grandi soci.
Le prossime mosse di Mps
Sul piano operativo, la tappa immediata è l’investor day del 27 febbraio, in cui il gruppo presenterà il nuovo piano industriale. In quella sede saranno attesi i dettagli sui tempi di esecuzione della fusione, sul trattamento del flottante residuo di Mediobanca, sulla traiettoria delle sinergie da 700 milioni e sull’impatto della nuova struttura sul profilo patrimoniale e reddituale del Monte.
In parallelo si apre la stagione del rinnovo degli organi. Sono state definite le linee guida sui profili dei futuri consiglieri che dovranno comporre la lista espressa dal board. Il presidente Maione, il presidente del comitato nomine Domenico Lombardi e l’head hunter Korn Ferry hanno avviato un giro di consultazioni con i maggiori azionisti, in particolare Caltagirone e Delfin, con l’obiettivo di completarlo in vista del successivo consiglio a Siena. La rosa dei candidati dovrà essere depositata quaranta giorni prima dell’assemblea di rinnovo, indicata per il 15 aprile, con scadenza quindi fissata al 6 marzo.
Il tema della composizione del consiglio si intreccia con un ulteriore elemento, quello degli avvisi di garanzia che hanno coinvolto Lovaglio, Milleri e lo stesso Caltagirone nell’ambito dell’ipotesi di “concerto” tra i principali azionisti sul capitale della banca. In una delle ultime riunioni del board, la discussione sulle regole di eleggibilità dei consiglieri ha sollevato il nodo della presenza in cda di figure avvisate di reato. Secondo la ricostruzione pubblica, una parte del consiglio avrebbe ventilato l’ipotesi di non confermare Lovaglio nella lista, mentre Maione avrebbe proposto di rinviare la decisione, ritenendo prioritaria la continuità di chi ha condotto il risanamento e l’operazione Mediobanca.
Mediobanca: una storia lunga 80 anni
Il ridisegno di Piazzetta Cuccia si innesta su una storia che parte dal secondo dopoguerra. Mediobanca nasce formalmente nel 1946 da un progetto messo a punto nel 1944 da Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia nell’ufficio di rappresentanza della Comit a Roma, in piazza Santi Apostoli. L’idea originaria, battezzata inizialmente “Unionbanca”, era quella di una banca d’affari partecipata da banche di interesse nazionale, istituti di diritto pubblico, grandi compagnie assicurative (fra cui Assicurazioni Generali, Ras e Ina) e Bastogi, con un capitale di 1.250 milioni e una maggioranza riconducibile alle BIN. L’obiettivo era fornire credito a medio termine alle maggiori società italiane, sostenendone la ricostruzione dopo gli anni di guerra e colmando lo spazio tra credito ordinario e finanziamento ipotecario di lungo periodo.
La banca viene quotata in Borsa nel 1956 e, quattro anni dopo, lancia i prestiti Compass, diventando il primo operatore a offrire finanziamenti personali ai consumatori italiani. Nel ventennio successivo assume un ruolo centrale nell’“età dell’oro” della crescita italiana: Cuccia e Mediobanca sono protagonisti del finanziamento della fusione del 1970 tra il gruppo degli pneumatici Pirelli e l’irlandese Dunlop e del salvataggio di Fiat nel 1972, consolidando il ruolo dell’istituto come regia finanziaria del capitalismo nazionale. Il baricentro cambia negli anni Ottanta: nel 1982 Cuccia lascia la carica di amministratore delegato e nel 1988 arriva la privatizzazione, con la progressiva riduzione della quota pubblica e delle partecipazioni delle tre grandi banche nazionali al 25% complessivo. Un ulteriore punto di svolta arriva con la nomina di Alberto Nagel ad amministratore delegato nel 2003, tre anni dopo la morte di Cuccia. La strategia si sposta gradualmente da una struttura fondata sulle partecipazioni incrociate a un modello di banca specializzata, articolata su tre pilastri – corporate e investment banking, wealth management e consumer finance – chiamati a lavorare in modo integrato. Dal 2004 Mediobanca avvia un percorso di internazionalizzazione con l’apertura di uffici a Parigi, Mosca, Francoforte, Madrid, New York e Londra; nel 2008 entra nel retail digitale con il lancio di CheBanca! e nel 2016 crea un’unità di private banking.
È questa traiettoria, costruita in ottant’anni tra ricostruzione, partecipazioni e specializzazione, che oggi viene ricondotta dentro il perimetro di Mps.









