Outlook 2026: l’anno di Donald Trump (di nuovo)

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L’outlook 2026 si apre sotto il segno di Donald Trump, in un contesto macroeconomico statunitense sempre più polarizzato non solo sul piano politico e sociale, ma anche su quello economico. La crescita della domanda interna negli Stati Uniti resta fortemente sbilanciata: i consumi sono sostenuti in larga parte dal quintile più ricco della popolazione, responsabile di circa il 40% della spesa complessiva. Sono le prime note del commento di Ombretta Signori, responsabile della ricerca macroeconomica, di Geoffroy Lenoir e di Eric Turjeman, condirettori degli investimenti Mutual Fund di Ofi Invest

Secondo i tre esperti, parte di questa disparità si è generata a causa dei rialzi dei mercati azionari, in particolare del comparto tecnologico “che da solo contribuisce oggi per circa il 5% al Pil nazionale”.

A essere rimaste indietro sono le famiglie a reddito medio-basso, la cui capacità di spesa è molto più fragile e strettamente connessa a un mercato del lavoro che da quasi un anno appare sostanzialmente fermo. In questo quadro, Donald Trump si trova a gestire un’economia che mantiene una traiettoria di crescita positiva, ma con equilibri interni sempre più delicati.

 

In questo articolo:

 

  • Stati Uniti: nel 2026 elezioni di mid-term e nuovo presidente Fed
  • Europa, crescita fragile e divergenze strutturali
  • Azionario e obbligazionario: nell’era Trump selettività e volatilità

 

Stati Uniti: nel 2026 elezioni di mid-term e nuovo presidente Fed

Il mercato del lavoro americano, pur non mostrando segnali di forte deterioramento, esercita una pressione negativa sulla crescita, secondo gli economisti di Ofi Invest. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 4,5%, massimo degli ultimi quattro anni. Il rallentamento delle assunzioni è stato parzialmente compensato dal calo dell’immigrazione, che ha ridotto il numero di nuovi posti di lavoro necessari per evitare un aumento più marcato della disoccupazione.

Guardando al 2026, l’economia Usa dovrebbe comunque crescere a ritmi prossimi al potenziale, sostenuta da tagli fiscali, incentivi agli investimenti, una politica fiscale più espansiva e una minore incertezza commerciale. Tuttavia, i dazi restano un elemento centrale dell’agenda di Donald Trump. Nel 2025 hanno rappresentato una delle principali fonti di pressione inflazionistica, anche se solo il 40-50% dei costi è stato trasferito sui prezzi finali, meno rispetto al 2018, a causa di una domanda più debole. Con le elezioni di mid-term nel 2026 e la nomina di un nuovo presidente della Federal Reserve, Trump dovrà bilanciare con attenzione l’uso della leva commerciale, valutandone l’impatto politico ed economico. In uno scenario di inflazione in rallentamento e di progressiva contrazione della componente abitativa, la Fed potrebbe disporre di ulteriore spazio per una politica monetaria più accomodante.

 

Europa: crescita fragile e divergenze strutturali

Al di fuori degli Stati Uniti, Signori, Lenoir e Turjeman pensano che  il 2026 sarà un anno politicamente rilevante anche per l’Europa, con l’avvio della campagna elettorale per le presidenziali francesi in un contesto di persistente instabilità. Nonostante ciò, la crescita dell’area euro ha mostrato una certa tenuta, trainata soprattutto da economie come Spagna e Portogallo, mentre i principali Paesi core restano più deboli.

Le prospettive indicano una crescita leggermente superiore all’1%, sostenuta da condizioni di finanziamento più favorevoli, da un’aliquota Iva più bassa e da prezzi dell’energia calmierati per le industrie energivore. Cruciale resta però l’attuazione del piano tedesco per infrastrutture e difesa: ritardi o inefficienze nell’allocazione delle risorse rappresentano un rischio significativo per l’intera area.

Sul fronte inflazionistico, le pressioni appaiono contenute. Le stime indicano un’inflazione media sotto il 2% nel 2026, con rischi orientati al ribasso, anche grazie al rinvio al 2028 del sistema ETS 2, che dovrebbe sottrarre fino a 0,3 punti percentuali alle proiezioni della Bce per il 2027. In questo contesto, la Banca centrale europea potrebbe mantenere una linea di sostanziale stabilità per gran parte dell’anno.

 

Azionario e obbligazionario: nell’era Trump selettività e volatilità

Sui mercati finanziari globali, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha contribuito ad accrescere l’incertezza, senza però produrre scossoni immediati. Dopo i massimi storici raggiunti da molti listini, gli investitori si interrogano sulla sostenibilità delle valutazioni, in particolare nel comparto dell’intelligenza artificiale.

Il confronto con la bolla dotcom appare però forzato: se alcune valutazioni risultano elevate, le mega-cap tecnologiche continuano a generare flussi di ricavi significativi. In un contesto in cui il premio per il rischio sembra essersi assottigliato, a fronte di tensioni geopolitiche e incertezze sulle politiche monetarie, la selezione dei titoli diventa centrale.

Le valutazioni statunitensi, con un p/e intorno a 24, richiedono una crescita degli utili in linea con le attese, mentre l’Asia mostra segnali di recupero più robusti. Il Giappone beneficia di uno yen debole e di riforme strutturali che sostengono l’export.

Sul fronte obbligazionario, la rielezione di Donald Trump non ha modificato in modo sostanziale il quadro: i rendimenti sono sostenuti da politiche monetarie ancora accomodanti e da una curva più ripida che ha favorito le obbligazioni corporate rispetto ai titoli governativi. In un contesto di alta volatilità, l’adattabilità e la gestione attiva restano elementi chiave per affrontare il 2026.

Immagine di Redazione

Redazione

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