L’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone ha incrementato la sua quota in Banca Monte dei Paschi di Siena (MPS). Ora il costruttore romano possiede una partecipazione del 5,026% attraverso dieci finanziarie, rispetto a una quota del 3,644% precedente, diventando il secondo azionista della banca. Inoltre, secondo quanto risulta dai documenti Consob, il gruppo Caltagirone ha delle posizioni in derivati che gli permettono di appropriarsi di un altro 0,548% dell’istituto di Rocca Salimbeni. Il controllo di MPS è ancora in mano al Ministero dell’economia e delle finanze con una quota dell’11,73%; poi vi sono, oltre Caltagirone, Banco BPM (5%), Anima Holding (3,99%) e Delfin Sarl della famiglia Del Vecchio (3,51%). A questi si aggiunge una quota in derivati di Barclays, che potrebbe arrivare a un pacchetto del 5,4%.
L’assetto made in Italy si è costituito a seguito del collocamento del 15% da parte del Tesoro italiano il 13 novembre scorso, nell’ambito degli accordi che lo Stato ha fatto con l’Unione europea per uscire gradualmente dal capitale della banca senese dopo il salvataggio avvenuto nel 2017. L’obiettivo del governo Meloni è ora quello di creare un terzo polo che si collochi alle spalle dei due giganti del credito: Intesa Sanpaolo e Unicredit. Ciò può avvenire solo con una combinazione tra MPS e un altro grande istituto come Banco BPM.
MPS: quali saranno le prossime mosse del governo?
Le mire di Palazzo Chigi sono state però messe in discussione dall’offerta pubblica di scambio lanciata da Unicredit nei confronti di Banco BPM. La proposta è stata respinta dal Consiglio di amministrazione della banca guidata da Giuseppe Castagna, il che fa paventare l’ipotesi di un’acquisizione ostile da parte del colosso di piazza Gae Aulenti. Questo mese è previsto un vertice tra Unicredit e Crédit Agricole per discutere sul dossier Banco BPM. La banca francese è il principale azionista di Piazza Meda con una quota del 9,18%, ma soprattutto è un tassello chiave affinché l’istituto italiano capitanato da Andrea Orcel riesca nell’intento di fagocitare il Banco BPM. Si è rumoreggiato nei giorni scorsi dell’eventualità che Parigi possa essere un’alternativa a Unicredit in una fusione con Banco BPM, ma questa è un’ipotesi assolutamente sgradita al governo Meloni che invece vorrebbe una matrice italiana per gli asset considerati strategici. Anche se Crédit Agricole non fosse interessata a una fusione, la banca di Montrouge sarebbe comunque un ostacolo arcigno per Unicredit, perché quest’ultima dovrebbe scendere a patti per convincerla a cedere le sue azioni in un’OPS ostile sulla rivale italiana.
I risvolti della vicenda Banco BPM sono strettamente legati a quella di MPS. Il governo potrebbe guidare in tempi rapidi le nozze tra le due banche, anticipando Unicredit, oppure raggiungere un accordo tutto da definire con Orcel. Per questo, l’aver creato uno zoccolo duro nell’azionariato della banca toscana ha un’importanza rilevante, rafforzata dalle ultime operazioni di Caltagirone. L’esecutivo potrebbe anche azionare lo strumento del golden power, agitato nei giorni scorsi dal ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Una mossa del genere però serve a salvaguardare un asset strategico italiano da attacchi stranieri. Sarebbe difficile da dimostrare che l’OPS su Banco BPM da parte di Unicredit rientri in questa fattispecie.









