Cambiano gli attori, ma il risultato non cambia. Lo scontro tra il governo e le banche in materia di “contributi” per la manovra di Bilancio 2026 non intende placarsi. Dopo il botta e risposta a distanza tra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il presidente dell’Abi Antonio Patuelli, questa volta sono stati prima il vicepremier Salvini e la stessa premier Meloni poi a lanciare nuove stoccate al mondo bancario, più volte difeso dallo stesso Patuelli.
In questo articolo:
- Scontro tra banche-governo: le parole della Meloni
- Il nodo delle parole: “tassa” o “contributo”
- Il paradosso dei record delle banche
Scontro banche-governo: le parole della Meloni
“Se su 44 miliardi di profitti nel 2025 le banche ci mettono a disposizione circa cinque miliardi per aiutare le fasce più deboli credo che possiamo essere soddisfatti noi e che, in fin dei conti, possano esserlo anche loro”, ha detto la premier Meloni alla presentazione del libro di Bruno Vespa. Una frase diretta, senza mezzi termini affianca da un’altra stoccata: “Se le banche hanno potuto approfittare dei 200 miliardi messi a disposizione dal governo Conte per rinegoziare con la garanzia dello Stato prestiti che avevano già erogato, o dei crediti del superbonus, sempre grazie a Giuseppe Conte, è giusto che quelle stesse banche ci diano una mano a continuare in una politica così profittevole”, ha aggiunto.
Dichiarazioni che non hanno altro che confermare quanto già detto nella giornata di ieri anche da Salvini e alle quali Patuelli ha risposto con tono abbastanza stizzito durante l’evento ‘Tuttosoldi’ organizzato da La Stampa, come già fatto in passato. “Nel linguaggio costituzionale e di diritto privato e pubblico italiano non esiste il concetto giuridico di extraprofitti. Solo durante la prima guerra mondiale si sono citati gli extraprofitti delle industrie belliche, che avevano un monopolio senza concorrenza e quindi si erano arricchite. Non è un elemento che si trova nel diritto costituzionale o in tempo di pace”.
Patuelli ha contestato anche le cifre fatte circolare in questi giorni: “I numeri 51 e 44 miliardi – spiega – non sono esatti perché si confondono ricavi lordi con utili netti già tassati. Le banche pagano imposte societarie elevate, addizionali e ritenute fiscali. Pertanto, è importante basarsi sui dati corretti e non confondere ricavi lordi con utili netti”. Patuelli ha aggiunto di non credere al rischio che le banche scarichino le tasse sui clienti: “I costi dei conti correnti sono rimasti stabili o si sono ridotti grazie alla concorrenza tra conti tradizionali e tecnologici, che è attiva anche a livello europeo. La vigilanza italiana ed europea controlla molto attentamente le politiche sui costi bancari”.
Il nodo delle parole: “tassa” o “contributo”?
La semantica, in questi casi, non è mai un dettaglio. Giorgia Meloni non parla di “tassa”, ma di “contributo”. È un cambio di lessico e di tono: la tassa è imposta, il contributo è partecipazione. Eppure la sostanza, per il sistema bancario, cambia poco. Per Patuelli, il rischio è quello di una deriva populista, di un ritorno al vecchio schema del capro espiatorio. “Le banche – ripete – non sono la causa dei mali sociali, ma lo strumento per affrontarli. Senza credito non c’è crescita, e senza crescita non si combattono le disuguaglianze”.
È una posizione classica, quella del presidente Abi: non difende solo gli utili, ma la dignità di un settore che, dopo anni di austerità, fusioni, salvataggi e stress test, ha finalmente ritrovato ossigeno. Ed è proprio quell’ossigeno – i 46 miliardi di euro di profitti del 2024 – che oggi diventano il cuore del dibattito politico.
Il paradosso dei record delle banche
Ci sono dati che valgono più di mille comunicati. Secondo l’ultimo rapporto della Fabi, la Federazione autonoma bancari italiani, nel solo 2024 le banche italiane hanno totalizzato 46,5 miliardi di euro di utili netti, un record assoluto nella storia del credito nazionale. Un incremento del 14% rispetto al 2023 e più che doppio rispetto al 2022, quando si erano attestati a 25 miliardi.
In tre anni, 2022–2024, gli istituti hanno accumulato 112 miliardi di profitti, e i ricavi complessivi hanno sfondato la soglia dei 300 miliardi. Numeri impressionanti, che raccontano una stagione di abbondanza dopo anni di magra. Ma come in tutte le stagioni abbondanti, qualcuno, a un certo punto, chiede il conto. La causa principale di questa ondata di utili è nota: il rialzo dei tassi da parte della Banca centrale europea. Quando i tassi salgono, le banche – che raccolgono denaro a costo relativamente basso e lo impiegano a tasso più alto – vedono aumentare il loro margine d’interesse.
Nel 2024, secondo Fabi, il margine di interesse ha rappresentato quasi il 60% dei ricavi totali. È un dato strutturale: le banche non guadagnano tanto dai servizi o dalle commissioni, ma dal semplice fatto che il denaro, per chi presta, è tornato a valere qualcosa. Eppure questa fortuna, figlia della politica monetaria, ha un lato oscuro. Gli stessi tassi che riempiono i bilanci delle banche svuotano le tasche delle famiglie indebitate e delle piccole imprese. L’utile di un sistema, in altre parole, è il costo di un altro. È qui che la politica – Meloni in testa – tenta di costruire il suo racconto: “Se le banche hanno guadagnato grazie alle condizioni di mercato, ora restituiscano parte di quella rendita alla collettività”.
Comunque, tornado ai numeri, il biennio 2023–2024 appare come un’epoca d’oro. Non solo per i profitti, ma per la solidità dei bilanci. I crediti deteriorati netti (le famose sofferenze bancarie) sono scesi all’1,5 % del totale, un livello che l’Italia non vedeva da vent’anni. I ricavi complessivi sono saliti a 110 miliardi di euro nel 2024, con un incremento del 7% rispetto all’anno precedente. Il tasso di copertura delle sofferenze supera il 52%, garanzia che i rischi restano sotto controllo.
Eppure, mentre le banche consolidano i bilanci, l’economia reale rallenta. I tassi alti frenano i mutui, i prestiti alle imprese, i consumi.
Il credito scende, ma i profitti salgono: è l’immagine perfetta di un capitalismo che si nutre della sua stessa cautela. Da qui la tensione politica: il governo vede nei profitti bancari una riserva di gettito, un modo di evitare tagli o aumenti d’imposta generalizzati. Le banche, al contrario, vedono nella tassa un rischio sistemico, una misura punitiva. Entrambe le parti hanno ragione, e proprio per questo nessuna ha completamente torto.









