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Mercati emergenti: Cina e Corea del Sud protagoniste

Un palazzo governativo in Cina

Dopo un decennio difficile, i mercati emergenti potrebbero vivere un anno di ripresa nel 2024 e tra i protagonisti potrebbe esserci la Cina. Michael Bourke, responsabile azionario mercati emergenti di M&G Investments, intervistato da Borsa&Finanza, invita a non guardare tanto allo scenario economico del gigante asiatico, per il quale le difficoltà non sono finite, ma a concentrarsi sui valori del mercato azionario.

“I fattori che hanno portato debolezza sulle azioni cinesi nell’arco di 10 anni stanno iniziando a cambiare e le aziende stanno aumentando la remunerazione per gli azionisti, distribuendo dividendi e riacquistando azioni. Non era mai successo prima” afferma.

 

L’anno del Dragone

L’errore che si rischia di commettere se si guarda alla Cina oggi è di confondere l’andamento dell’economia, la debolezza dei consumi e i problemi del settore immobiliare con lo scenario complessivo del mercato azionario. Quest’ultimo è reduce da performance decisamente negative che hanno però portato le valutazioni a livelli molto interessanti. Inoltre, a parere di Bourke, si iniziano a vedere dei miglioramenti nella redditività delle imprese, a patto che si rimanga fuori dal real estate: “I mercati si stanno concentrando solo sugli aspetti negativi della Cina ma quest’anno potrebbe sorprendere”.

La fiducia nella Repubblica popolare si riflette nelle posizioni detenute nel Paese dal fondo Global Emerging Markets, gestito da Bourke, in sovrappeso con una quota del 30% rispetto al 25% del benchmark. “Si tratta del livello più elevato degli ultimi 14 anni” sottolinea il gestore, che poi precisa che in portafoglio non ci sono sviluppatori immobiliari ma solo una partecipazione in KE Holdings, azienda cinese quotata negli USA attiva nel comparto ristrutturazioni di immobili.
Ma quali sono i fattori che giustificano la posizione di sovrappeso sulla Cina del fondo gestito da Michael Bourke? Il gestore ne elenca 3:

 

  1. Il miglioramento della redditività delle imprese;
  2. I tassi di interesse;
  3. La tecnologia.

 

“Negli ultimi 10 anni la redditività delle imprese cinesi è diminuita – spiega Bourke – perché sono state ossessionate dalla ricerca di una crescita rapida finanziata con un volume elevato di prestiti. Quando i profitti hanno iniziato a diminuire il rendimento complessivo del capitale, appesantito dal debito, è sceso e ha portato con sé le quotazioni”. Ora però le cose stanno cambiando.

Al di fuori del settore immobiliare molte aziende cinesi “hanno ridotto il loro indebitamento e stanno iniziando ad aumentare i dividendi”. Il mercato questo non lo ha ancora percepito e si concentra sui problemi del settore immobiliare e sulla debolezza dei consumi interni, il nuovo motore di crescita della Cina che però non è ancora in grado di sostenerne l’economia.

Il secondo fattore positivo è il taglio dei tassi di interesse da parte della People’s Bank of China. Anche se il processo sarà lento e dovrà attendere le mosse della Federal Reserve per non rischiare una fuga di capitali verso gli USA, Bourke è convinto che dai livelli attuali (3,45%) ci sia lo spazio per una riduzione.

Infine non bisogna dimenticarsi della posizione di leadership che la Cina ha in molti campi della tecnologia, quali i veicoli elettrici, le batterie, il solare, l’eolico. “Sono aree in cui le esportazioni cinesi continueranno a guidare il mondo” precisa.

 

Mercati emergenti: le altre opportunità

Accanto alla Cina nel portafoglio del fondo Global Emerging Markets di M&G ha una posizione importante la Corea del Sud, con un peso simile. Terzo, in ordine di gradimento, il Brasile. “La Corea del Sud è il più grande sovrappeso che abbiamo rispetto al benchmark” riprede Bourke che giustifica la scelta con 2 ragioni:

 

  1. Il miglioramento degli utili societari delle aziende tecnologiche derivante dall’essere delle “abilitatrici” per l’intelligenza artificiale.
  2. Le riforme del governo che spingono le imprese a favorire gli azionisti mediante un aumento dei dividendi e dei buyback, “un processo molto simile a quello che sta caratterizzando il Giappone”.

 

“I forti aumenti negli utili del settore tecnologico continueranno anche l’anno prossimo man mano che l’intelligenza artificiale diventerà sempre più rilevante. Le grandi aziende tecnologiche coreane, Hynix e Samsung per esempio, sono alla base dell’intelligenza artificiale in quanto producono i chip che servono per farla funzionare. Nvidia progetta i chip, ma poi a produrli sono altre imprese” spiega Bourke che affianca in questa categoria di “abilitatrici” anche Taiwan.

L’opinione sul Brasile, così come su altri mercati emergenti dell’America latina, è invece legata allo scenario dei tassi di interesse. A seguito del Covid, vedendo l’arrivo dell’inflazione, le Banche centrali sud americane hanno alzato i tassi di interesse prima ancora degli Stati Uniti. In questo modo “hanno difeso il mercato offrendo un premio in termini di tasso di interesse agli investitori e attirando capitali, come conferma l’andamento di real brasiliano e peso messicano negli ultimi tre anni” spiega Bourke, il quale ritiene che questo effetto attrazione permarrà ancora per un po’ di tempo. Infatti, anche se si sono già visti i primi tagli dei tassi di interesse (in Brasile), l’attesa è che il processo di riduzione prosegua molto lentamente permettendo di mantenere un rendimento in termini reali elevato. “Per esempio – riprende Bourke – in Brasile i tassi di interesse sono ora all’11% mentre l’inflazione è al 4%”.

AUTORE

Alessandro Piu

Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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