Il mercato dell’oro vive una fase che in pochi avrebbero immaginato solo due anni fa. Dopo un 2025 definito “eccezionale” dagli operatori, il metallo giallo ha aperto il 2026 segnando nuovi massimi storici, superando in gennaio la soglia dei 5.600 dollari l’oncia prima di entrare in una fase di consolidamento. Il rally si è inserito in un contesto globale caratterizzato da instabilità geopolitica, crescenti squilibri fiscali e profonda ridefinizione degli asset rifugio. Come ha osservato Arnaud Du Plessis, portfolio manager di CPRAM (gruppo Amundi) “è probabilmente il momento più interessante per parlare di oro e settore minerario da oltre quarant’anni” con dinamiche che ricordano, per intensità, quelle della fine degli anni Settanta.
Geopolitica, Banche centrali e dollaro: le nuove fondamenta del mercato dell’oro
Secondo Du Plessis, il 2025 è stato “il miglior anno per l’oro dal 1979”, con un rialzo di circa il 65% in dollari e una chiusura sopra i 4.400 dollari l’oncia. Un movimento che non nasce da un singolo fattore, ma da una combinazione di shock geopolitici, cambiamenti strutturali nelle politiche monetarie e crisi di fiducia verso le valute fiat. “Dalla rielezione di Donald Trump – ha spiegato – il mondo è diventato più incerto: le tensioni tra Russia e Ucraina, le ambiguità su Iran e Medio Oriente, le frizioni commerciali e le questioni legate all’indipendenza della Federal Reserve hanno creato un terreno ideale per la domanda di beni rifugio”.
A rafforzare ulteriormente il rally dell’oro è stato soprattutto il comportamento delle Banche centrali, in particolare quelle dei Paesi emergenti. Dal 2022 al 2024, gli acquisti netti hanno superato stabilmente le 1.000 tonnellate annue, ben oltre la media di circa 500 tonnellate registrata nel decennio precedente. Anche nel 2025, nonostante i prezzi già elevati, le Banche centrali hanno acquistato circa 860 tonnellate di oro. “È un cambiamento strutturale”, ha sottolineato il manager. “Le riserve auree oggi rappresentano circa il 20% degli asset delle Banche centrali, contro meno del 10% di dieci anni fa. Per la prima volta da decenni, il peso dell’oro ha superato quello dei Treasury Usa nelle riserve di molte economie emergenti”.
La logica è chiara: l’esposizione al dollaro viene percepita come sempre più rischiosa in un contesto di debito pubblico statunitense in crescita e di possibili tensioni sulla credibilità delle politiche monetarie. L’oro, in quanto asset reale privo di rischio di controparte, torna così a svolgere una funzione centrale nei portafogli istituzionali. Come osserva anche Tim Drayson, responsabile economico di L&G, “con lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, l’oro si è liberato dei legami tradizionali con il dollaro e con i rendimenti reali, diventando il principale beneficiario dell’incertezza geopolitica e del debito statunitense sempre più insostenibile”.
Il cambio di paradigma è evidente anche sul fronte degli investitori finanziari. Tra il 2022 e la metà del 2024, l’esposizione ai prodotti legati all’oro fisico era diminuita sensibilmente, penalizzata dall’aumento dei tassi reali negli Stati Uniti, passati da -1% a oltre +2,5%. Storicamente, tassi reali in crescita sono associati a prezzi dell’oro in calo. Ma questa volta la relazione si è spezzata: “L’oro non è sceso perché le Banche centrali continuavano ad accumulare”, ha spiegato Du Plessis. A partire dalla seconda metà del 2024, anche gli investitori hanno ricominciato a comprare, innescando una fase di accelerazione culminata nel rally del 2025 e nei nuovi record del 2026.
Domanda globale e offerta rigida: perché l’oro resta strutturalmente sostenuto
Oltre agli acquisti istituzionali, Drayson sottolinea che “il boom dell’oro è più che giustificato”, soprattutto per l’asimmetria crescente tra domanda e offerta. Da un lato, la domanda è sostenuta non solo dalle Banche centrali, ma anche dagli investitori privati, dalla Cina e persino dal comparto delle stablecoin, che utilizza sempre più spesso l’oro come collaterale o riferimento di valore. Dall’altro, l’offerta è rigida per natura: la produzione mineraria cresce lentamente e richiede investimenti pluriennali, mentre le riserve esistenti sono concentrate in un numero limitato di Paesi.
