Oro: per Citigroup il rally è a fine corsa, le previsioni

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L’intensificarsi del conflitto in Medio Oriente tra Israele e Iran ha spinto gli investitori a una corsa sfrenata verso l’oro. Mentre lo spettro della terza guerra mondiale aleggia sul mondo, il mercato ha scelto il bene rifugio per eccellenza, allontanandosi non solo dalle attività più rischiose ma anche da altre destinazioni in considerate sicure come i Treasury americani e il dollaro Usa. Quest’anno i guadagni dell’oro hanno superato anche quelli di yen giapponese e franco svizzero, considerati altri rifugi tradizionali. In questo articolo:

 

  • Perché gli investitori preferiscono l’oro
  • Citigroup vede il rally a fine corsa

Perché gli investitori preferiscono l’oro

Le quotazioni dell’oro oggi si collocano poco sopra i 3.400 dollari l’oncia, registrando da inizio anno un aumento di quasi 30 punti percentuali. Si è ancora lontani dal record di 3.510 dollari del mese di aprile, ma molti sono convinti che, con la situazione economica e geopolitica di forte tensione a livello globale, presto si vedranno nuovi massimi.

Il metallo prezioso ha preso slancio quest’anno soprattutto da due grandi fatti. Prima c’è stata la guerra commerciale innescata dai dazi reciproci introdotti dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Ora i conflitto tra Israele e Iran. Da non trascurare anche un terzo fattore che spinge gli investitori verso i lingotti, ossia l’aspettativa che la Federal Reserve tagli i tassi di interesse rendendo più conveniente detenere un asset non redditizio come l’oro.

Ma perché quest’ultimo viene preferito rispetto ad altri beni rifugio? Secondo Nikos Kavalis, amministratore delegato di Metals Focus, al centro dell’attrattività dell’oro c’è la sua libertà da passività governative. “Il vantaggio principale dell’oro è che non è responsabilità di nessun altro”, ha detto. “Quando un investitore possiede Treasury, altre obbligazioni sovrane e persino valute, alla fine sta investendo nella rispettiva economia”. Non a caso quest’anno i titoli di Stato americani e il dollaro Usa sono stati venduti perché il mercato ha ritenuto che alcuni fattori, come il deficit elevato e i dazi commerciali, avrebbero inciso in maniera negativa sull’economia a stelle e strisce. “C’è una crescente sensazione di scarsa sicurezza su quale sarà il futuro del dollaro Usa e del mercato dei Treasury statunitensi. Penso che questo abbia alimentato l’interesse per i beni rifugio alternativi come l’oro”, ha dichiarato il responsabile globale per le Banche centrali del World Gold Council, Shaokai Fan.

 

Citigroup vede il rally a fine corsa

Se molti esperti di mercato si aspettano nuovi record dell’oro, con i prezzi che potrebbero arrivare fino a 3.700 dollari entro la fine del 2025, gli analisti di Citigroup ritengono che il rally stia per esaurirsi. In un rapporto, il team di analisti della banca statunitense ha affermato che nei prossimi trimestri l’oro scenderà sotto i 3.000 dollari l’oncia, “a circa 2.500-2.700 dollari entro la seconda metà del 2026”. A loro avviso, a motivare il crollo potrebbero contribuire “una domanda di investimenti più debole, il miglioramento delle prospettive di crescita globale e i tagli dei tassi da parte della Federal Reserve”.

Ci sarebbe da aggiungere che se da un lato la riduzione del costo del denaro abbassa il costo opportunità di possedere oro, dall’altro stimola l’economia e quindi indirizza gli investitori verso attività più rischiose. Relativamente al calo della domanda di investimenti per l’oro, gli analisti di Citi hanno precisato che “a partire dal quarto trimestre 2025 potrebbe derivare da qualsiasi miglioramento della fiducia nella crescita globale con l’entrata in vigore di un bilancio statunitense stimolante e delle politiche commerciali e di altro tipo di Trump”. Quanto alla Fed, “vediamo molto margine per passare da una politica monetaria restrittiva a una neutrale”, hanno aggiunto.

L’istituto finanziario statunitense ha delineato comunque tre scenari. Il primo è quello base e ha una probabilità del 60% di concretizzarsi. La previsione è per un consolidamento dei prezzi dell’oro sopra i 3.000 dollari nel primo trimestre 2026, per poi scivolare al ribasso. Il secondo è lo scenario rialzista, con una probabilità di realizzazione del 20%. In tale caso, la banca mette in gioco la possibilità di un nuovo record dell’oro nel terzo trimestre per effetto delle preoccupazioni per i dazi, la geopolitica e la stagflazione. Infine c’è lo scenario ribassista, con una probabilità di verificarsi del 20%, in cui la rapida risoluzione dei dazi porta gli investitori a uscire dai beni rifugio.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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