Mps, vince Luigi Lovaglio: Delfin decisiva per la rimonta

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Alla fine ce l’ha fatta. Eccome se ce l’ha fatta. Con una rimonta storica, molto simile a quelle che si vivono nelle notti di Champions League, Luigi Lovaglio ha confermato la sua centralità. Sarà ancora lui l’amministratore delegato di Mps. Una decisione storica, quasi insperata dato che era stato appena licenziato dal board proprio per essersi schierato contro la lista del cda, mettendo in crisi il rapporto fiduciario. Eppure, con un colpo di coda teatrale, simile a quello che aveva messo in scena Alberto Nagel – poi però rivelatosi inutile – per salvarsi dall’assalto dello stesso Lovaglio. 

 

In questo articolo:

 

  • Mps, Lovaglio e l’appoggio della famiglia Del Vecchio
  • Cosa è successo
  • Mps, quando ha vinto Lovaglio

 

Mps, Lovaglio e l’appoggio della famiglia Del Vecchio

Nelle settimane precedenti all’appuntamento di Siena, il nome di Lovaglio era scivolato progressivamente ai margini della narrazione dominante. Non era scomparso, ma era stato declassato a ipotesi residuale, a variabile di continuità più che a fattore di discontinuità. La costruzione della nuova lista del consiglio di amministrazione sembrava procedere lungo un’altra traiettoria, con l’ipotesi di una discontinuità più marcata e una ridefinizione degli equilibri interni che lasciava intendere un progressivo ridimensionamento della sua posizione. Nei dossier degli investitori, nelle letture degli analisti e nelle attese del mercato, il suo ritorno veniva considerato possibile ma non probabile, evocato più come memoria recente che come progetto futuro.

Eppure, nel tempo breve e opaco che separa le previsioni dalle decisioni, la traiettoria si è ribaltata. Non con un annuncio, non con una svolta dichiarata, ma attraverso una sequenza di aggiustamenti progressivi, quasi impercettibili, che hanno cambiato la geometria del consenso. È stato un movimento carsico, tipico della finanza italiana quando si muove nei suoi livelli più profondi, quello che non passa dai comunicati ma dalle inclinazioni degli azionisti di lungo periodo, dalle interlocuzioni riservate, dai segnali che il mercato intercetta solo quando è già troppo tardi per interpretarli come semplici rumori di fondo.

Il punto di svolta, come spesso accade nei momenti decisivi della governance bancaria, non è stato immediatamente visibile. Ma è stato riconoscibile a posteriori nella progressiva ricomposizione del blocco azionario. In questo quadro, il ruolo della holding Delfin della famiglia Del Vecchio ha assunto una funzione determinante. Con il suo peso attorno al 17,5%, il suo orientamento, preannunciato da un’indiscrezione raccolta da La Repubblica, ha rappresentato il vero ago della bilancia di una partita che, fino a quel momento, appariva ancora aperta tra la lista del consiglio uscente e la proposta riconducibile a Plt Holding della famiglia Tortora, che riportava al centro proprio la figura di Lovaglio. È in quel passaggio che il suo ritorno ha smesso di essere un’ipotesi e ha iniziato a diventare una direzione. Non per effetto di un annuncio formale, ma per la semplice e potente logica dei numeri quando si trasformano in orientamento politico-industriale. Quando un capitale di quella dimensione si sposta, non cambia soltanto la distribuzione del voto, ma la percezione stessa dell’esito.

La lista di Plt Holding ha ottennuto alla fine il 49,95% dei voti espressi in assemblea, quella del cda il 38,79%, quella di Assogestioni il 6,94%.

 

Cosa è successo

La giornata dell’assemblea ha reso visibile ciò che si era già consumato fuori dalla sala. Quando a Siena il presidente Nicola Maione ha aperto i lavori parlando di “assemblea delle grandi occasioni”, la partita era ancora formalmente aperta, ma sostanzialmente già orientata. Il dato di partecipazione, pari a circa il 64,94% del del capitale votante, confermava un azionariato altamente concentrato, nel quale l’assenza del Ministero dell’Economia e delle Finanze, rimasto fuori dal voto con la sua quota vicina al 4,9%, contribuiva a lasciare il campo interamente nelle mani degli investitori privati e istituzionali.

Sul piano strettamente societario, la mattinata si è sviluppata con una linearità solo apparente. Il bilancio 2025 è stato approvato con una maggioranza schiacciante del 99,62%, così come la destinazione dell’utile e la distribuzione del dividendo hanno raccolto consensi superiori al 99,90%, confermando la solidità dei risultati economici dell’istituto senese. Anche la politica di remunerazione ha ottenuto un’approvazione ampia, con il 96,40% dei voti favorevoli, mentre l’azione di responsabilità promossa da Bluebell è stata respinta con percentuali vicine al 95% di voti contrari, segnando la marginalità delle istanze più attiviste rispetto al consenso prevalente.

Proprio Giuseppe Bivona, con il suo intervento critico e volutamente provocatorio, ha rappresentato uno dei pochi momenti di tensione esplicita della giornata, senza però incidere in modo sostanziale sulla direzione complessiva del voto. Il suo richiamo alle responsabilità pregresse e alle operazioni straordinarie della banca è rimasto confinato nella dimensione del dibattito, mentre il baricentro reale della decisione si spostava altrove.

 

Mps, quando ha vinto Lovaglio

Il vero snodo si è materializzato nel pomeriggio, nella fase dedicata al rinnovo del consiglio di amministrazione. Da un lato la lista del cda uscente, espressione della continuità istituzionale, dall’altro la lista riconducibile a Plt Holding, che riportava in campo la candidatura di Lovaglio, e infine la lista di minoranza di Assogestioni. Fino a quel momento, l’equilibrio appariva ancora contendibile, con una lieve prevalenza della lista del board uscente. Ma è proprio in quella fase che le indiscrezioni su Delfin hanno iniziato a diventare sempre più insistenti. Secondo quanto riportato da più fonti giornalistiche nelle ore decisive, la holding della famiglia Del Vecchio ha dato il proprio voto verso la lista favorevole a Lovaglio. Un movimento che, per dimensione e tempistica, ha modificato radicalmente la struttura del consenso.

Da quel momento, la narrazione della giornata ha cambiato segno. La fase delle consultazioni febbrili, delle pause tecniche, delle discussioni tra soci e rappresentanti dei grandi azionisti ha restituito l’immagine di un’assemblea che non stava più decidendo se orientarsi verso una soluzione o un’altra, ma stava soltanto prendendo atto di una direzione già maturata. Quando il presidente Maione ha infine chiamato al voto le liste, il risultato era, nella sostanza, già scritto. Il voto elettronico, che avrebbe dovuto garantire rapidità e trasparenza, ha richiesto comunque alcuni minuti tecnici per la certificazione finale, ma il dato politico era già evidente: Luigi Lovaglio tornava al centro della governance di Mps. Una vittoria che non è soltanto la conferma di un manager, ma il punto di equilibrio temporaneo di una rete di capitali che ha scelto, nel momento decisivo, la continuità dell’esecuzione rispetto alla discontinuità della rottura. 

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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