Secondo le stime citate da L&G, il valore dell’oro estratto ai prezzi attuali si aggira tra i 30 e i 40 trilioni di dollari, una quantità che “potrebbe essere idealmente racchiusa in un cubo di 22,5 metri di lato”. Questo dato, spesso richiamato dagli analisti, evidenzia la scarsità fisica del metallo giallo e la sua vulnerabilità a improvvisi shock di domanda. “Basta un modesto aumento degli investimenti per far oscillare i prezzi”, soprattutto in un mercato che non dispone di grandi riserve inutilizzate prontamente immettibili.
Arnaud Du Plessis sottolinea come il 2026 si sia aperto con un nuovo massimo storico a 5.600 dollari l’oncia, seguito da una fase di forte volatilità e prese di profitto. “Dopo un rally così spettacolare, una correzione era fisiologica”, ha spiegato. “Ma oggi i prezzi si sono stabilizzati intorno ai 5.000 dollari, un livello che conferma la solidità del trend di fondo”. Le previsioni medie per il 2026 indicano un prezzo medio intorno ai 4.500 dollari l’oncia, circa 1.000 dollari in più rispetto alla media del 2025.
Tuttavia, il contesto di mercato è diventato più complesso. Come osserva L&G, “il consenso evidenzia forti venti strutturali a favore dell’oro, ma non spiega appieno i movimenti di prezzo degli ultimi giorni, che riflettono un ulteriore livello di speculazione”. In altre parole, accanto ai driver fondamentali – geopolitica, politiche monetarie, debito pubblico, domanda delle Banche centrali – si è aggiunta una componente crescente di momentum trading e FOMO (fear of missing out). Questo rende il mercato più vulnerabile a correzioni improvvise, anche in presenza di un trend di lungo periodo ancora positivo.
Guardando al medio-lungo periodo, sia Du Plessis sia Drayson concordano su un punto chiave: i fattori strutturali che sostengono l’oro restano intatti. L’elevato debito pubblico nei Paesi occidentali, le tensioni geopolitiche persistenti, le incertezze sulle politiche monetarie e la volontà delle banche centrali di diversificare le riserve sono dinamiche difficili da invertire nel breve termine.
Società aurifere: i valori azionari sono rimasti indietro
Lo scenario delineato per il metallo prezioso ha avuto effetti dirompenti anche sul comparto minerario. Nel 2025, i titoli delle società aurifere sono saliti di oltre il 150%, più del doppio rispetto al rialzo dell’oro stesso. Anche nel 2026 il settore continua a sovraperformare: a fine gennaio, i titoli minerari risultavano in rialzo di oltre il 20% dall’inizio dell’anno, contro il +17% dell’oro. Tuttavia, se si allunga l’orizzonte temporale, emerge una storia diversa. “Dal massimo del 2011 a oggi – ha osservato Du Plessis – le azioni aurifere hanno impiegato 14 anni per tornare ai livelli record, mentre l’oro è salito di oltre il 150% nello stesso periodo. La sottoperformance relativa resta significativa”.
Le ragioni di questo divario risiedono soprattutto nell’aumento dei costi operativi. Dal 2020 a oggi, il costo all-in sustaining per produrre un’oncia d’oro è passato da circa 1.000 a 1.500 dollari, un incremento del 50% dovuto all’inflazione dei salari, dell’energia e dei materiali. Tuttavia, grazie all’esplosione dei prezzi dell’oro, i margini si sono ampliati in modo sostanziale: “Nel 2020 – ha spiegato Du Plessis – con un oro a 1.750 dollari, il margine medio era di 750 dollari per oncia. Nel 2025, con un oro a 3.500 dollari e costi a 1.500, il margine è salito a 2.000 dollari”. Con prezzi medi attesi a 4.500 dollari nel 2026, la redditività del settore potrebbe migliorare ulteriormente, anche in presenza di nuovi aumenti dei costi.
Nonostante la forte performance delle azioni aurifere, le valutazioni restano storicamente basse. Secondo Du Plessis, il rapporto prezzo/valore attuale netto (price to net present value) del settore è oggi inferiore a una volta, contro oltre 3,5 volte nel 2015. “In pratica – ha detto – il mercato non riconosce pienamente il valore degli asset esistenti delle società minerarie”. Anche dopo il rally del 2025, la rivalutazione è stata modesta rispetto all’esplosione degli utili attesi, cresciuti di oltre venti volte dal minimo del 2015. Questo squilibrio suggerisce che, dal punto di vista fondamentale, il settore potrebbe avere ancora margini di recupero.










