Gli Emirati arabi uniti hanno annunciato l’uscita dall’Opec, il cartello dei paesi produttori di petrolio, a partire dal primo maggio. Erano entrati a far parte del gruppo nel 1967 con l’adesione di Abu Dhabi, visto che al tempo l’entità degli Eau in realtà non esisteva ancora formalmente. La decisione arriva in un momento di tensione per il mercato petrolifero globale, condizionato dalle dinamiche in atto nello Stretto di Hormuz, dalle restrizioni alle esportazioni ma anche dalle decisioni della stessa organizzazione. Ed è proprio quest’ultimo il motivo che ha spinto gli Emirati arabi a uscire.
In questo articolo:
- Perché l’Opec rischia di perdere influenza
- Petrolio: gli Eau vogliono produrne di più
Perché l’Opec rischia di perdere influenza
C’è stato un tempo in cui l’Opec poteva fare il bello e il cattivo tempo sul mercato del petrolio. Almeno fino a quando gli Stati Uniti non sono diventati un produttore indipendente, addirittura un esportatore netto di oro nero. Da quel momento il cartello ha perso progressivamente potere di determinazione del prezzo, ma la sua influenza è rimasta comunque rilevante. L’uscita degli Emirati arabi, terzo produttore del cartello, rappresenta un colpo rilevante per l’organizzazione, che vede ridursi ulteriormente la propria capacità di controllo sull’offerta globale. Abu Dhabi è infatti uno dei principali produttori e dispone di una significativa capacità inutilizzata.
La decisione arriva in contrasto con l’Arabia saudita, dominus del cartello essendone il maggiore produttore e la cui influenza sui livelli produttivi ha indispettito gli emiratini. Negli ultimi anni, le divergenze tra i due paesi si sono ampliate sia sul piano energetico sia su quello geopolitico. Gli Emirati battono i piedi e vogliono maggiore autonomia strategica per sfruttare al meglio la loro capacità produttiva, mentre Riyadh continua a difendere un approccio coordinato alla gestione delle quote. Nel 2025 il Regno di Bin Salman ha prodotto in media 9,3 milioni di barili al giorno contro i 3,36 milioni degli Emirati.
“L’uscita degli Emirati arabi uniti dall’Opec è senza dubbio un evento storico – afferma George Cotton, portfolio manager del JSS Transition Enhanced Commodities fund di J. Safra Sarasin -. Giunge dopo anni di tensioni tra Abu Dhabi e l’Arabia saudita. Gli Emirati arabi intendono raggiungere i 5 milioni di barili al giorno entro il 2027, ma sono fortemente limitati dalle quote stabilite dal gruppo. Essi vedono chiaramente l’attuale crisi energetica come un’opportunità per conquistare quote di mercato. Ciò avviene mentre la swing capacity del Golfo non è più sotto il controllo dell’Opec+. È ora determinata dal conflitto militare tra Iran e Stati Uniti”.
Secondo Cotton l’uscita degli Emirati potrebbe accelerare il declino del peso dell’Opec, la cui quota di produzione globale è già scesa al 44%. “La possibilità per Abu Dhabi di aumentare l’offerta una volta normalizzato il contesto geopolitico potrebbe ridurre ulteriormente l’influenza del cartello” spiega.
Petrolio: gli Eau vogliono produrne di più
Nel breve termine, l’impatto sui prezzi del petrolio appare contenuto. I prezzi hanno registrato un calo moderato dopo l’annuncio, anche se a guidarne i movimenti sono più le vicende che riguardano lo Stretto di Hormuz che le scelte dei membri o ex membri dell’Opec. Il contesto geopolitico resta determinante. La crisi con l’Iran e le tensioni regionali stanno ridefinendo gli equilibri nel Golfo. In questo scenario, la mossa degli Emirati rafforza anche i legami con gli Stati Uniti e si inserisce in una competizione più ampia per attrarre capitali e consolidare il ruolo energetico globale.
“I policymaker degli Emirati arabi uniti – riprende Cotton – stanno comunicando che i mercati petroliferi includeranno probabilmente nuovi premi di rischio più elevati per un periodo più lungo. Ritengono di essere in una posizione favorevole per cogliere questo valore in futuro”.









