L’incertezza non è più un rumore di fondo, ma una componente strutturale dei mercati globali. È questo il quadro che emerge dall’edizione 2026 del Global Risks Report del World Economic Forum, che fotografa un sistema internazionale sempre più frammentato e attraversato da shock di natura diversa, ma sempre più interconnessi. Geopolitica, clima e tecnologia non agiscono più su piani separati, bensì come fattori capaci di tradursi rapidamente in volatilità finanziaria e discontinuità operative.
In questo contesto si inserisce l’analisi di Paolo Capelli, head of Risk Management di Etica Sgr, che osserva come i rischi globali stiano progressivamente assumendo una dimensione finanziaria, incidendo sulla valutazione degli attivi, sulla liquidità e sulla stabilità dei portafogli.
In questo articolo:
- Mercati esposti alle nuove fratture geopolitiche
- Il clima come fattore di stress finanziario
- La dimensione sociale come fattore di instabilità
Mercati esposti alle nuove fratture geopolitiche
Secondo il report, un esperto su due prevede un contesto turbolento già nei prossimi due anni, percentuale che sale al 57% guardando al prossimo decennio. A cambiare è anche la percezione dell’ordine internazionale: il 68% degli intervistati lo definisce ormai multipolare o frammentato, segnato da una competizione crescente tra grandi e medie potenze. Nel breve periodo, il “confronto geoeconomico” emerge come il rischio più rilevante per quasi un intervistato su cinque, davanti al conflitto armato tra Stati, agli eventi climatici estremi e ai fenomeni di polarizzazione e disinformazione. Una configurazione che riflette tensioni già visibili nei mercati, dove l’incertezza politica e commerciale tende a tradursi rapidamente in instabilità finanziaria.
Il clima come fattore di stress finanziario
Allungando l’orizzonte temporale, la mappa dei rischi si trasforma. Gli eventi meteorologici estremi e la perdita di biodiversità tornano a dominare la classifica, affiancati dall’ascesa dei rischi legati agli esiti negativi dell’intelligenza artificiale. Per gli investitori, il rischio climatico non si esaurisce nella dimensione regolatoria, ma si configura come potenziale generatore di stress sul valore degli attivi e, in alcuni casi, di tensioni sulla liquidità. I dati della Agenzia Europea dell’Ambiente mostrano come, tra il 2021 e il 2023, le perdite economiche stimate nell’Unione Europea legate a eventi estremi abbiano superato i 162 miliardi di euro, con una media annua nel periodo 2020–2023 pari a 2,5 volte quella del decennio precedente. “Pensiamo a fenomeni recenti, come la cancellazione di migliaia di voli a New York in seguito a gelo e nevicate eccezionali: shock operativi di questo tipo hanno riflessi diretti sulle valutazioni borsistiche e possono generare stress finanziari improvvisi su intere filiere”, sottolinea Capelli. Se l’evento estremo non resta episodico ma si prolunga nel tempo (come nel caso di periodi di siccità persistente in regioni cruciali per la coltivazione del grano) l’impatto tende a propagarsi lungo le catene del valore, con effetti ancora più tangibili su costi, forniture e mercati.
La dimensione sociale come fattore di instabilità
Accanto alla dimensione ambientale, il report segnala come la disuguaglianza resti il rischio globale più interconnesso per il secondo anno consecutivo. Una transizione non equa può alimentare tensioni sociali e instabilità sistemica, con effetti indiretti anche sui mercati finanziari. In questo scenario, la gestione del rischio assume un ruolo che va oltre la difesa del capitale. “In un contesto in cui i picchi di volatilità possono scaturire tanto da tensioni geopolitiche quanto da shock climatici, la parola d’ordine deve essere prudenza. Un approccio che, in Etica Sgr, mettiamo in pratica ponendo limiti rigorosi all’esposizione verso investimenti con elevato rischio fisico e servendoci di metriche proprietarie per misurare, prevedere e gestire in modo efficiente le potenziali ricadute dei rischi climatici sui portafogli di investimento”, aggiunge Capelli. La finanza etica viene così chiamata a orientare i capitali verso un’economia a basso impatto climatico e socialmente resiliente, trasformando la gestione del rischio in una leva strategica di lungo periodo.









